RICHARD MATHESON.
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TUTTI I RACCONTI. 1950 - 1959.
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Parte 4.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Indice dei racconti di questa parte.
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Creatura.
Caro diario.
Discesa.
Va' verso ovest, Ragazzo.
Il conquistatore.
Il bambino curioso.
La bambola tuttofare.
L'esame.
Il viaggiatore.
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Fine Indice.
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Creatura.
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Titolo originale: Being. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
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Sospeso nell'oscurit. Un guscio silenzioso di metallo, che luccica debolmente, tenuto in aria dai cavi antigravit. Al di sotto il pianeta ammantato dalla notte, che si allontana dalla luna. Sulla sua faccia in ombra un animale alza gli occhi resi scintillanti dal panico verso il globo fosforescente sospeso sopra la sua testa. Un guizzare di muscoli. La terra dura trema lievemente sotto le zampe in fuga. Ancora silenzio, stormito dal vento, che evoca solitudine. Ore. Ore nere che mutano in grigio, poi in un rosa maculato. La luce del sole si rovescia sul globo metallico, che irradia una luminosit non terrestre.
Fu come infilare la mano in un forno rovente.
Oh, mio dio, se scotta! esclam lui con una smorfia, aprendo la mano di scatto e
richiudendola di nuovo, ma senza riuscire a tenerla ferma, sul volante chiazzato di sudore.
 solo la tua immaginazione. Marian se ne stava comodamente abbandonata contro la plastica calda del sedile. Un chilometro e mezzo prima aveva sporto i piedi con tanto di sandali fuori dal finestrino. Teneva gli occhi chiusi, e il respiro le usciva dalla bocca secca in rantoli affannosi. Il vento bollente del deserto le soffiava proprio sulla faccia, scarmigliandole i capelli biondi tagliati corti.
Non  caldo disse lei cercando senza riuscirci di trovare una posizione comoda e tirando la
cintura troppo corta dei pantaloncini. Anzi,  fresco. Decisamente fresco.
Ah grugn Les. Si sporse un poco in avanti e strinse i denti nel sentire la camicia sportiva
fradicia di sudore che aderiva allo schienale. Che razza di tempo per andare in giro in macchina
borbott poi.
Avevano lasciato Los Angeles tre giorni prima per recarsi a New York, a trovare la famiglia di
Marian. Fin dall'inizio c'era stato un clima africano, tre giorni di sole bruciante che li avevano
prosciugati di ogni energia.
Il programma che si erano prefissi di rispettare rendeva le cose ancora pi difficili. Sulla carta
seicento chilometri al giorno non sembravano cos tanti, ma trasformati in un viaggio vero e proprio erano qualcosa di disumano. Un viaggio su strade secondarie di terra battuta che sollevavano mulinelli soffocanti di polvere. Un viaggio lungo autostrade piene di buche perennemente in riparazione, con la paura di superare i trenta chilometri l'ora per non rischiare di spaccare un semiasse o di farsi uscire il cervello dal cranio.
Peggio ancora, un viaggio lungo salite la cui pendenza andava dal venti al trenta per cento, con
il radiatore che ogni mezz'ora o gi di l si metteva a bollire come una pignatta. Poi soste che duravano interminabili minuti sotto la canicola, in attesa che il motore si raffreddasse dopo averci versato acqua fresca dalla tanica, dentro quell'abitacolo che era peggio di un forno acceso.
Da questa parte sono cotto a puntino disse Les, senza fiato. Puoi girarmi, cos finisco di
cuocermi.
Ti sta bene disse Marion, sottovoce.
 rimasta un po' d'acqua?
Marion allung la mano sinistra e svit il grosso coperchio del frigo portatile. Frug
nell'interno fresco e tir fuori il thermos. Lo agit.
Vuoto disse, scuotendo il capo.
Come la mia testa, aggiunse lui, in tono disgustato per avere accettato di farmi questo
viaggio fino a New York in pieno agosto.
Andiamo, andiamo disse lei, con fare civettuolo ma non troppo convinto. Non ti scaldare
troppo.
Maledizione! sbott lui, infuriato. Ma quand' che questa fottuta scorciatoia sbuca su
quella fottuta autostrada?
Maledizione ripet lei a mezza bocca, in tono fatuo. Sempre maledizione.
Les tacque. Strinse pi forte il volante. Autostrada 66, percorso alternativo. Viaggiavano ormai
da ore su quel fottuto nastro di terra, una deviazione dall'autostrada chiusa per lavori. Per quanto gli risultava non poteva nemmeno giurare di trovarsi sul percorso alternativo. Nelle ultime due ore aveva incontrato cinque incroci e, tutto preso dalla fretta di abbandonare al pi presto il deserto, non aveva fatto troppo caso ai segnali stradali.
Tesoro, c' un distributore disse Marian. Vediamo se  possibile procurarci un po' d'acqua.
E un po' di benzina aggiunse lui, controllando l'indicatore. E magari anche qualche
indicazione su come tornare all'autostrada.
La maledetta autostrada disse lei.
Un fiacco sorriso si disegn agli angoli della bocca di Les mentre portava la Ford fuori dalla
sede stradale e frenava in mezzo a due pompe di benzina scrostate che spuntavano a fianco di una
vecchia baracca malmessa.
Questo posto ha proprio un'aria allegra disse lui, con aria rassegnata. Promette bene, come
centro di villeggiatura.
Per chi sa apprezzarlo. Marian torn a chiudere gli occhi ed emise un profondo sospiro dalla
bocca socchiusa.
Nessuno usc dalla baracca.
Oh, non dirmi che  abbandonato disse disgustato Les, mentre si guardava intorno.
Marian abbass le lunghe gambe. Non c' nessuno? chiese, riaprendo gli occhi.
Sembra proprio di no.
Les apr lo sportello e scese. Appena pos i piedi a terra il suo corpo fu percorso da un fremito
involontario, e per poco non gli cedettero le ginocchia. Ebbe la sensazione che qualcuno gli avesse
rovesciato sulla testa una montagna di calore.
Santo dio! esclam, sbattendo le palpebre per riprendersi dalla momentanea cecit che lo
aveva lasciato stordito.
Che succede?
Si muore di caldo. Les pass fra le due pompe arrugginite e si avvi rumorosamente lungo il
terreno screpolato e bollente fino alla porta della baracca.
E non siamo nemmeno a un terzo del viaggio borbott cupamente fra s. Sent alle sue
spalle il rumore dello sportello sbattuto dalla parte di Marian, poi i suoi sandali slacciati che
ciabattavano sul terreno.
L'oscurit gli diede un'illusione di fresco solo per un secondo. Poi l'aria umida e soffocante
dell'ambiente lo aggred, e Les fischi per il disappunto.
Nella baracca non c'era nessuno. Diede un'occhiata a quello spazio ristretto e vide il tavolo
con le zampe irregolari e il piano butterato, la sedia senza schienale, il distributore di coca cola coperto
di ragnatele, la liste dei prezzi e i calendari alla parete, la tenda consunta sulla piccola finestra, tirata
tutta gi, e i raggi di luce brunita che filtravano fra i tanti strappi.
Il pavimento di legno scricchiol mentre Les tornava indietro e riemergeva alla luce del sole.
Nessuno? gli chiese Marian, e lui scosse la testa. Si fissarono per un momento con l'aria
imbambolata mentre Marian si tamponava la fronte con un fazzoletto bagnato.
Fu allora che sentirono il rumore sferragliante di una macchina provenire dal viottolo pieno di
buche che si diramava dalla strada puntando verso il deserto. Girarono intorno alla capanna e videro un
vecchio furgoncino con un rudimentale rimorchio che si avvicinava alla stazione di servizio saltellando
rumorosamente. Lontanissima, in fondo alla strada, si distingueva la sagoma piatta della casa da cui
proveniva.
Arrivano i nostri disse Marian. Speriamo abbia l'acqua.
Quando il furgone si ferm lamentosamente accanto alla baracca, videro il volto pesantemente
abbronzato dell'uomo dietro il volante. Doveva essere sulla trentina, un tipo dall'aria burbera con una
t-shirt sotto una tuta azzurra stinta e macchiata. Da sotto la falda del suo cappello Stetson unto di grasso
sporgeva un ciuffo di capelli lisci.
Non fu un sorriso quello che rivolse loro quando scese dal furgone. Fu pi che altro
un'increspatura involontaria della bocca sottile e spenta. Si avvicin a passi scattanti, da cowboy, e i
suoi occhi neri si posarono in successione su Les e su Marian.
Deve fare rifornimento? chiese a Les con una voce roca, tutta di gola.
Gliene sarei grato.
L'uomo continu a fissare Les per qualche secondo, come se non avesse capito. Poi bofonchi
qualcosa e punt verso la Ford, infilando la mano nella tasca posteriore della tuta per prendere la chiave
della pompa. Mentre passava davanti al paraurti anteriore diede una sbirciata alla targa.
Rimase per un attimo a guardare stupidamente il tappo del serbatoio, mentre le sue mani
callose cercavano invano di svitarlo.
 chiuso a chiave disse Les, correndo verso di lui con le chiavi in mano. L'uomo le prese
senza dire una parola e svit il tappo, che appoggi sopra il portabagagli.
Super? chiese l'uomo, alzando gli occhi da sotto la tesa ombrosa del cappello.
S, la prego rispose Les.
Quanta?
Pu fare il pieno.
Il cofano era caldissimo. Les ritrasse di scatto la mano, imprecando. Prese il fazzoletto, se lo
avvolse intorno alla mano e sollev il cofano. Quando svit il tappo del radiatore, l'acqua bollente
schizz fuori schiumando e ricadde in una nuvola di vapore sul terreno bruciato.
Oh, bene borbott fra s.
L'acqua che usciva dal tubo di gomma era quasi altrettanto calda. Marian accorse e si bagn il
dito nel fiotto lento, mentre Les teneva il tubo sopra il radiatore.
Oh... accidenti disse lei, delusa, e diede un'occhiata all'uomo in tuta. Non avete dell'acqua
fresca? gli chiese.
L'uomo rimase a testa bassa, con la bocca chiusa a formare una linea sottile, piegata verso il
basso.
Un fulmine di guerra, il nostro amico sussurr Marian a Les, poi si avvicin per farsi sentire.
Mi scusi disse.
L'uomo sollev la testa di scatto, come colto di sorpresa, con gli occhi neri che sembravano
carboni ardenti. Prego? si affett a rispondere.
Potrebbe procurarci dell'acqua fresca?
La gola rugosa dell'uomo and su e gi. Non qui, signora, disse ma...
S'interruppe, e la fiss con occhi vacui.
Voi... voi venite dalla California, vero? domand.
Esatto.
E... dove siete diretti?
New York rispose Marian con impazienza. Ma dove possiamo trovare...
L'uomo corrug le sopracciglia scolorite. New York ripet. Bello lontano...
Dove possiamo trovare l'acqua? insist Marian.
Ecco, disse l'altro, piegando le labbra in un accenno di sorriso qui non ce n', ma se venite
fino a casa mia, mia moglie ve ne procurer un po'.
Oh fece Marian, stringendosi appena nelle spalle. Va bene.
Mentre mia moglie vi procura l'acqua potete dare un'occhiata al mio zoo propose l'uomo,
poi si inginocchi e avvicin l'orecchio al parafango per sentire se il serbatoio era pieno.
Dobbiamo andare a casa sua per avere l'acqua disse Marian a Les mentre lui svitava uno dei
tappetti della batteria.
Ah, s? D'accordo.
L'uomo spense la pompa e riavvit il tappo.
New York, eh? disse, guardandoli. Marian fece un sorriso di circostanza e annu.
Quando Les ebbe richiuso il cofano, salirono in macchina e seguirono il furgoncino diretto
verso la casa del benzinaio.
Ha uno zoo disse Marian, in tono inespressivo.
Sai che divertimento comment Les mentre mollava la frizione e la macchina si avviava
lungo la stradina che scendeva dalla stazione di servizio.
Mi fanno una rabbia disse Marian.
Da quando avevano lasciato Los Angeles avevano visto decine di quegli zoo. In genere erano
collocati nei pressi dei distributori di benzina, con lo scopo di attirare clienti extra. Si trattava sempre di
penosi assortimenti di animali: squallide gabbiette in cui intristivano volpi smunte e malridotte che li fissavano con occhi allucinati, serpenti a sonagli raggomitolati e quasi sempre addormentati, magari un'aquila dal piumaggio arruffato che li guardava torva da un angolo buio. Di solito non mancava, in quei cosiddetti zoo, un lupo o un coyote legato alla catena, creature tristi e male in arnese che disegnavano senza posa un cerchio il cui raggio dipendeva dalla lunghezza della catena, e che non guardavano mai in faccia i visitatori, ma fissavano il vuoto con occhi arrossati, nel loro incessante camminare su zampette rachitiche.
Li odio disse amaramente Marian.
Lo so, piccola rispose Les.
Se non avessimo bisogno d'acqua, non ci andrei proprio, in quella dannata casa.
Les sorrise. Hai ragione, Ma disse tranquillo, cercando di evitare le buche sul fondo stradale.
Oh! Fece schioccare le dita. Mi sono dimenticato di chiedergli come si fa a tornare sull'autostrada.
Glielo chiederai quando saremo arrivati a casa sua disse lei.
La casa era di un marrone avvizzito, una struttura di legno a due piani che dimostrava almeno
un secolo di et, al di l della quale c'era una fila di capanni bassi e squadrati.
Lo zoo disse Les. Leoni, tigri e tutto il resto.
Sciocchezze disse lei.
Si ferm davanti alla casa silenziosa e vide l'uomo con lo Stetson che scendeva dal sedile
polveroso del suo furgoncino e saltava sulla pedana di assi di legno.
Vado a prendervi l'acqua disse subito, e si avvi verso la casa. Poi si ferm e si volt a
guardarli. Lo zoo  sul retro disse, indicando con un cenno del capo.
Lo videro salire i gradini della vecchia casa. Poi Les si stiracchi e sbatt gli occhi per la luce
accecante del sole.
Vogliamo andare a vedere lo zoo? chiese a sua moglie, cercando di non sorridere.
No.
Oh, dai.
No, non ho voglia di vederlo.
Io vado a dare un'occhiata.
Be'... d'accordo disse lei. Ma non mi far un buon effetto.
Girarono intorno alla casa costeggiandola, all'ombra.
Oh,  piacevole disse Marian.
Ehi, si  scordato di farci pagare.
Lo far dopo disse lei.
Si avvicinarono alla prima gabbia e scrutarono nell'interno buio attraverso la finestrella di
mezzo metro quadrato sbarrata da una fitta grata.
 vuota disse Les.
Bene.
Che strano zoo.
Procedettero lentamente verso la seconda gabbia. Guarda quanto sono piccole disse Marian
con aria avvilita. Chiss se a lui piacerebbe essere rinchiuso in una di queste gabbie.
Si ferm.
No, non ho nessuna intenzione di guardare disse, arrabbiata. Non voglio vedere come
soffrono quei poveri animali.
Voglio dare solo un'occhiata disse Les.
Sei un mostro.
Lo sent fare una risatina mentre si avvicinava alla seconda gabbia. Sbirci dentro.
Marian! Il suo grido la fece sussultare.
Che c'? chiese lei, correndo preoccupata verso di lui.
Guarda.
Les aveva gli occhi fissi sulla gabbia.
Marian emise un fremito. Oh, mio dio!
Dentro la gabbia c'era un uomo.
Marian lo osserv con aria incredula, senza nemmeno rendersi conto delle grosse gocce di
sudore che le scorrevano sulla fronte.
L'uomo era sdraiato a terra a gambe divaricate come un burattino rotto, sopra una sudicia
coperta militare. Aveva gli occhi aperti, ma non vedeva. Le pupille erano dilatate, e sembrava come
drogato. Le mani sporche poggiavano inerti sul leggero strato di paglia del pavimento, stecchi immobili
di carne e ossa. Aveva la bocca spalancata, quasi una ferita da cui sporgevano i denti gialli, e le labbra
secche e screpolate.
Quando Les si volt vide che Marian gli aveva puntato gli occhi addosso, stravolta, con la
pelle tirata sulle guance esangui.
Che significa? gli chiese, con la voce scossa da un leggero tremito.
Non lo so.
Torn a dare un'altra occhiata dentro la gabbia, quasi dubitasse di quello che aveva visto, poi
si rivolse di nuovo a Marian. Non lo so ripet, sentendo il cuore che gli batteva all'impazzata.
Si guardarono per un istante, con gli occhi che tradivano tutto lo sbigottimento per qualcosa
che non riuscivano a capire.
Che dobbiamo fare? domand Marian, quasi in un sussurro.
Les mand gi a fatica il groppo che aveva in gola. Guard ancora nella gabbia. Sa... salve
si sent dire. Pu...
Si interruppe subito, con il pomo d'Adamo che gli andava su e gi. L'uomo era in stato di
coma.
Guard sua moglie. E tutto a un tratto si sent drizzare i capelli sulla testa, perch lei, muta e
sgomenta, si era gi avvicinata alla gabbia successiva per guardare.
Corse sulla terra secca, sollevando nuvolette di polvere.
No... mormor, guardando a sua volta dentro la gabbia successiva. Si sent tremare in modo
incontrollato, mentre Marian gli si faceva vicino.
Oh, mio dio, ma questo  orribile esclam lei, fissando atterrita il secondo uomo
prigioniero.
Trasalirono entrambi quando l'uomo alz lo sguardo su di loro, rivelando occhi sbarrati, senza
vita. Per un attimo il suo corpo abbandonato si mosse di qualche centimetro e le sue labbra secche
fremettero come se stesse cercando di dire qualcosa. Un rivolo di saliva gli usc da un angolo della
bocca e scivol lungo il mento ricoperto da una barba scura. Per un momento la sua faccia sudata e
striata di sporco divenne una maschera di supplica impotente.
Poi la testa gli rotol di lato e i suoi occhi si rovesciarono all'indietro.
Marian si ritrasse dalla gabbia, portandosi una mano tremante sulla guancia.
Quell'uomo  pazzo farfugli, e tutto a un tratto si mise a guardare verso la casa silenziosa.
Poi si volt anche Les e i due si resero improvvisamente conto che quell'uomo, quello che li
aveva invitati a visitare il suo zoo, si trovava dentro casa.
Les, che facciamo? La voce di Marian era agitata da un isterismo crescente.
Lui si sentiva intorpidito, travolto dall'impatto di ci che aveva visto. Per un lungo momento
non seppe fare altro che restare l a tremare e a fissare sua moglie, con la sensazione di vivere un sogno
assurdo.
Poi strinse le labbra e il calore sembr scatenarsi su di lui.
Andiamo via di qui disse di scatto, e la prese per mano.
L'unico rumore fu il loro pesante ansimare e il ciabattare veloce dei sandali di Marian sul
terreno duro. L'aria vibrava di un calore intenso che toglieva loro il fiato, e li faceva grondare di sudore.
Pi veloce rantol Les, tirandola.
Poi, mentre svoltavano l'angolo della casa, si bloccarono entrambi con una violenta
contrazione dei muscoli e cominciarono a indietreggiare.
No! L'urlo stravolto di Marian le trasform la faccia in una maschera di orrore.
L'uomo si trovava fra loro e la macchina e gli puntava addosso un lungo fucile a due canne.
Les non cap come mai l'idea gli sfiorasse il cervello proprio in quel momento. Ma
all'improvviso gli divenne evidente che nessuno sapeva dove fossero lui e Marian, e che nessuno aveva
la pi pallida idea di dove cominciare a cercarli. Travolto da un panico crescente ripens a quando
quell'uomo aveva chiesto loro da dove venissero, e a quando aveva controllato la loro targa della
California.
A questo punto lo sent parlare, con voce gelida, priva di emozioni.
Adesso tornate indietro ordin loro. Allo zoo.
Dopo che ebbe rinchiuso la coppia in una delle gabbie, Merv Ketter torn a piccoli passi verso
la casa tenendo il grosso fucile sotto il braccio destro, con la canna puntata verso il basso. Non aveva
provato nessun piacere in ci che aveva fatto, solo una spossante sensazione di sollievo che per un
momento aveva rilassato i muscoli irrigiditi del suo corpo. Ma la tensione stava gi tornando a
impadronirsi di lui. Non lo abbandonava mai, tranne che nei pochi minuti occorrenti a intrappolare
un'altra preda e a chiuderla in gabbia.
Anzi, forse stavolta la tensione era ancora pi forte. Era la prima volta che chiudeva in gabbia
una donna. Quella consapevolezza gli fece venire al petto un nodo gelido di disperazione. Una donna:
aveva chiuso una donna nella sua gabbia. Emise un sospiro tremante, mentre saliva i gradini traballanti
della veranda sul retro.
Poi, quando la doppia porta si richiuse sbattendo alle sue spalle, la sua lunga bocca s'irrigid.
Be', che avrebbe dovuto fare? Gett il fucile sull'incerata gialla che ricopriva il tavolo della cucina, e
un altro sospiro gli usc a fatica dal petto dolorante. Che altro potevo fare?, si chiese. Attravers il
linoleum consumato della cucina sbatacchiando gli stivali e si diresse verso il salotto silenzioso, trafitto
dai raggi del sole.
Quando si lasci cadere pesantemente sulla vecchia poltrona, svuotato di ogni energia, si
sollev una nuvoletta di polvere. Che cosa avrebbe dovuto fare? Non aveva scelta.
Per la millesima volta si guard l'avambraccio sinistro, osservando la leggera protuberanza
rossastra appena sotto il gomito. Dentro la sua carne il piccolo cono metallico ronzava sommessamente.
Lo sapeva anche senza sentirlo. Non smetteva mai.
Si abbandon all'indietro emettendo un gemito di stanchezza e appoggi la testa contro lo
schienale della poltrona. Gir lo sguardo per la stanza, senza quasi rendersene conto, oltre la sbarra di
luce in cui danzavano granelli di polvere, fino alla mensola del caminetto.
Il fucile Mauser... lo osserv. La Luger, il proiettile di bazooka, la bomba a mano, tutti ancora
funzionanti. Il suo cervello tormentato si gingill per un attimo con l'idea di puntarsi la Luger alla tempia, il fucile sul fianco, e addirittura di estrarre la linguetta della bomba a mano e stringersela contro lo stomaco.
Eroe di guerra. La frase gli grav addosso in tutta la sua crudele ironia. Aveva perso da tempo
il suo confortante significato. Una volta ci teneva a essere un eroe di guerra, ci teneva alle medaglie, ai riconoscimenti, alle lodi, alle espressioni di ammirazione.
Poi era morta Elsie, poi non c'erano state pi le battaglie e l'orgoglio. Si era ritrovato solo in
mezzo al deserto, con i suoi trofei e nient'altro.
E poi un giorno era andato a caccia nel deserto.
Chiuse gli occhi e deglut in modo convulso. Che senso aveva ricordare, rimpiangere? In lui
c'era ancora la voglia di vivere. Magari una voglia stupida, inutile, ma c'era lo stesso, e non poteva liberarsene. Non dopo due vittime, non dopo cinque, no, e nemmeno dopo sette.
Si trafisse dolorosamente il palmo della mano con le unghie sporche, fino a tagliarsi la pelle.
Ma una donna, una donna. Il pensiero lo colp come una coltellata. Non aveva mai pensato di fare
prigioniera una donna.
Preda di una rabbia impotente, si picchi il pugno sulla gamba. Non poteva farci nulla. Certo,
aveva visto la targa della California, ma non aveva intenzione di compiere un atto del genere. Poi la donna aveva chiesto dell'acqua e all'improvviso lui aveva capito che non aveva scelta, che doveva farlo.
Gli erano rimasti solo due uomini.
Quando aveva scoperto che la coppia era diretta a New York, la tensione gli si era scatenata
sotto forma di alti e bassi, andando e venendo in un ritmo spastico mentre gi sapeva nel profondo che li avrebbe portati fino a casa e li avrebbe invitati a visitare il suo zoo.
Avrei dovuto fargli un'iniezione, si disse. Potrebbero mettersi a gridare. Dell'uomo non gli
importava niente, era abituato a sentirli gridare. Ma la donna...
Merv Ketter riapr gli occhi e fiss disperato il caminetto, la fotografia della sua defunta
moglie, le armi che erano state la sua gloria e che adesso non contavano pi niente... ferro e legno senza valore, senza sostanza.
Eroe.
La parola gli fece venire il voltastomaco.
Il pulsare vischioso rallent, si interruppe per una frazione di secondo, poi ricominci,
riempiendo il guscio interno del proprio suono sibilante e schiumoso. Un'ondata flaccida di agitazione s'incresp lungo la fila di spire muscolari. La creatura fremette. Era l'ora.
Pensiero. La bolla d'aria informe, leggera come garza, si inturgid, lo racchiuse. La creatura
si mosse, un'ondulazione, un serpeggiare gelatinoso all'interno della bolla scintillante. Un sussulto, una contorsione, un flusso oscillante di tessuti collosi.
Ancora pensiero... un'onda direzionale. Il sibilo dell'ingresso in atmosfera, il fremito
silenzioso del metallo. Aperto. Uno scatto e subito richiuso. All'orizzonte il sangue del crepuscolo. Un lento e muto tuffo nell'aria, un pallone incolore ripieno di qualcosa d'informe, di qualcosa di vivo.
Terra, fresca. La creatura la tocc, ne prese possesso. Al suo incedere minaccioso ogni cosa
vivente si allontanava. Nella sua scia filamentosa il terreno diventava iridescente, con una colorazione verde e gialla.
Attento.
L'inatteso bisbiglio di Marian per poco non gli fece cadere dalle dita la limetta per le unghie.
Les ritrasse subito la mano e si nascose nell'ombra, la guancia contratta e madida di sudore. Il sole era quasi al tramonto.
Sta venendo in questa direzione? chiese Marian, con la voce roca per l'arsura.
Non lo so. Lui rimase all'erta, tenendo d'occhio l'uomo in tuta che si avvicinava, sentendo
lo scricchiolare del suo passo frettoloso sul terreno cotto dal sole. Cerc di deglutire, ma ormai ogni liquido in lui era stato prosciugato dal calore pomeridiano, e tutto quello che produsse la sua gola fu un inutile schiocco. Temette che l'uomo potesse notare la profonda scalfittura prodotta dalla lima sulla sbarra della finestrella.
L'uomo con lo Stetson si avvicinava velocemente, duro e impassibile in volto, con le mani che
descrivevano piccoli archi lungo i fianchi.
Che avr intenzione di fare? La voce di Marian era quasi irriconoscibile per il nervosismo, e
l'improvviso ritorno della paura le aveva fatto dimenticare anche il disagio fisico.
Les si limit a scuotere la testa. Per tutto il pomeriggio non aveva fatto che rivolgersi quella
stessa domanda. Dopo essere stato rinchiuso in gabbia, dopo che l'uomo era tornato a casa sua, durante
i primi terribili minuti e per il resto del tempo fino a quando Marian non aveva trovato la limetta per le
unghie nella tasca dei pantaloncini, e il panico iniziale aveva man mano assunto la forma di una
speranza di fuga. Per tutto quel tempo la domanda lo aveva assillato senza requie. Che aveva intenzione
di fare, di loro due?
Ma non era verso la loro gabbia che l'uomo si dirigeva. Les e Marian si lasciarono andare
entrambi, sentendo la tensione che si allentava un po'. L'uomo non aveva nemmeno degnato di
un'occhiata la gabbia in cui si trovavano, anzi sembrava proprio avere evitato di guardarla mentre
passava.
Poi fu fuori dal loro campo visivo, e lo sentirono che apriva il chiavistello di una delle altre
gabbie. Lo scorrere stridulo e raspante del metallo arrugginito fece irrigidire tutti i muscoli dello
stomaco di Les.
L'uomo con lo Stetson ricomparve.
Marian trattenne il fiato. Videro tutti e due l'uomo svenuto che veniva trascinato lungo il
terreno, con i talloni che scavavano piccoli solchi nella polvere.
Dopo qualche metro, l'uomo in tuta moll le braccia inerti dell'altro, che cadde al suolo con un
tonfo sordo. A questo punto il loro carceriere si guard dietro, voltando la testa di scatto. Mosse
rapidamente gli occhi, frugando in tutte le direzioni.
Che star cercando? chiese Marian in un bisbiglio tremante.
Marian, non lo so proprio.
Lo lascia l! esclam lei, quasi in un gemito.
I loro occhi si riempirono di una paura frastornata quando videro l'uomo in tuta tornare verso
la casa, le lunghe gambe che si muovevano rapide e la testa che si girava a scatti di qua e di l. Dio
santissimo, ma che sta cercando?, si domand Les, che sentiva crescere dentro di s un terrore senza
nome.
All'improvviso l'uomo s'immobilizz e si strinse il braccio sinistro. Quindi si lanci
immediatamente in una corsa sfrenata, salendo i gradini della veranda due a due. La doppia porta si
richiuse rumorosamente alle sue spalle, poi cal un silenzio mortale.
Marian non riusc a soffocare un singhiozzo. Ho paura disse con una vocetta appena udibile,
scossa da un tremito.
Anche Les aveva paura. Non sapeva di che cosa, ma aveva una paura terribile. Brividi gelati
gli correvano su per la schiena, risalendo fino al collo. Continu a tenere gli occhi sbarrati sul corpo
dell'uomo accasciato a terra, su quel volto pallido e immobile che fissava, senza vederlo, il cielo
sempre pi scuro.
Les fece un salto quando sent la porta sul retro della casa che veniva sbattuta e chiusa a
chiave.
Silenzio. Come un grande drappo soffocante che gravava su di loro con il peso di un macigno.
L'uomo inerte a terra. I loro respiri accelerati, affannosi, le labbra tremanti, gli occhi inchiodati in
modo quasi ipnotico su quella figura immobile.
Marian strinse una mano a pugno e affond i denti nelle nocche. Il sole bordava l'orizzonte di
un nastro scarlatto. Silenzio. Silenzio assoluto.
Silenzio.
Rumore.
Smisero tutti e due di respirare. Restarono immobili, a bocca spalancata, ascoltando quel suono
mai sentito prima. I corpi s'irrigidirono mentre tendevano le orecchie...
Un tonfo sordo, qualcosa che strisciava, fluiva ondeggiando...
Oh, dio! La voce di Marian era un rantolo di orrore convulso. Si gir e si port le mani
davanti agli occhi.
Si stava facendo buio e Les non poteva essere certo di quello che vedeva. Rimase come
paralizzato e incapace di connettere nell'aria fetida della gabbia, bianco come un cencio, fissando
quella cosa che strisciava verso il corpo dell'uomo. Quella cosa che aveva forma e non l'aveva, che
serpeggiava come un flusso di gelatina scintillante.
C'era un urlo nella sua gola che non riusciva a emergere. Tent di muoversi, ma non ne fu
capace. Non voleva vedere, non voleva sentire quell'orrendo rumore gorgogliante, come di acqua che
venisse risucchiata da un'immensa fogna, quel fangoso schiumare come di pece in un calderone
ribollente.
No, continuava a ripetere la sua mente, incapace di accettare quella vista. No, no, no!
Poi l'urlo li colse di sorpresa, e i loro corpi sussultarono come se fossero composti di stracci.
Marian si lanci contro una parete della gabbia, travolta dall'orrore e dalla nausea.
L'uomo non era pi a terra. Les guard il punto in cui si era trovato fino a poco prima, fiss
imbambolato la massa luminosa che pulsava come un cumulo di plancton e cullato dal suo pigro
ondeggiare.
Continu a guardarla finch non ebbe completamente divorato l'uomo.
Poi si volt sulle gambe legnose e raggiunse strisciando Marian, che gli premette le dita
tremanti sulla schiena e gli affond nella spalla il viso stravolto, rigato di lacrime. Fece scivolare le
braccia meccanicamente intorno a lei, guardandola con un'espressione vacua e atterrita. Al di l di
quell'orrore che gli attanagliava il corpo sentiva vagamente il bisogno di consolarla, di alleviare la sua
paura.
Ma non ci riusc. Aveva come la sensazione che artigli invisibili gli avessero squarciato il
torace, rovesciandone fuori tutte le interiora. Non gli restava nulla, solo un vuoto gelido, orlato di
ghiaccio. E in quel vuoto un coltello che gli penetrava nel cuore ogni volta che sprazzi di lucidit gli
davano la consapevolezza del posto in cui si trovava.
Quando l'urlo si lev, Merv si copr le mani con le orecchie cos forte da farsi venire mal di
testa.
Sembrava ormai impossibile non sentire quel rumore. Le porte non chiudevano bene, le
finestre non lasciavano fuori il mondo esterno, le pareti erano troppo porose... e le urla giungevano
sempre fino a lui.
Forse era perch le aveva sempre in testa anche quando non c'erano porte da chiudere e
finestre da bloccare per tenerle lontane. S, forse erano proprio nella sua mente. Questo spiegava perch
le sentiva anche nel sonno.
Poi, quando tutto fu finito e Merv seppe che la cosa se n'era andata via, torn arrancando in
cucina e apr la porta. Quindi, come un robot guidato da meccanismi insensibili, si diresse verso il
calendario e fece un circoletto sulla data. Domenica 22 agosto.
L'ottavo uomo.
La matita scivol dalle sue dita molli e rotol sul linoleum. Sedici giorni... un uomo ogni due
giorni per sedici giorni. Il calcolo era semplice. La verit non altrettanto.
Passeggi nel salotto, entrando e uscendo dal raggio della lampada che proiettava un lucore
burroso sui suoi lineamenti sfatti, per poi appassire quando lui rientrava nell'ombra. Sedici giorni. Gli
sembravano sedici anni da quando si era inoltrato nel deserto a caccia di conigli. Possibile che fosse
successo appena sedici giorni prima?
Rivide di nuovo la scena con gli occhi della mente; non lo abbandonava mai. Lui che si
trascinava sulla sabbia, nel tardo pomeriggio, con il fucile pronto a fare fuoco, ruotando lentamente la
testa con gli occhi che scrutavano da sotto la tesa del cappello.
Poi, mentre oltrepassava la cresta di una duna cespugliosa, si era bloccato con un rantolo
soffocato, gli occhi puntati sul globo che risplendeva come una luce immersa nell'acqua. Un tuffo al
cuore, e subito tutti i muscoli tesi per quella visione inaspettata.
Si era avvicinato, andando a finire proprio sotto la sfera iridescente che filtrava gli ultimi raggi
del sole, traendone una luminosit rossastra.
Un grido gli si era strozzato in gola quando sulla superficie del globo era apparsa l'apertura
circolare. E da quell'apertura era uscito fluttuando...
Allora si era girato ed era scappato a gambe levate, con il fiato mozzo mentre si arrampicava
freneticamente su per la collinetta, gli stivali che affondavano nella sabbia. Giunto in cima si era messo
a correre come un forsennato, con la mano stretta sul fucile che gli sbatteva contro la gamba.
Poi il suono sopra di lui... come una fuoriuscita di gas. Quasi impazzito per la paura, Merv si
era girato a guardare, e un urlo terrificante aveva deformato la sua faccia in una maschera di orrore.
Tre metri sopra la sua testa era sospeso il globo luminescente.
Merv si era lanciato in avanti a grandi balzi, sentendosi la schiena accarezzata da un calore
fetido. Sconvolto dal terrore, aveva guardato di nuovo in alto e aveva visto quella cosa scendere verso
di lui. Due metri... un metro e mezzo...
Merv Ketter era caduto in ginocchio e, voltandosi, aveva puntato il fucile. Il silenzio del
deserto era stato trafitto dall'esplosione.
Un urlo strozzato gli era uscito dalla gola alla vista dei pallini che si irradiavano sulla bolla
luminosa e tornavano indietro come sassolini che rimbalzassero su un pallone. Qualcuno gli aveva
colpito una spalla e un braccio mentre si gettava di lato e il fucile gli era caduto dalla mano paralizzata.
Poco pi di un metro... mezzo metro... Il calore lo aveva circondato, e quell'odore nauseabondo lo
aveva preso alla gola, mentre l'aria sembrava ribollire davanti ai suoi occhi.
Aveva alzato le mani. No!
Poi era finito in una pozza d'acqua senza accorgersene e si era ritrovato a sguazzare in una
fanghiglia calda e limacciosa. Ormai era in trappola, e la melma si era scagliata su di lui. Le sue urla
erano andate perdute nel flusso vorticoso di gas e le sue braccia disarticolate erano state imprigionate
da una patina glutinosa. Aveva mosso intorno gli occhi sbarrati dal terrore e aveva visto una gelatina
tremolante, piena di lustrini rotanti. L'orrore gli aveva annebbiato la mente e aveva avuto la netta
sensazione che la sua vita stesse per essere risucchiata via.
Ma non era morto.
Aveva respirato quell'aria, anche se grumosa e di un fetore rivoltante. I suoi polmoni avevano
fatto del loro meglio e, sia pure mettendosi una mano davanti alla bocca, era riuscito a riempirli.
Poi qualcosa si era mosso nel suo cervello.
Merv aveva cercato di dimenarsi e di gridare, ma non ci era riuscito. Era come se delle vipere
gli avessero annebbiato la mente, mordendo con denti avvelenati i tessuti del suo pensiero.
I serpenti avevano stretto la presa. Potrei ucciderti adesso: le parole lo avevano corroso come
acido. Aveva i muscoli del collo rigidi, ed era impossibilitato a muoverli, come se fossero avviluppati
in una colla purulenta.
Poi altre brucianti parole si erano formate, e si erano incise indelebilmente nel suo cervello.
Tu mi devi procurare del cibo.
Tremava ancora adesso, in piedi davanti al calendario, fissando i circoletti a matita.
Che altro avrebbe potuto fare? La domanda lo assillava come un mendicante affamato. La
creatura aveva preso pieno possesso della sua mente. Sapeva dov'era casa sua, la sua stazione di
rifornimento, sapeva di sua moglie, e sapeva tutto del suo passato. Gli aveva detto quello che doveva
fare, senza lasciargli scelta, e lui non aveva potuto che obbedire. Chi si sarebbe lasciato uccidere in
quel modo, se avesse avuto una qualsiasi alternativa? Chi? Non avrebbe preferito promettere il mondo
intero, pur di liberarsi da quell'orrore?
Cupo in volto, tremante, Merv sal al piano di sopra sulle gambe fiacche; sapeva gi che non
sarebbe riuscito a dormire, ma and lo stesso nella sua stanza.
Si butt sul letto, si sfil una scarpa e si mise a guardare con occhi vacui il pavimento, e quel
tappeto che Elsie aveva intessuto con le sue mani tanto tempo prima.
S, aveva promesso di obbedire agli ordini della creatura, che poi gli aveva infilato nel braccio
quel minuscolo cono ronzante, in modo che lui potesse fuggire solo squarciandosi la carne e morendo
dissanguato.
Poi quel vomito d'inferno lo aveva sputato sulla sabbia del deserto e lui era rimasto l, muto e
tremante, mentre la creatura si sollevava lentamente nel cielo. E aveva sentito nel cervello il suo ultimo
avvertimento.
Fra due giorni...
E cos Merv aveva cominciato la lunga, snervante trafila di catture, imprigionando esseri
innocenti per proteggersi dal destino che sapeva gi segnato per loro.
E la cosa orribile, la cosa pi orribile, era che sapeva di doverlo fare ancora. Sapeva che
avrebbe fatto qualsiasi cosa per tenere lontano quel mostro da s. Anche se questo significava che la
donna doveva...
Gli si paralizz la bocca. Chiuse gli occhi e sedette sul letto, tremando senza pi controllo.
Che avrebbe fatto, una volta sacrificata la coppia? E se non si fosse pi fermato nessuno alla
stazione di servizio? E quando fosse capitata la polizia a fare indagini sulla scomparsa di undici
persone?
Le sue spalle ebbero un fremito, mentre un singhiozzo angoscioso gli pulsava nella gola.
Prima di sdraiarsi bevve un'abbondante sorsata dalla bottiglia di whisky, ormai quasi vuota.
Giacque nell'oscurit in attesa, come una molla pronta a scattare, senza che quella pozza di calore nello
stomaco riuscisse a contrastare il gelo e la solitudine che lo attanagliavano.
Il cono ronzava sommessamente nel suo braccio.
Les stacc l'ultima sbarra e si ferm per un attimo, piegando la testa sul petto e respirando a
fatica attraverso i denti stretti, mentre i polmoni pompavano come mantici. Sentiva un dolore pulsante
in ogni articolazione della schiena e delle spalle.
Poi inal ansimando un'ultima boccata d'aria. Muoviamoci disse in un rantolo.
Gli tremavano le braccia mentre aiutava Marian a trascinarsi verso l'apertura.
Non fare rumore. Spossato com'era per la sete, la fame, la stanchezza e per il lungo lavoro
con la lima che gli aveva ridotto a pezzi i muscoli, stentava a parlare.
Non riusc a far passare dal varco la gamba, e dovette infilarsi con la testa attraverso quella
finestrella dagli orli taglienti, spingendo e dimenandosi, sentendo le schegge di legno che gli
penetravano nella carne madida di sudore. Quando tocc terra il dolore dell'impatto gli si trasmise
lungo le braccia, e per un attimo fu avvolto da un'oscurit punteggiata di luci.
Marian lo aiut a rialzarsi.
Andiamo ripet Les, senza fiato, e tutti e due cominciarono a correre verso la parte anteriore
della casa.
Ma quasi subito la prese per un braccio e la costrinse a fermarsi.
Togliti quei sandali le ordin con voce roca. Lei si chin in fretta e se li slacci.
La casa era buia mentre loro svoltavano l'angolo e sfrecciavano lungo il fianco, sotto le
finestre che riflettevano il chiarore della luna.
Grazie a dio ansim Les fra s quando raggiunsero il cortile sul davanti.
La macchina era ancora l. Mentre correvano verso di essa, Les si frug nella tasca posteriore
dei calzoni e tir fuori il portafogli. Vi frug con le dita che gli tremavano e sent il metallo freddo
della chiave di riserva della macchina. Era sicuro che non avrebbe trovato l'altra a bordo.
Giunsero alla macchina.
Svelta le disse ansimando, poi spalancarono le porte ed entrarono. Les si rese conto che
stava tremando di freddo nell'aria pungente della notte. Tir fuori la chiave e armeggi per infilarla nel
cruscotto. Avevano lasciato lo sportello aperto, pensando di richiuderlo quando il motore si fosse
avviato.
Les trov la fessura e infil la chiave, poi trasse un profondo respiro e rimase immobile, col
fiato sospeso. Se quel tipo aveva manomesso il motore, erano perduti.
Ci siamo mormor, pigiando il pulsante d'accensione.
Il motore tossicchi e gir una volta, con un grugnito. La gola dolorante di Les non riusc a
deglutire, poi lui ritrasse la mano e guard con preoccupazione la casa buia.
Oh, dio, non parte? bisbigli Marian, sentendosi venire la pelle d'oca sulle braccia e sulle
gambe.
Non lo so, spero che sia solo freddo il motore si affrett a rispondere Les. Riprese fiato, poi
premette di nuovo il pulsante, pompando sulla valvola dell'aria.
Il motore torn a girare, ma in modo sonnacchioso. Oh dio, lo ha manomesso davvero! Il
pensiero esplose nella testa di Les. Continu freneticamente a pigiare il pulsante, con il corpo irrigidito
dalla paura. Ma perch non l'abbiamo spinta fino alla strada principale? Quel nuovo pensiero gli faceva
corrugare la fronte.
Les!
Sent la mano di Marian che artigliava la sua e quasi istintivamente il suo sguardo corse alla
casa.
Si era accesa la luce a una finestra del secondo piano.
Oh Ges, parti! url Les in un accesso di rabbia repressa, e spinse il pulsante con il dito
ormai rigido.
Il motore si avvi brontolando e Les si sent travolgere da un'ondata di sollievo.
Immediatamente afferrarono gli sportelli e li richiusero con violenza, mentre lui teneva il piede pigiato
sul gas per scaldare il motore.
Quando ingran la prima, alla finestra apparvero la testa e il busto dell'uomo. Url qualcosa,
ma n Les n Marian lo sentirono: la sua voce fu coperta dal rombo del motore.
La macchina schizz in avanti e si ferm.
Les imprec rabbiosamente e spinse di nuovo il pulsante. Il motore ripart e Les rilasci la
frizione. La macchina saltell sul terreno irregolare. Intanto l'uomo non era pi alla finestra. Marian,
con gli occhi sempre incollati sulla casa, vide accendersi le luci del piano terra.
Presto! url, quasi supplicando.
La macchina prese velocit e Les, passando in seconda, la costrinse a percorrere uno stretto
semicerchio. Le gomme slittarono sul terreno duro. Mentre puntava verso la strada principale, Les
inser la terza e accese i fari. La luce squarci le tenebre.
Dietro di loro ci fu uno sparo, e tutti e due piegarono spasmodicamente le spalle in avanti,
mentre qualcosa bucava il tettuccio con un rumore stridulo. Les schiacci l'acceleratore a tavoletta e la
macchina balz in avanti, ondeggiando e saltellando sul fondo pieno di buche.
Un altro colpo di fucile squarci il silenzio della notte, e met del lunotto posteriore esplose in
una pioggia di schegge. Anche stavolta Les e Marian si chinarono freneticamente in avanti. Les emise
un grugnito nel sentire una scheggia di vetro che gli sfiorava il collo, tagliente come un rasoio.
Strinse le mani sul volante in modo convulso mentre la macchina infilava un piccolo fossato e
per poco non urtava un terrapieno sul lato sinistro della strada. Resistette alla sollecitazione irrigidendo
le braccia e riusc a riportare la macchina al centro della strada, urlando a Marian: Dov'?
Lei gir la faccia stravolta.
Non riesco a vederlo!
Les deglut diverse volte, mentre la macchina continuava a sgroppare e barcollare tra le buche,
con le luci che cambiavano pazzamente direzione a ogni sussulto.
Adesso raggiungiamo la prima citt, pensava freneticamente Les, avvisiamo lo sceriffo e
cerchiamo di salvare quel povero diavolo. La strada divenne meno irregolare e lui affond il piede sul
gas. Raggiungiamo la prima citt e...
Marian url. Attento!
Non riusc a fermarsi in tempo. Il cofano s'infil come una scheggia nel pesante cancello che
chiudeva la strada e la macchina si ferm di scatto, proiettandoli in avanti. Marian and a sbattere
contro il cruscotto, e con la testa urt il parabrezza. La macchina si blocc e le luci si spensero
all'istante.
Les si scost dal volante, respirando a fatica per la durezza dell'impatto.
Tesoro, presto disse ansimando.
Marian emise un singhiozzo strozzato. La mia testa, la mia testa! Les rimase per un attimo
come paralizzato, guardandola mentre lei piegava la testa in uno spasimo di dolore, con una mano
premuta sulla fronte.
Poi spalanc lo sportello dalla sua parte e le afferr la mano libera. Marian, dobbiamo
andarcene da qui!
Lei continu a piangere disperata, e Les dovette quasi trascinarla di peso fuori dalla macchina.
Poi le mise un braccio intorno alla vita e l'aiut a tenersi in piedi. Alle sue spalle sent il rumore di
passi pesanti che correvano lungo la strada e vide, voltandosi, la luce di una torcia che ballonzolava e
che poi si punt su di loro.
Marian croll accanto al cancello. Les rimase con lei, sorreggendola, e tremando d'impotenza
quando l'uomo li raggiunse correndo con una .45 nella destra e la torcia nella sinistra.
Gli punt la luce dritto negli occhi, abbagliandolo.
Indietro ordin l'uomo, ansimando pesantemente, e indicando la casa con la canna della
pistola.
Ma mia moglie  ferita! esclam Les. Ha sbattuto la testa contro il parabrezza. Non pu
rinchiuderla in una gabbia!
Ho detto indietro! L'urlo dell'uomo fece trasalire Les.
Non  in grado di camminare,  svenuta!
Les sent che il corpo dell'uomo veniva scosso da un respiro rantolante, e not che era nudo
dalla vita in su, e che tremava di freddo.
Allora la porti in braccio gli intim lo sconosciuto.
Ma...
C' bisogno che vi spari su due piedi?! strill l'uomo reprimendo a fatica la rabbia.
No, no. Les tremava vistosamente quando raccolse il corpo inerte di Marian. L'uomo si fece
di lato e Les si avvi, cercando di tenere d'occhio nello stesso tempo la faccia di Marian e la strada
davanti a s.
Tesoro le disse piano. Marian?
La testa di lei era abbandonata sul suo avambraccio sinistro e i corti capelli biondi le si
increspavano sulle tempie e sulla fronte. Les sent crescere dentro di s la tensione, fino a quando ebbe
voglia di gridare.
Ma perch fa tutto questo? sbott all'improvviso, girandosi di spalle.
Nessuna risposta, solo il ritmico calpestio dei suoi stivali sul terreno butterato.
Con che coraggio riesce a fare una cosa del genere? torn a chiedergli, con voce rotta dalla
stanchezza. Intrappolare persone come lei e darle a quel... Dio solo sa che diavolo !
Chiuda il becco! Ma nella sua voce c'era pi sconfitta che rabbia.
Senta disse all'improvviso Les, d'impulso. Lasci andare mia moglie. Tenga me, se proprio
deve farlo... ma lasci andare lei. Per favore!
L'uomo non disse nulla, e Les si morse le labbra in un'angoscia frustrante. Abbass su Marian
uno sguardo stanco e spaventato.
Marian disse. Marian. Il freddo pungente della notte lo fece rabbrividire.
La casa si profil in tutto il suo squallore nel buio piatto del deserto.
Per l'amor del cielo, non la rinchiuda in una gabbia! url disperato Les.
Si muova. La voce dell'uomo era priva di vita; non c'era niente in essa, n promesse n
emozioni.
Les si irrigid. Se fosse stato per lui si sarebbe girato di scatto e sarebbe saltato addosso
all'uomo. Non sarebbe tornato senza ribellarsi verso la casa, verso le gabbie, verso quella cosa.
Ma c'era Marian.
Inciamp sul fucile che l'uomo aveva gettato a terra, e sent dietro di s l'altro che si chinava
con un grugnito e lo raccoglieva. Devo portarla via da qui, pens Les, devo farlo!
Successe prima che lui potesse fare qualcosa. Sent il passo dell'uomo improvvisamente pi
vicino, poi una puntura sulla spalla destra. Trattenne il fiato per l'improvviso bruciore e si gir con la
massima rapidit possibile, appesantito dal corpo inerte di Marian.
Ma che sta...
Non riusc nemmeno a finire la frase. Tutto a un tratto gli sembr come se gli scorresse nelle
vene un liquido bollente che gli toglieva lucidit. Un'immensa stanchezza avvolse le sue membra e
quasi non si accorse quando l'uomo gli prese Marian dalle braccia.
Fece ancora un passo in avanti, incespicando, mentre la notte si ravvivava di tanti puntini
luminosi. La terra scorreva come acqua sotto i suoi piedi, e le gambe cominciarono a cedergli.
No riusc a farfugliare sentendo che gi perdeva i sensi.
Poi croll al suolo. E non sent nemmeno l'impatto del terreno contro il suo corpo.
Il ventre del globo era caldo. Ondulava di un tepore denso e vaporoso. Nella penombra umida
la creatura riposava, il suo corpo informe era scosso dalle pulsazioni regolari del sonno. La creatura
si sentiva a suo agio, era contenta, e se ne stava raggomitolata in modo grottesco come un inverosimile
felino davanti al caminetto.
Per due giorni.
Lo risvegliarono delle urla strazianti. Les si mosse involontariamente nel sonno e dischiuse le
labbra come per dire qualcosa. Ma la sua bocca era ridotta a metallo. Non rispose ai suoi comandi e
non riusciva a muoverla. Fu in grado di sollevare le palpebre solo a prezzo di un grande sforzo di
volont.
L'aria dentro la gabbia palpitava e scintillava di strane pulsazioni. Sbatt lentamente gli occhi:
occhi sbarrati, che non comprendevano. Le braccia gli ricaddero stancamente sui fianchi come pesci
moribondi.
Era l'uomo nell'altra gabbia che urlava. Quel poveretto si era risvegliato dal torpore indotto
dalla droga e adesso era in preda a una crisi isterica perch aveva capito.
Les corrug leggermente la fronte sporca e sudata. Era in grado di pensare. Il suo corpo era
duro come un sasso, impotente e non ricettivo agli stimoli, ma dietro quel corpo rigido e immobile il
cervello era ancora vivo.
Richiuse gli occhi. Il che rese tutto ancora pi orribile. Sapere quello che stava per succedere.
Giacere l senza potere fare niente ed essere conscio di quello che sarebbe accaduto.
Gli sembr di rabbrividire, ma non ne fu sicuro. Quella cosa, era lei? Non c'era nulla nel suo
bagaglio di conoscenze su cui ragionare, nessuna ipotesi, nessuna convinzione razionale su cui
costruire qualcosa. Ci che aveva visto quella sera era qualcosa che andava al di l di ogni...
Che giorno era? Dov'era... Marian!
Girare la testa fu come spostare un masso pesantissimo. Cominci a deglutire a vuoto, con la
saliva che gli sgorgava dagli angoli della bocca. Si costrinse di nuovo ad aprire gli occhi con un enorme
sforzo di volont.
Il panico gli trafisse il cervello come una lama infuocata, anche se la sua espressione non era
cambiata minimamente.
Sua moglie non c'era.
Marian giaceva sul letto, ancora stordita dalla droga. L'uomo le aveva fasciato la tumefazione
sulla tempia destra con una striscia di stoffa bagnata.
Adesso lui stava in piedi accanto al letto, in silenzio, e la osservava. Era appena tornato dalle
gabbie dove aveva fatto un'altra iniezione all'uomo che urlava, per calmarlo. Si domand che cosa ci
fosse nella droga che la creatura gli aveva dato, e che effetti avesse sull'uomo. Sper che lo rendesse
completamente insensibile.
Era il suo ultimo giorno di vita.
No,  uno scherzo dell'immaginazione, si affrett a decidere Merv. Quella donna non
assomigliava a Elsie, non le assomigliava neanche un po'.
Era la sua mente. Lui voleva che assomigliasse a Elsie, ecco come stavano le cose. Deglut a
fatica. Che stupido. Quella parola gli schiaffeggi il cervello ottenebrato. Non assomigliava a Elsie.
Per un attimo torn a guardare il corpo della donna, la morbida prominenza dei seni, le labbra
flessuose, le gambe lunghe e ben tornite. Marian. Ecco come l'aveva chiamata quell'uomo. Marian.
Era un bel nome.
Merv si strinse rabbiosamente nelle spalle, si volt e usc di corsa dalla stanza. Ma che gli
prendeva? Che aveva intenzione di fare? Lasciarla libera? Perch l'altra notte l'aveva portata in casa,
perch l'aveva sistemata sul letto in quella camera? Non aveva senso. Non poteva permettersi di
provare compassione per lei, n per nessuno. Se lo faceva era perduto. Questo era evidente.
Mentre scendeva la scala, cerc di ricordare ancora una volta l'orrore che aveva provato
mentre veniva assorbito da quella massa gelatinosa. Cerc di richiamare alla mente quella sensazione
di panico che gli aveva paralizzato il cervello. Ma in qualche modo il ricordo continuava a scomparire
come una nuvola portata via dal vento, e lui tornava a pensare a quella donna. Marian. Invece era vero
che assomigliava a Elsie: stesso colore dei capelli, stessa bocca.
No!
L'aveva lasciata in camera aspettando che passasse l'effetto della droga, poi l'avrebbe richiusa
in gabbia. O io o loro! protest furiosamente con s stesso. Non ho intenzione di morire in quel modo!
Per nessuno al mondo.
Continu a discutere fra s e s per tutta la strada fino alla stazione di servizio.
Devo essere pazzo, pens, a portarmela in casa, e a provare dispiacere per lei. Non posso
permettermelo, non posso. Per me lei equivale a due giorni di vita, tutto qui, una semplice tregua di due
giorni dal...
La stazione di servizio era deserta e silenziosa. Merv ferm il furgoncino e scese.
I suoi stivali scricchiolarono sul terreno bollente mentre passeggiava incessantemente fra una
pompa e l'altra. Non posso lasciarla andare! si disse con violenza, teso in volto per la rabbia. E poi
rabbrivid nel rendersi conto che ormai pensava continuamente a lei da due giorni.
Ma perch non  un uomo? farfugli, stringendo a pugno le mani esangui. Sollev il braccio
sinistro e osserv la protuberanza rossastra. Ma perch non se la strappava via dalla carne? Perch?
Giunse una macchina. Un commesso viaggiatore, accaldato e impolverato.
Mentre Merv gli serviva la benzina e controllava l'olio e l'acqua, cominci a osservare da
sotto la tesa del cappello l'ometto rosso in viso, vestito con un completo di lino e un cappello di paglia.
Sostituirla. Merv non consent al pensiero di formularsi compiutamente, ma sapeva che era l. Si ritrov
a sbirciare la targa della macchina.
Arizona.
Contrasse i muscoli della faccia. No. No, aveva sempre scelto macchine di altri stati, cos era
pi sicuro. Dovr lasciarlo andare, pens avvilito. Non posso fare altrimenti. Non posso correre il
rischio di...
Ma quando l'ometto fece per aprire il portafogli, la mano di Merv scivol quasi
automaticamente nella tasca posteriore dei pantaloni della tuta e si strinse sull'impugnatura calda della
.45.
L'ometto sgran gli occhi e fiss a bocca aperta la pistola.
Che significa? chiese debolmente. Merv non gli rispose.
La notte sfiorava la bolla in movimento con le sue nere dita di ghiaccio. La terra scorreva
sotto il suo liquido approssimarsi.
Perch l'aria era cos povera di nutrimento? Perch l'atmosfera premeva cos poco? Quella
era una terra sfinita, morente, e i suoi gas vitali erano scomparsi quasi del tutto.
Continuando a strisciare, continuando ad avvicinarsi in modo furtivo, la creatura pens di
fuggire.
Da quanto tempo ormai si trovava in quel luogo sterile? Non c'era modo di saperlo perch il
sole del pianeta appariva e scompariva con folle velocit, e la luce e il buio si succedevano in
continuazione come un batter d'occhio.
E a bordo della nave gli strumenti di rilevazione cronometrica erano a pezzi, non era possibile
ripararli. Non c'era pi nessun punto di riferimento, nessun equivalente metrico conosciuto in base al
quale regolarsi. La creatura era perduta in mezzo a quell'esile vuoto di roccia vivente, impossibilitata
a fare qualcosa di pi che nutrirsi per sopravvivere.
In lontananza, avvolta nel buio, apparve l'abitazione dell'indigeno del pianeta, con la sua
angolazione grottesca e irregolare. Era una bestia stupida, senza cervello, priva di razionalit, capace
solo di emettere urla gracchianti e di agitare le sue protuberanze come le piante notturne che
crescevano sul suo pianeta. Il suo corpo, poi: era troppo duro e rigido, per via di tutto quel calcio, gli
forniva un nutrimento scarso e lo costringeva a mangiare molto pi spesso, vista tutta l'energia che
richiedeva la digestione.
Pi vicino. Il ticchettio si fece pi forte.
L'animale era l, come al solito, ancora sdraiato al suolo, con le membra raggomitolate e
flaccide. La creatura emise filamenti di pensiero e risucchi dall'animale i succhi indolenti della sua
mente. Se la sua intelligenza era tutta l, allora quello era un pianeta davvero allo stato barbarico. La
creatura si sollev ancora, rigonfiandosi e aspirando ogni umore dalla terra spazzata dal vento.
L'animale si mosse appena e nella mente della creatura vi fu un fremito di profonda
repulsione. Se non fosse stata cos affamata e impotente, non avrebbe mai accettato di assorbire quella
bestia recalcitrante e legnosa.
La bolla tocc la protuberanza. La creatura scivol lentamente sopra la forma dell'animale e
si ferm tremolando. Le cellule visive rivelarono che l'animale guardava in su, con gli occhi dilatati.
Le cellule auditive trasferirono il suono primitivo e strozzato emesso dall'animale morente. Le cellule
tattili assorbirono le deboli palpitazioni del suo corpo.
E, nel pi profondo del suo essere, la creatura avvert l'instancabile ticchettio che emanava
dalla tana buia in cui, nascosto e tremante, si trovava l'altro animale... quello nel cui flaccido viticcio
era innestato il cono di localizzazione.
La creatura mangi. E mentre mangiava si domand se ci sarebbe sempre stato cibo a
sufficienza per mantenerla in vita...
...per i prossimi mille anni terrestri della sua vita.
Les giaceva immobile sul pavimento della gabbia, con il cuore che gli batteva forte mentre
l'uomo lo guardava dall'esterno.
Quando aveva sentito il suo carceriere che apriva la doppia porta e scendeva lungo i gradini di
casa, Les aveva saggiato le pareti. Poi si era sdraiato al suolo e si era rigirato subito sulla schiena,
cercando disperatamente di ricordare in quale posizione si trovava mentre era ancora drogato. Aveva
lasciato le mani molli lungo i fianchi, aveva sollevato un poco la gamba destra e aveva chiuso gli occhi.
L'uomo non doveva rendersi conto che lui aveva ripreso i sensi. Avrebbe dovuto aprire la porta senza
prendere precauzioni.
Les si costrinse a respirare in modo lento e regolare, anche se gli faceva male lo stomaco.
Quando l'uomo guard dentro non disse nulla. Mentre sentiva scorrere il catenaccio, continuava a
ripetersi: Les... appena senti che la porta si apre, saltagli addosso.
Deglut, e un fremito di nervosismo gli attravers tutto il corpo. Chiss se l'altro avrebbe
capito che stava fingendo. Tese i muscoli, aspettando il rumore dello sportello che si apriva. Doveva
scappare adesso, per forza.
Non gli sarebbe capitata un'altra occasione. Il mostro sarebbe arrivato quella sera.
Poi il rumore degli stivali dell'uomo si affievol. Les apr gli occhi di scatto, con
un'espressione di angosciata incredulit sulla faccia. Non era venuto ad aprire la gabbia!
Rimase a lungo fermo e in silenzio, tremando, con gli occhi fissi sulla finestrella sbarrata dove
poco prima c'era l'uomo. Aveva una gran voglia di urlare e di sbattere i pugni contro lo sportello fino a
spaccarseli e a farli sanguinare.
No... no. La sua voce era un mormorio fiacco e sgomento.
Alla fine si alz e si mise in ginocchio. Sbirci con cautela oltre il bordo della finestrella.
L'uomo se n'era andato.
Allora torn a rannicchiarsi e si frug di nuovo nelle tasche.
Il portafogli... dentro non c'era niente che potesse essergli utile. Il fazzoletto, una penna,
quarantasette centesimi, un pettine.
Nient'altro.
Tenne gli oggetti in mano e li esamin a lungo come se, in qualche modo, potessero
nascondere la risposta al suo tremendo bisogno. Doveva esserci una risposta, era inconcepibile che la
sua vita dovesse concludersi l per terra, come quell'altro prima di lui, offerto a quella creatura per...
No!
Con uno scatto spasmodico delle mani scagli gli oggetti sul pavimento lurido della gabbia,
piegando le labbra in una smorfia di atterrita frustrazione. Continuava a ripetersi che non poteva essere
vero, che era solo un sogno.
Si accasci disperato sulle ginocchia e ancora una volta fece scorrere le dita tremanti lungo i
lati della gabbia in cerca di una fessura, di un'asse pi debole, di un appiglio qualsiasi.
E mentre cercava invano si sforz di non pensare alla notte che stava per arrivare e a ci che
quella notte avrebbe portato.
Invece non riusc a pensare ad altro.
Marian balz a sedere ansimando quando le dita callose dell'uomo le accarezzarono i capelli.
Lo fiss con occhi sbarrati dall'orrore e lo vide ritrarre subito la mano.
Elsie farfugli lui.
Il suo alito saturo di whisky le avvolse il viso e Marian si ritrasse, facendo una smorfia e
aggrappandosi convulsamente al copriletto.
Elsie ripet Merv, con voce impastata, fissando la donna con occhi da ubriaco.
Il copriletto frusci sotto di lei quando Marian si fece ancora pi indietro e and a sbattere con
la nuca contro il legno della testata.
Elsie, io non volevo disse l'uomo, con i capelli che gli ricadevano sulle tempie a formare
lame scure e l'alito caldo che usciva a rantoli dalla bocca aperta. Elsie, non... non avere paura di me.
Do... dov' mio marito?
Elsie, sei proprio come Elsie. L'uomo parlava in modo smozzicato, e gli occhi iniettati di
sangue sembravano quasi implorare. Sei proprio come Elsie, oh... Dio, sei proprio come lei.
Dov' mio marito?
La mano di Merv si abbatt sul polso di Marian e lei si sent tirare come una bambola di stracci
verso il petto di lui. Il suo alito rancido la circond.
No boccheggi Marian, piantandogli le mani sulle spalle.
Io ti amo, Elsie. Ti amo!
Les! Il suo grido echeggi nella piccola stanza.
Marian pieg la testa di lato quando il grosso palmo le scivol lungo la guancia.
 morto! url Merv con voce rauca. Quello se l' mangiato. Se l' mangiato! Hai sentito?
Marian ricadde contro la testata, spalancando gli occhi per l'orrore. No. Non sent nemmeno
la propria voce.
L'uomo si rimise in piedi a fatica e rimase a fissare il suo viso stravolto.
Pensi che l'abbia voluto io? le chiese in tono isterico, mentre una lacrima si faceva strada fra
la barba scura della guancia. Pensi che mi sia piaciuto? Il suo petto fu scosso da un singhiozzo. Non
mi piaceva, no. Ma tu non sai, t... tu non sai. Io solo lo so, io solo! Oh, dio... non puoi capire, non sai
niente!
Si accasci pesantemente sul letto e pieg la testa in avanti, il petto sconvolto dai singhiozzi.
Io non volevo farlo. Dio, ma come puoi pensare che lo vo... volessi?
Marian si premeva contro le labbra la mano sinistra chiusa a pugno. Sembrava quasi che non
respirasse. No. La sua mente lottava contro l'incredulit. No, non  vero, non  vero, continuava a
ripetersi.
Tutto a un tratto gett le gambe fuori dal letto e si alz in piedi. All'esterno il sole stava
tramontando. Non verr finch non fa buio, si disse disperata. Solo quando fa buio. Ma per quanto
tempo era rimasta priva di sensi?
L'uomo si alz guardandola con gli occhi cerchiati di rosso. Dove stai andando?
Lei cominci a correre verso la porta.
Mentre la spalancava Merv le fu addosso, e i due finirono contro il muro. Le si mozz il fiato
in gola e il dolore alla testa si risvegli. L'uomo l'afferr; Marian lott con violenza per liberarsi.
Elsie, Elsie... ansim l'uomo, tentando di nuovo di baciarla.
Fu allora che Marian vide la grossa brocca appoggiata sul tavolo accanto a lei. Contrasse le
dita quasi senza accorgersene, mentre l'uomo premeva con brutalit la bocca contro la sua, poi afferr
la brocca per il manico, la sollev...
L'urlo di Merv riemp la stanza, mentre i cocci di terracotta bianca si sparpagliavano sul
pavimento.
Poi Marian si ritrov appoggiata alla parete, con il fiato corto, a fissare quel corpo scomposto,
le sue grosse dita che ancora stringevano il tappeto.
All'improvviso il suo sguardo vol alla finestra. Era quasi il tramonto.
Corse di scatto verso l'uomo e si chin sul suo corpo immobile. Frug con le dita tremanti
nelle tasche della tuta fino a quando non trov il mazzo di chiavi.
Mentre usciva di corsa dalla stanza sent l'altro che gemeva e colse con la coda dell'occhio
un'immagine fuggevole di lui che si rigirava lentamente sulla schiena.
Si lanci lungo il corridoio e spalanc la porta d'ingresso. Il sole morente riempiva il cielo di
una luce color sangue.
Salt gi, superando i gradini della veranda con il cuore in gola, e si lanci in una corsa
disperata intorno alla casa, senza nemmeno sentire i ciottoli che le ferivano i piedi. Continu a guardare
la fila di gabbie silenziose verso cui stava correndo. Non  vero, non  vero  le parole continuavano ad
attraversarle il cervello  mi ha mentito. Le sue labbra non riuscirono a trattenere un singhiozzo. Ha
mentito!
Si precipit verso la prima gabbia, mentre l'oscurit stava cadendo come un sipario calato
troppo in fretta. Le tremavano le gambe.
La gabbia era vuota.
Un altro sussulto le strozz la gola. Corse alla gabbia successiva. Quell'uomo mentiva!
Vuota.
No.
Les!
Marian! Les balz su dal pavimento della gabbia, con la faccia illuminata da un'improvvisa
vampata di speranza.
Oh, amore. La voce di Marian fu un mormorio fievole, scosso dal tremito. Mi aveva
detto...
Marian! Apri la gabbia. Svelta! Sta arrivando.
Marian si sent di nuovo attanagliare dal panico, come un'ondata di gelo che la paralizzava.
Pieg istintivamente la testa di lato e con gli occhi sbarrati dal terrore scrut il deserto che diventava
via via pi buio.
Marian!
Con le mani scosse da un tremito incontrollabile Marian infil nella toppa la prima chiave.
Non era quella giusta. Si morse le labbra fino a provare dolore. Prov un'altra chiave. Non andava bene
nemmeno quella.
Non riesco a trovare la...
La voce le si strozz improvvisamente in gola, le manc il fiato. Le sua labbra si paralizzarono
di colpo.
Nel silenzio si sentiva, debolissimo, il suono di qualcosa di enorme che avanzava raschiando e
sibilando sul terreno.
Oh, no. Marian guard istintivamente di lato, poi torn a girarsi verso Les.
Va tutto bene, piccola disse lui. Tutto bene, non agitarti. Abbiamo tutto il tempo. Trasse
un pesante respiro. Prova la prossima chiave. Ecco, quella l. No, quell'altra.  tutto a posto. Ecco.
No, quella non funziona. Prova l'altra. Il suo stomaco continuava a contrarsi in un groppo sempre pi
duro e pi stretto.
Marian si morse il labbro inferiore, facendolo sanguinare. Ebbe un sussulto e il mazzo di
chiavi le cadde per terra. Si chin con un gemito soffocato e lo raccolse. In mezzo al deserto
quell'essere continuava a procedere frusciando, con un risucchio come di acqua smossa, e il rumore era
diventato pi forte.
Oh, Les, non ci riesco. Non ci riesco!
Tranquilla, piccola esord Les tutto a un tratto. Corri verso la strada.
Lei lo guard, e improvvisamente il suo viso perse ogni espressione. Cosa?
Amore, non startene l impalata, per l'amor del cielo! grid lui. Scappa!
Marian raccolse il poco fiato che le era rimasto e torn ad affondare i denti nel taglio che si era
procurata sul labbro. Le sue mani smisero di tremare e, quasi inebetita, prov la chiave successiva,
l'ultima, mentre Les la guardava terrorizzato, pur senza smettere di tenere d'occhio il deserto.
Amore, non...
La serratura si apr. Les la spalanc con un grugnito strozzato e afferr la mano di Marian,
mentre il tramonto vibrava tutto di quel fruscio gorgogliante.
Corri! le disse con voce strozzata. Non voltarti indietro!
Si misero a correre a perdifiato, allontanandosi dalle gabbie, da quella massa tremolante alta
due metri che sguazzava nella radura come gelatina riversata da un gigantesco boccale. Cercarono di
non ascoltare e tennero lo sguardo fisso in avanti. Corsero con tutta la forza che avevano, cercando di
dominare il panico che sembrava volergli attanagliare anche le gambe.
La macchina si trovava di nuovo davanti alla casa, con la parte anteriore ammaccata.
Spalancarono gli sportelli e salirono a bordo in tutta fretta. La mano tremante di Les sent che la chiave
era ancora infilata nel cruscotto. La gir e schiacci con forza il pulsante dello starter.
Les, sta venendo da questa parte!
Gli ingranaggi del cambio emisero un rumore stridulo e la macchina sobbalz in avanti. Les
non si guard indietro, si limit a infilare la marcia giusta e continu a tenere il piede premuto
sull'acceleratore fino a quando la macchina imbocc sbandando il sentiero malmesso.
Giunto in fondo Les svolt a destra e punt verso la citt che ricordava di avere attraversato...
un secolo prima. Schiacci il gas a tavoletta e la macchina prese velocit. Senza i fari non vedeva bene
la strada, ma non riusciva a sollevare il piede dall'acceleratore. Sembrava quasi che ci si fosse
incollato. Percorse a tutta velocit la strada ormai quasi buia. Dopo quattro giorni Les pot permettersi
di tirare il fiato mentre...
la creatura schiumava e oscillava sul terreno, con la furia che ribolliva nelle sue carni.
L'animale aveva fallito, non c'era cibo ad attenderlo. Il cibo era sparito. La creatura tracci
serpeggiando circoli rabbiosi, perlustrando la zona. Le sue cellule visive erano puntate verso il basso.
La sua sagoma informe e luminescente scandagliava il terreno scaglioso. Niente. La creatura avanz
gorgogliando come una marea di melma verso la casa, verso quel suono ticchettante...
Il braccio di Merv Ketter ebbe uno scatto spasmodico e lui si drizz a sedere, con gli occhi
spalancati. Il dolore prendeva forma nella sua mente in linee ben definite: dolore alla testa, dolore al
braccio. Il cono era come un roditore che scavasse la sua tana, artigliando la carne con zampe affilate,
tentando di farsi strada nel suo corpo. Merv riusc faticosamente a mettersi in ginocchio, stringendo
forte i denti, con gli occhi annebbiati dalla sofferenza.
Era gi quasi in piedi quando il suono esplose fragorosamente nella casa, facendola tremare.
Merv ebbe una violenta convulsione, e rimase a bocca aperta. Il fuoco che gli scavava e gli straziava la
carne aument d'intensit. All'improvviso cap. Con un mugolio strozzato usc in corridoio e guard in
basso, verso le scale avvolte nell'oscurit, mentre
la creatura risaliva ondeggiando le scale, con i settanta occhi metallici che brillavano
sinistramente nel buio e la sua scintillante deformit che gi sentiva la vicinanza dell'animale. Nella
sua sagoma amorfa sibilava e ribolliva una rabbia impotente. La creatura si sollevava su un gradino,
vi ricadeva sopra e poi passava al successivo. L'animale si volt e corse verso
le scale sul retro! Era la sua unica possibilit. Merv respirava a fatica, come se l'aria gli si
fosse liquefatta nei polmoni. Gli stivali martellarono sul pavimento di legno del corridoio e nel buio
della sua stanza. Sent dietro di s la ringhiera che cigolava e cedeva quando la creatura raggiunse il
secondo piano, dove si ripieg e divenne una specie di vescica a forma di u, per poi riassumere il suo
aspetto gelatinoso e riprendere la marcia.
Merv si lanci gi per le scale ripide, aggrappandosi alla ringhiera con la mano intorpidita,
mentre il cuore gli picchiava nel petto come un mantice impazzito. Url quasi senza voce quando il
dolore al braccio avvamp di nuovo, e per poco non perse conoscenza.
Quando giunse in fondo ai gradini sent la porta della sua camera da letto che veniva
schiantata, e avvert tutta la rabbia schiumante della creatura che
si ammass contro la porta della scala posteriore e vi si schiacci addosso fino a scardinarla
e sfondarla con il suo peso. In basso sentiva i passi martellanti dell'animale in fuga. La creatura perse
aderenza e scivol raspando e rotolando gi per le scale, con i settecento sensori che scorticavano
l'intelaiatura e strappavano schegge dalle assi di legno.
Ricadde pesantemente sul gradino in fondo, si fece strada con l'enorme massa informe oltre la
porta e attravers gorgogliando il pavimento della cucina mentre
in salotto Merv correva alla mensola del caminetto. Tir gi il Mauser e si gir di scatto
mentre la creatura rigonfia riversava il suo corpo luminescente attraverso la porta.
La stanza echeggi di una serie di secche esplosioni mentre Merv scaricava il fucile addosso al
mostro che avanzava. Le pallottole fiorirono in una rosa di frammenti senza nemmeno scalfire il suo
involucro e Merv fece un salto indietro con un urlo di terrore, mentre il fucile gli scivolava dalle mani.
Il braccio proteso urt la fotografia di sua moglie e lui la sent infrangersi al suolo. Nella sua mente
sconvolta si form l'immagine passeggera di Elsie sdraiata a terra, con la faccia sorridente dietro il
vetro scheggiato.
Poi la sua mano si richiuse su qualcosa di duro e all'improvviso Merv seppe con precisione
quello che doveva fare.
Mentre la massa scintillante si raccoglieva all'indietro per poi avventarsi su di lui in tutta la
sua liquida violenza, Merv scatt di lato. Il caminetto si scheggi e la parete cedette di schianto.
Poi, mentre la creatura si rialzava e torreggiava sopra di lui, Merv strapp la linguetta della
bomba a mano e se la tenne stretta contro il petto.
Stupido animale! Adesso ti uccider per...
Dolore!
I tessuti esplosero, l'involucro si squarci, la creatura col sul pavimento come magma, un
torrente liquefatto di protoplasmi.
Poi silenzio nella stanza. Le menti della creatura si spensero una dopo l'altra mentre
l'atmosfera rarefatta sottraeva vita a ogni tessuto. Quei resti ebbero un leggero fremito mentre la
sofferenza invadeva le sue cellule e le sue giunture glutinose. I pensieri dell'essere sgocciolarono via.
I fluidi vitali si prosciugarono. Lampi di luce che fornivano calore e vita alla materia pulsante.
Organismi che si connettevano, cellule che si scindevano, i contenuti ondulanti del recessore
alimentare che si rigonfiavano, si rigonfiavano a dismisura, andavano in sovraccarico. Dove sono?
Che fine hanno fatto i padroni che mi hanno dato la vita perch io potessi nutrirli e non perdere mai la
mia massa e la mia energia?
E poi la creatura, che era nata da colture idroponiche tumorali, mor non ricordando di avere
divorato essa stessa i suoi padroni mentre dormivano, ingerendo insieme ai loro corpi anche tutta la
conoscenza della loro mente.
Sabato 22 agosto vi fu una violenta esplosione nel deserto e tutti coloro che abitavano nel
raggio di una trentina di chilometri si ritrovarono la casa circondata da frammenti di metallo che non
avevano mai visto.
Una meteora dissero tutti, ma soltanto perch dovevano pur dire qualcosa.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Caro diario.
...
.
...
Titolo originale: Dear Diary. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
10 giugno 1954. Caro diario, credimi, certe volte questa maledetta camera ammobiliata mi fa sentire cos male che mi viene voglia di vomitare.
La finestra  talmente lurida che il sabato e la domenica, per una parte della giornata, sono
convinta che piover anche se fuori splende il sole.
E poi che panorama! Biancheria sgocciolante, busti, tute. E come se non bastasse perch una
ragazza si auguri di morire, c' una puzza da far paura.
E poi quell'idiota dall'altra parte del corridoio. Rende la vita peggiore di quanto non sia.
Chiss dove rimedia i soldi per bere. Probabilmente li ruba alle vecchie signore. Si sbronza e canta
sempre, e mi fa delle avances in quel corridoio che sembra la segreta di un film di Errol Flynn.
Pagando due centesimi di anticipo  anche meno  potrei ordinare per posta una bella pistola .32, cos
potrei sparare a quel verme. Mi sbatterebbero dentro e tanti saluti. Ah, non ne vale proprio la pena.
E che allegria, domani sera. Harry Hartley mi porter al Paramount, e in cambio di un film
pidocchioso e di una cena in un ristorante cinese da quattro soldi vuole che giochi a fare la moglie con
lui per tutta la notte. Siamo seri, ragazzi!
E poi fa un caldo schifoso.
Adesso mi tocca lavare qualche panno per domani. Detesto la sola idea. Oh, fatela finita!
Quegli idioti di ubriaconi che stanno dall'altra parte della strada... non fanno che parlare dei New York
Giants e dei Brooklyn Dodgers. Vorrei vederli tutti morti! E quando penso allo schifo di viaggio che mi
aspetta in metro domani... peggio ancora! Quei corpi ammassati come sardine, quelle facce che fissano
il vuoto, espressive come fiori secchi. Sai che divertimento!
Dio, cosa non darei per uscire da tutto questo. Mi sposerei anche Harry Hartley, e se arrivo a
dire una cosa del genere allora significa che le cose vanno proprio male.
Oh, andare a Hollywood e diventare una star come Ava Gardner o le altre. Con tutti gli uomini
che fanno la fila per baciarti la mano. Pussa via, Clark, mi hai scocciato. Gi, magari mi desse fastidio.
Mi ci butterei a pesce.
Oh, questo dannato posto schifoso e puzzolente! Qui una ragazza non ha futuro. Che posso
aspettarmi? Non c' un ragazzo che mi piaccia, a parte quel ciccione senza cervello. Credo che lo
chiamer Harry Involtini Primavera.
Fra due settimane le vacanze. Due settimane di niente. Andr a Coney con Gladys, me ne star
seduta su quella maledetta spiaggia a guardare la spazzatura che galleggia sull'acqua e mi far venire le
convulsioni vedendo tutti quei ragazzini che si sbaciucchiano. Poi mi abbronzer tutta e magari mi
verr la febbre. E andr a vedere un milione di film. Sai che bella vita!
Vorrei che passassero duemila anni, ecco cosa vorrei. Niente lavoro. Una bella casa dove
abitare. Razzi per viaggiare, pillole al posto dei pasti e amore libero. Cavolo, se mi piacerebbe. Le
pillole, ovviamente. Uno spasso!
Non  un tempo in cui si possa vivere. Guerre, persone che strillano e si arrabbiano. Che si pu
aspettare di buono una ragazza?
Oh, devo ancora lavare la mia fottuta biancheria.
10 giugno 3954
Caro memus,
certe volte  davvero!  questo dannato blocco di plastoide mi fa stare cos male che potrei
essere indotta a rigurgitare.
Che spettacolo lugubre!
Lo spazioporto in fondo all'autostrada. Tutta la notte un ronzio continuo, e quegli scarichi
rossi che escono dagli ugelli. Anche prendere le pillole e spalmarsi la narcolozione sugli occhi e sulle
orecchie  inutile. Serve solo a farmi sentire peggio.  tutto uno schifo.
E quell'idiota di vicino con la sua macchina a raggi. Mi fa andare in bestia sapere che pu
vedere attraverso il plastoide. Anche quando attivo il fibroschermo lo sento che mi guarda. Ma dove li
rimedia i buoni d'acquisto per i materiali? Il suo impiego allo spazioporto non  sufficiente. Oserei dire
che li ruba alle vecchiette in ufficio.
Con due minicoupon potrei procurarmi una pistola atomizzatrice all'armeria dello spazioporto
e potrei decomporre quel fottuto sporcaccione. Poi mi sbatterebbero nei pozzi di Venere e tanti saluti.
No, non ne vale proprio la pena. Non sopporto il caldo e detesto le tempeste di sabbia.
E domani sera  oh, che allegria  Hendrick Halley mi porter al Teatro spaziale e in cambio di
uno squallido spettacolo e di una misera cena a base di fricassea di pipistrelli lunari si aspetta che mi
assoggetti al rischio dell'impregnazione. Siamo seri, ragazzi!
Oh, e fa un caldo schifoso. E la mia stupida elettrolavatrice deve essersi disallineata proprio
adesso che mi serve. Dovr volare gi fino allo spaziomat per lavarmi i vestiti, e io non sopporto volare
di notte.
Oh, eccoli di nuovo... quegli idioti in fondo alla strada. Perch non spengono i loro
altoparlanti? Il dannato comitato di zona deve proprio sapere tutto quello che diciamo? Ricominciano!
Gli Eagles di Marte, i Red Sox della Luna... che finiscano tutti sotto vuoto spinto.
E quando penso a quell'insopportabile volo in astronave di domani... peggio ancora! Quel
mostro lento come una lumaca... pensate, pi di un'ora per arrivare su Marte, santo cielo!
Oh,  troppo. Cosa non darei per andarmene da tutto questo. Mi sottoporrei anche a una
connessione sociale con Hendrick Halley. Grandi galassie, non  possibile ridursi a questo!
Oh, poter andare al teatro della capitale e diventare famosa come Gell Fig o un'altra come lei.
Avere tutti gli uomini che cadono in deliquio davanti a te e ti supplicano di volare insieme nei loro
pianeti d'origine. Detesto questa luccicante citt immacolata.
Ah, che posto squallido! Che futuro ha una ragazza qui? Nessuno. Non c' un uomo che mi
piaccia... di certo non Halley Pipistrello Lunare con la sua pidocchiosa astronave con le giunture
arrugginite. Con quel macinino non me la sentirei nemmeno di fare un salto su Europa.
Vacanze fra due settimane. Niente da fare. Un viaggio interminabile al Resort Lunare. Seduta
in quella orrenda piscina a guardare i ragazzi che se la spassano. Poi mi riempio il naso di polvere e mi
becco anche la febbre. E poi mille voli al teatro spaziale. Che squallore!
Vorrei che tornassero i vecchi tempi, molte migliaia di anni fa. Allora s che la vita era
piacevole. C'erano tante cose da fare. Gli uomini erano uomini, e non quegli idioti calvi e sdentati che
sono adesso.
Potrei fare tutto quello che mi pare senza che il governo controlli ogni mio passo.
Non  il tempo giusto in cui vivere. Che si pu aspettare, in tempi come questi, una ragazza
come me?
Oh, cavoli. Devo volare allo spaziomat per lavarmi i vestiti.
XXXX
Cara lastra di pietra,
Certe volte questa dannata caverna mi fa proprio sentire male...
...
.
...
Fine.
...
.
...
Discesa.
...
.
...
Titolo originale: Descent. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Segu l'impulso di un momento. Les accost la macchina al marciapiede e la ferm. Gir la
chiavetta lucida e il motore si spense. Si volt a guardare verso Sunset Boulevard, oltre le verdi colline
che digradavano ripide verso l'oceano.
Guarda, Ruth disse.
Era il tardo pomeriggio. Lontano, oltre le palizzate, potevano vedere il Pacifico che scintillava
riflettendo il rosso del sole. Il cielo era un arazzo che sgocciolava oro e cremisi. Dappertutto
fluttuavano nuvole rigonfie, bordate di rosa.
 cos bello disse Ruth.
La mano di lui sal dal sedile della macchina a coprire le sue. Lei gli sorrise per un momento,
poi il sorriso mor quando tornarono a guardare il tramonto.
 difficile crederlo disse Ruth.
Cosa? chiese lui.
Che non ne vedremo un altro.
Les fiss cupamente il cielo dai colori sgargianti. Poi sorrise anche lui, ma non di piacere.
Non abbiamo letto che inventeranno i tramonti artificiali? le chiese. Guardi fuori dalle
finestre e vedi un tramonto. Non l'abbiamo letto da qualche parte?
Non sarebbe la stessa cosa disse lei. Non ti pare, Les?
Come potrebbe?
Chiss mormor lei che aspetto avrebbe.
Un bel po' di gente vorrebbe saperlo disse lui.
Rimasero seduti in silenzio a osservare il sole che calava.  buffo, pens lui, cerchi di cogliere
in profondit il vero significato di un momento come questo, ma non ci riesci. Quello passa, e quando 
tutto finito tu non sai o senti nulla di pi di prima.  soltanto un altro momento aggiunto al passato.
Non apprezzi quello che hai finch non te lo portano via.
Guard Ruth e la vide che fissava con aria solenne e un po' stranita l'oceano.
Tesoro le disse con un filo di voce donandole, insieme alla parola, il suo amore.
Lei si gir a guardarlo e si sforz di sorridere.
Saremo ancora insieme le disse.
Lo so disse lei. Non far caso a me.
Invece s disse lui, chinandosi a baciarla sulla guancia. Ci penser io a te. Sulla terra...
O sotto disse lei.
Bill usc di casa per andare loro incontro. Les segu il suo amico con lo sguardo mentre
sterzava per entrare nella larga piazzola di cemento accanto al garage. Si domand come si sentiva Bill
all'idea di lasciare la casa che aveva appena finito di pagare. Libero e senza pi impegni economici
dopo diciotto anni di pagamenti, e l'indomani si sarebbe ridotta a un cumulo di macerie. La vita 
proprio bastarda, pens mentre spegneva il motore.
Ciao ragazzo disse Bill rivolto a lui. Poi, a Ruth. Ciao bambola.
Ciao bello disse lei.
Scesero entrambi dalla macchina e Ruth prese il pacchetto dal sedile anteriore. Jeannie, la
figlia di Bill, usc correndo dalla casa. Ciao Les, ciao Ruth!
Dimmi, Bill, che macchina prenderemo domani? chiese Les.
Non lo so, ragazzo rispose Bill. Ne parleremo quando arriveranno anche Fred e Grace.
Prendimi a cavalluccio, Les gli chiese Jeannie.
Lui la tir su. Meno male che non abbiamo figli, non sopporterei di portarne uno laggi,
domani.
Quando entrarono Mary alz lo sguardo dalla cucina. Si salutarono tutti e Ruth appoggi il
pacchetto sul tavolo.
Cos'? le domand Mary.
Ho preparato una torta rispose Ruth.
Oh, non dovevi disse Mary.
Perch no? Potrebbe essere l'ultima.
Non  cos brutto disse Bill. Laggi le cucine non mancano.
Ma ci saranno cos tanti razionamenti che non varr nemmeno la pena di perdere tempo
disse Ruth.
Visto come cucina la mia mogliettina, sar una fortuna disse Bill.
Ah,  cos? Mary fulmin con lo sguardo il marito che sogghignava. Lui le diede una pacca
sulla spalla e si spost in salotto con Les. Ruth rest in cucina a dare una mano.
Les mise gi la figlia di Bill.
Jeannie corse via. Mamma, ti aiuto a preparare la cena!
Ma che brava sentirono dire a Mary.
Les sprofond nel divano color ciliegia e Bill trascin una sedia in fondo alla stanza, accanto
alla finestra.
Sei venuto passando da Santa Monica? chiese a Les.
No, abbiamo preso l'autostrada che corre lungo la costa rispose Les. Perch?
Ges, dovresti vedere Santa Monica disse Bill. Sono tutti impazziti... spaccano le vetrine
dei negozi, rovesciano le macchine, danno fuoco a ogni cosa. Ero l stamattina, e sono fortunato ad aver
riportato indietro la macchina. Lungo Wilton Boulevard c'erano dei mattacchioni che me la volevano
ribaltare.
Ma che gli prende, hanno tutti perso la testa? disse Les. Sembra la fine del mondo.
Per qualcuno lo  disse Bill. Che pensi che far, laggi, la MGM? Cartoni animati?
Certo rispose Les. Tom e Jerry al centro della Terra.
Bill scosse la testa. Gli affari andranno a rotoli disse. L sotto non c' posto per portarci
ogni cosa. E tutti impazziscono. Guarda quel giornale.
Les si sporse e prese il giornale dal tavolino. Era di tre giorni prima. Ovviamente gli articoli
principali vertevano sui particolari della discesa, con le modalit di accesso per ciascuna entrata: quella
di Hollywood, quella di Reseda, quella del centro di Los Angeles. Un titolone su otto colonne in prima
pagina recitava: 'Ricordate! La bomba cadr al tramonto!' Era una settimana che tutti i giornali
ripetevano quell'annuncio. E domani sarebbe stato il giorno.
Per il resto il giornale parlava di furti, violenze, incendi e omicidi.
La gente non accetta l'idea disse Bill. Per forza impazzisce.
Certe volte anche a me sembra di impazzire disse Les.
Perch? obbiett Bill con un'alzata di spalle. Vivremo sottoterra invece che sopra. Che
accidenti cambier? La televisione continuer a essere una palla.
Non dirmi che ci porteremo appresso anche quella.
Certo, non hai letto? disse Bill, che poi si alz e si avvicin al tavolino, raccogliendo il
giornale che Les aveva lasciato cadere. Dove diavolo ? borbott mentre sfogliava le pagine.
Eccolo disse infine, porgendogli il giornale.
GLI SCIENZIATI PROMETTONO:
LA TELEVISIONE FUNZIONER ANCORA
Ti fa sentire meglio? gli chiese Les.
Certo rispose Bill gettando via il giornale. Almeno potremo vedere la bomba che ci
concer per le feste.
Se ne torn alla sua sedia.
Les scosse la testa. Chi costruir televisori laggi?
Ragazzo, laggi ci sar tutto... Che c', bambola?
Ruth se ne stava nell'arco che si apriva sul salotto.
Qualcuno gradisce del vino? chiese. O della birra?
Bill scelse la birra e Les il vino, poi Bill riprese il discorso.
Magari quella promessa della televisione  un po' azzardata ammise. Ma per il resto le
cose andranno avanti come prima. Oh, certo, a un altro livello, ma andranno avanti. Cristo, vorranno
guadagnarci qualcosa, visti tutti i soldi che hanno speso per quelle Gallerie.
Non gli basta aver salvato la pelle?
Bill continu a parlare di quanto aveva letto a proposito della vita nelle Gallerie... l'impianto di
scambio dell'aria, i sistemi di trasporto, i progetti per la produzione di cibo sintetico e l'interminabile
serie di dettagli che preludevano alla creazione di una nuova societ in un nuovo mondo.
Les non lo stava ad ascoltare. Se ne stette seduto guardando oltre il suo amico il cielo rosso
porpora che sovrastava la cangiante distesa blu scura dell'oceano. Sentiva il continuo torrente di parole
di Bill, ma senza prestare attenzione al loro significato. Sentiva anche le donne affaccendate in cucina.
Come sar?, si domand. Tutto il contrario di qui. Niente tappeti color acquamarina da parete a parete,
niente colori vividi, niente caminetto con i paraventi di rame, e soprattutto niente finestre panoramiche
da cui poter osservare il mondo meraviglioso all'esterno. Si sent un nodo alla gola che stringeva
sempre pi. Domani e domani e domani...
Ruth entr con i bicchieri e porse a Bill la sua birra e a Les il suo vino. I suoi occhi
incrociarono per un attimo quelli del marito: gli sorrise. Improvvisamente lui ebbe voglia di stringerla a
s e affondare il viso fra i suoi capelli. Voleva dimenticare. Ma lei torn in cucina. Bill gli chiese
qualcosa e lui disse: Cosa?
Ho detto, credo che entreremo dall'ingresso di Reseda.
Direi che uno vale l'altro osserv Les.
Be', probabilmente a quello di Hollywood e a quello del centro ci sar pi fila disse Bill.
Cristo, lo hai fatto subito fuori, quel vino.
Mentre posava il bicchiere Les sent il calore che gli fluiva lentamente gi per lo stomaco.
Questa storia ti sconvolge, ragazzo? gli chiese Bill.
Perch, a te no?
Oh... Bill alz le spalle. Chi lo sa? Magari faccio lo scemo solo per nascondere a me stesso
l'effetto che mi fa. Almeno credo. Ma  di Jeannie che mi preoccupo. Ha appena cinque anni.
Sentirono all'esterno il rumore di una macchina che si fermava davanti casa e Mary chiam
per dire che erano arrivati Fred e Grace. Bill schiacci i palmi delle mani sulle ginocchia e si alz.
Non lasciarti sconvolgere disse poi con un sorrisetto. Tu sei di New York e non sar tanto
diverso dall'andare in metro.
Les emise una specie di grugnito, fingendo di aver apprezzato la battuta.
Quarant'anni in metropolitana disse.
Non sar cos male disse Bill uscendo dalla stanza. Gli scienziati affermano che troveranno
un modo per decontaminare il Paese e per fare in modo che le cose tornino a migliorare.
Quando?
Forse fra vent'anni rispose Bill, poi usc per dare il benvenuto ai suoi ospiti.
Ma come facciamo a sapere che aspetto hanno in realt? chiese Grace. Tutte le immagini
pubblicate sui giornali sono solo ricostruzioni artistiche di come sono quegli alloggi. Per quanto ne
sappiamo potrebbero essere dei semplici buchi nel muro.
Non fare la criticona, ragazza. Un po' di ottimismo le disse Bill.
Uh! grugn Grace. Mi sembra che tu proprio non ci pensi al... all'orrore di questa
spaventosa discesa nel sottosuolo.
Si trovavano in salotto, consumando bistecche, insalata, biscotti, dolci e caff. Les sedeva sul
divano color ciliegia, con le braccia intorno alla vita snella di Ruth. Grace e Fred si erano sistemati su
quello giallo dello studio, mentre Mary e Bill se ne stavano su due sedie separate. Jeannie era a letto. Il
calore filtrava dal caminetto dove bruciava sommessamente un bel ciocco di legno. Fred e Bill
bevevano birra dalle lattine, gli altri vino.
Non  che non ci penso, ragazza disse Bill.  solo che cerco di adattarmi.  una cosa che
dobbiamo fare e tanto vale cercare di prenderla nel miglior modo possibile.
Facile a dirlo osserv Grace. Ma per quanto mi riguarda io non faccio salti di gioia all'idea
di vivere in quelle Gallerie. Mi aspetto una vita difficile. Non so come la pensi Fred, ma io la vedo cos.
E credo che a lui non importi molto.
Fred sa adattarsi disse Bill. Non  uno che si butta gi.
Fred fece un sorrisetto senza dire nulla. Era un uomo piccolo, e seduto accanto a sua moglie
sembrava un bambino accompagnato dalla madre nello studio di un dentista.
Oh! esclam di nuovo Grace. Come fate a essere cos indifferenti, io proprio non lo
capisco. Non pu che essere una cosa brutta. Niente teatri, niente ristoranti, niente viaggi...
E niente saloni di bellezza aggiunse Bill con una risatina secca.
Gi, niente saloni di bellezza disse Grace. Se credi che questo non sia importante per una
donna, allora...
Avremo tutti i nostri cari disse Mary. Credo che sia questa la cosa pi importante. E
saremo vivi.
Grace si strinse nelle spalle. D'accordo, saremo vivi e staremo insieme disse. Ma ho paura
che questa non si possa chiamare vita... vivere in una specie di cantina per il resto dei giorni.
Allora non ci andare disse Bill. Fagli vedere quanto sei tosta.
Molto divertente disse Grace.
Scommetto che qualcuno decider di non scendere laggi disse Les.
Se  impazzito disse Grace. Uh, che modo orribile di morire.
Magari  meglio che finire sottoterra disse Bill. Chi pu dirlo? Magari un bel po' di gente
domani passer la giornata tranquillamente a casa.
Tranquillamente? replic Grace. Non temere, domani io e Fred saremo fra i primi a
scendere in quelle luminose gallerie.
Io non mi preoccupo disse Bill.
Per un po' rimasero tutti in silenzio, poi fu ancora Bill a parlare. L'ingresso di Reseda va
bene per tutti? Tanto vale deciderlo adesso.
Fred gesticol, alzando le mani.
Per me va bene disse. Tutto quello che decide la maggioranza.
Ragazzo, ammettiamolo disse Bill. Tu sei la persona pi importante tra di noi. Un
elettricista laggi bisogner tenerselo caro.
Fred sorrise. Mi sta bene disse. Qualsiasi cosa decidiate voi.
Lo sapete disse Bill. Mi sto domandando che cavolo faremo l sotto noi postini.
E noi impiegati di banca aggiunse Les.
Oh, laggi il denaro ci sar disse Bill. Dove va l'America, vanno i soldi. E adesso parliamo
della macchina. Possiamo prenderne una sola per tutti e sei. Vogliamo andare con la mia?  la pi
grossa.
Perch non la nostra? obbiett Grace.
A me non importa un accidente disse Bill. Tanto comunque non possiamo portarla gi con
noi.
Grace fiss amaramente il caminetto, aprendo e richiudendo in grembo le fragili mani.
Ma perch non fermiamo la bomba? Perch non attacchiamo noi per primi?
Ormai non possiamo pi fermarla disse Les.
Chiss se anche loro avranno le Gallerie disse Mary.
Certo replic Bill. Probabilmente in questo momento se ne staranno nelle loro case proprio
come noi a bere vino e a chiedersi come sar andare a finire sottoterra.
Non loro disse Grace. Che gliene importa?
Bill fece un sorriso poco convinto. Gliene importa eccome.
Mi sembra un discorso ozioso disse Mary.
Poi sedettero tutti in silenzio osservando il loro ultimo fuoco in una fredda serata della
California. Ruth appoggi la testa sulla spalla di Les mentre lui le accarezzava lentamente i capelli
biondi. Bill e Mary si scambiarono uno sguardo e un timido sorriso. Fred rimase seduto a fissare con
occhi malinconici il ciocco che ardeva ancora, mentre Grace continuava ad aprire e richiudere le mani,
sembrava invecchiata.
Al di fuori le stelle brillavano per la milionesima volta in un milione di anni.
Ruth e Les sedevano sul pavimento del salotto di casa loro ascoltando dei dischi quando
sentirono Bill suonare il clacson. Per un attimo si guardarono senza dire una parola, un po' spaventati,
mentre il sole filtrava attraverso le persiane disegnando sbarre dorate sulle loro gambe. Che posso
dire?, si domand all'improvviso Les. Esistono parole al mondo che possano renderle questo momento
meno difficile? Ruth si mosse rapida verso di lui e i due si strinsero con tutta la forza che avevano.
All'esterno il clacson suon ancora.
Sar meglio andare sussurr Les.
Va bene disse lei.
Si alzarono e Les and verso la porta di casa.
Arriviamo subito! grid.
Ruth and in camera da letto a prendere i cappotti e le due piccole valigie che erano autorizzati
a portare. Tutte le loro cose, i mobili, i vestiti, i libri, i dischi... dovevano lasciarli indietro.
Quanto torn in salotto, Les stava spegnendo il giradischi.
Vorrei poter portare pi libri le disse.
Ci saranno delle biblioteche, tesoro disse lei.
Lo so disse lui. Solo che... non  la stessa cosa.
La aiut a infilare il cappotto, e Ruth fece altrettanto. L'appartamento era silenzioso e caldo.
 cos bello disse Ruth.
Lui la guard per un momento, quasi volesse chiederle qualcosa, poi raccolse in tutta fretta le
valigie e apr la porta.
Andiamo, piccola le disse.
Giunta sulla soglia Ruth si volt. Tutto a un tratto corse verso il giradischi e lo accese. Rimase
l impassibile finch non risuon la musica, poi torn alla porta e se la chiuse per bene alle spalle.
Perch l'hai fatto? le domand Les.
Lei gli prese il braccio e cominciarono a scendere il vialetto fino alla macchina.
Non lo so rispose. Forse voglio solo lasciare la nostra casa come se fosse viva.
Un leggero vento li invest mentre camminavano, e in alto i palmi agitavano le loro foglie
poderose.
 una bella giornata disse lei.
S, proprio bella conferm Les, stringendo la presa sul braccio della moglie.
Bill gli apr lo sportello.
Saltate a bordo, ragazzi disse. Fra un po' si parte.
Jeannie si mise in ginocchio sul sedile anteriore e parl con Les e Ruth mentre la macchina si
immetteva sulla strada. Ruth si gir e segu con gli occhi la sua casa mentre scompariva.
Ho provato la stessa cosa con casa nostra disse Mary.
Non pensarci, Ma' disse Bill. Ce la caveremo benissimo, sottocoperta.
Che significa sottocoperta? chiese Jeannie.
Vorrei saperlo rispose Bill. Pap sta scherzando, piccola. Significa scendere gi.
Dimmi, Bill, credi che nelle Gallerie vivremo vicini? chiese Les.
Non lo so, ragazzo rispose Bill. Andranno per distretti. Noi saremo abbastanza vicini,
credo, ma Fred e Grace no, visto che abitano allo sprofondo, a Santa Venetia.
Non posso dire che mi dispiaccia disse Mary. Non mi alletta l'idea di sentire Grace che si
lamenta per i prossimi vent'anni.
Oh, Grace  a posto disse Bill. Ogni tanto le serve solo un bel calcio dove fa male.
Il traffico era sostenuto lungo i viali principali che correvano verso est in direzione dei due
ingressi della citt. Bill guidava lentamente lungo Lincoln Boulevard, puntando verso Venice. A parte
Jeannie con il suo cicaleccio, tutti tacevano. Ruth e Les se ne stavano seduti vicini, con le mani strette e
gli occhi fissi davanti a loro. Le stesse parole continuavano a risuonare nella loro testa: Oggi andremo
sottoterra, oggi andremo sottoterra.
All'inizio, quando Bill suon il clacson, non successe nulla, poi la porta della piccola casa si
spalanc e ne usc Grace che si mise a correre come una pazza sull'ampio prato, ancora in vestaglia e
pantofole, con i capelli grigio scuri che le ricadevano gi in lunghe ciocche.
Oh, mio dio, che sar successo? esclam Mary mentre Bill scendeva in tutta fretta dalla
macchina per andare incontro a Grace. Apr il cancelletto appena in tempo per afferrarla quando una
delle pantofole si infil nel terreno morbido facendole perdere l'equilibrio.
Qual  il problema? le domand, tenendola con tutte e due le mani.
 Fred! url lei.
La faccia di Bill perse ogni colore e lo sguardo punt immediatamente verso la casa, bianca e
silenziosa sotto i raggi del sole. Anche Les e Mary si affrettarono a scendere dalla macchina.
Che c' che non va con... cominci Bill, che non riusciva quasi a parlare.
Non vuole andare! grid Grace, la sua faccia una maschera deformata dalla paura.
Lo trovarono nella stessa posizione in cui secondo Grace era rimasto tutta la mattina: seduto
immobile, con i pugni chiusi, nella sua sedia a dondolo accanto alla finestra che dava sul giardino. Bill
gli si avvicin e gli appoggi una mano sulla spalla esile.
Che ti prende, amico? gli chiese.
Fred alz gli occhi, mentre un sorriso si formava agli angoli della piccola bocca. Ciao disse
con un filo di voce.
Non vuoi venire? gli chiese ancora Bill.
Fred respir a fondo e sembr sul punto di aggiungere qualcosa, poi ci rinunci. Si limit a
dire no, come se stesse educatamente rifiutando dei piselli a una cena.
Oh, mio dio, ve lo avevo detto, ve lo avevo detto! disse Grace singhiozzando. 
impazzito!
D'accordo, Grace, calmati scatt Bill irritato mentre lei si premeva un fazzoletto fradicio
sulla bocca. Mary si fece avanti e l'abbracci.
Perch no, amico? chiese Bill a Fred.
Un altro sorriso prese momentaneamente forma sulle sue labbra. Scroll appena le spalle.
Non voglio disse.
Oh, Fred, Fred, come puoi farmi questo? gemette Grace, in piedi accanto alla porta con la
mano destra che si tormentava nervosamente il collo. Bill sent un groppo alla gola, ma continu a
tenere gli occhi fissi sul volto inespressivo dell'amico.
Che ne sar di Grace? gli domand.
Grace deve andare rispose Fred. Voglio che vada, non voglio che muoia.
Come posso vivere laggi da sola? disse lei, sempre fra i singhiozzi.
Fred non rispose, si limit a restarsene seduto con gli occhi fissi davanti a s, come se fosse
imbarazzato da tanta attenzione, come se si stesse sforzando di trovare la cosa giusta da dire.
Sentite cominci. Lo so che  terribile e... e arrogante, ma io... io proprio non ce la faccio a
scendere laggi.
La sua bocca assunse una piega decisa. E non lo far aggiunse.
Bill si raddrizz con un profondo sospiro.
Be'... disse, impotente.
Io... Fred aveva aperto il pugno della mano destra e stava spianando un foglio di carta tutto
spiegazzato. Forse... questo vi spiegher... quello che intendo dire.
Bill lo prese e lo lesse, poi abbass lo sguardo su Fred e gli diede una pacca sulla spalla.
Va bene, amico disse infilandosi in tasca il foglio. Poi guard Grace.
Se hai intenzione di venire, vestiti le disse.
Fred! Quasi url il suo nome. Vuoi davvero farmi questa cosa orribile?
Tuo marito rimane le disse Bill. Vuoi restare con lui?
Io non voglio morire!
Bill la fiss per un momento, poi distolse lo sguardo.
Mary, aiutala a vestirsi disse.
Mentre si dirigevano verso la macchina, con Grace singhiozzante e aggrappata al braccio di
Mary, Fred era in piedi sulla soglia e osservava sua moglie che se ne andava. Lei non lo aveva baciato
n abbracciato, anzi si era ritratta dal suo congedo con un gemito di rabbiosa paura. Fred rimase l
senza muovere un muscolo, con la brezza che gli scompigliava i capelli radi.
Quando tutti furono saliti a bordo Bill tir fuori il foglio dalla tasca.
Ecco quello che ha scritto tuo marito disse con voce piatta, poi cominci a leggere: Se un
uomo muore con il sole negli occhi, muore da uomo. Se un uomo muore con la terra sulla faccia...
muore e basta.
Grace guard Bill con occhi vacui, le mani che continuavano a tormentarsi in grembo.
Mamma, perch lo zio Fred non viene? domand Jeannie mentre Bill avviava il motore e
faceva una brusca inversione a u.
Vuole rimanere fu tutto ci che Mary rispose.
La macchina guadagn velocit e punt verso Lincoln Boulevard. Nessuno parlava e Les
pens a Fred seduto tutto solo nella piccola casa, che aspettava. Solo. Il pensiero gli strinse la gola e gli
fece digrignare i denti. Adesso star gi pensando a un'altra poesia, pens, una che comincia cos: Se
un uomo muore e non c' nessuno a tenergli la mano...
Oh, ferma, ferma la macchina! esclam Grace.
Bill accost al marciapiede.
Non voglio andare laggi da sola disse Grace, avvilita. Non  giusto lasciarmi andare da
sola. Io...
Smise di parlare e si morse le labbra. Oh... Si sporse. Addio, Mary disse, e la baci.
Addio Ruth e baci anche lei. Poi Les e Jeannie, mentre a Bill rivolse un fugace, afflitto sorriso.
Ti odio disse.
Io ti voglio bene replic lui.
La guardarono allontanarsi lungo l'isolato, all'inizio camminando, poi, mentre si avvicinava
alla casa, quasi correndo con l'eccitazione di una bambina. Videro Fred avvicinarsi al cancello, poi Bill
ripart e si ritrovarono nuovamente soli.
Non avresti mai detto che Fred la pensasse in quel modo, vero? disse Les.
Non lo so, ragazzo disse Bill. Quando non lavorava se ne stava sempre nel suo giardino.
Gli piaceva mettersi addosso un paio di calzoncini corti e una maglietta e lasciare che il sole lo
scaldasse mentre potava le siepi o tagliava l'erba del prato o faceva qualche altra cosa. Posso capire che
si senta cos. Se vuole morire in quel modo, perch no?  vecchio abbastanza da sapere quello che
vuole. Fece una smorfia.  Grace che mi stupisce.
Non credi che sia stato un po' ingiusto da parte sua... forzarla in qualche modo a restare con
lui? chiese Ruth.
Cos' giusto o ingiusto? replic Bill. Si tratta della vita di un uomo e dell'amore di un
uomo. Dove sta scritto in che modo un uomo deve vivere e amare?
Raggiunsero l'ingresso poco dopo mezzogiorno e uno dei poliziotti concentrati a centinaia
nella zona li indirizz verso un campo di fianco alla strada e disse loro di parcheggiare e tornare
indietro.
Ges, guardate quante macchine disse Bill mentre guidava lentamente lungo la strada
ingombra di gente a piedi.
Macchine, a migliaia. Les ripens a un altro campo che aveva visto una volta dopo la Seconda
guerra mondiale. Era pieno di bombardieri affiancati, a perdita d'occhio. Questo gli assomigliava
molto, solo che si trattava di automobili e la guerra non era finita, stava appena cominciando.
Non  pericoloso lasciare qui tutte queste macchine? domand Ruth. Non costituiranno un
bersaglio?
Piccola, dovunque cada la bomba spazzer via tutto rispose Bill.
E poi aggiunse Les da come hanno costruito gli ingressi non credo che abbia molta
importanza dove cade.
Scesero tutti e rimasero fermi per un attimo, come se non sapessero bene cosa fare. Poi Bill
disse: Be', muoviamoci e diede una pacca al cofano della macchina. Addio, pezzo di latta. Riposa
in pace.
In frantumi?
C'erano delle lunghe code a ognuno dei venti sportelli prima dell'ingresso. Le persone
scorrevano lentamente e davano i loro nomi e indirizzi, prima di vedersi assegnare le diverse file
all'interno del bunker. Nessuno aveva troppa voglia di parlare, si limitavano a stringere le loro valigie e
procedevano a piccoli passi verso l'ingresso delle Gallerie.
Ruth si teneva al braccio di Les affondandogli le dita nella carne e lui cominci a sentire una
crescente tensione alle pareti dello stomaco, come se i muscoli si stessero pian piano calcificando. Ogni
piccolo, insignificante passo li portava sempre pi vicino all'ingresso, pi lontani dal cielo e dal sole,
dalle stelle e dalla luna. All'improvviso Les si sent male ed ebbe paura. Ebbe voglia di afferrare Ruth
per mano e riportarla a casa, per restare l finch non fosse tutto finito. Fred aveva ragione... adesso lo
capiva anche lui. Aveva ragione di pensare che un uomo non pu lasciare l'unica casa che abbia mai
avuto, andare a seppellirsi nella terra come una talpa e continuare a essere s stesso. Qualcosa sarebbe
successo laggi, qualcosa sarebbe cambiato. L'aria artificiale, le file tutte uguali di bulbi che
simulavano la luce del sole, la luna elettrica e le stelle fluorescenti: tutte invenzioni messe in atto a
seguito di qualche ricerca psicologica secondo la quale, privata di cos tanto tutto insieme, la gente
avrebbe subto gravi conseguenze. Ma erano davvero convinti che quelle soluzioni sarebbero state
sufficienti? Potevano credere sul serio che un uomo pu strisciare sottoterra all'interno di una grande
bara per vent'anni senza perdere la ragione?
Sent il suo corpo irrigidirsi e gli venne voglia di urlare contro la stupidit del mondo che
aveva portato gli uomini a flagellarsi da soli, fino a ottenere la loro stessa distruzione, in
un'interminabile catena di cieco sadismo. Trattenne il fiato e rivolse un'occhiata a Ruth, accorgendosi
che anche lei lo stava guardando.
Stai bene?
Lui tir un respiro tremante. S rispose. Tutto a posto.
Si sforz di attutire il lavorio della mente, ma senza riuscirci. Continu a guardare tutte le
persone intorno a lui domandandosi se anche loro provavano il suo stesso sdegno per quanto stava
succedendo, anzi per quanto esse stesse avevano permesso che succedesse. Anche loro ripensavano alla
notte precedente, alle stelle e all'aria frizzante e ai rumori della Terra? Scosse la testa. Quei pensieri lo
torturavano.
Gir gli occhi verso Bill mentre tutti e cinque scendevano faticosamente la lunga rampa di
cemento che portava agli ascensori. Bill stringeva la mano di Jeannie nella sua, guardandola senza
alcuna espressione sul volto. Poi Les lo vide voltarsi e fare un cenno a Mary scuotendo la valigia che
teneva nell'altra mano. Mary lo guard e Bill le strizz l'occhio.
Dove stiamo andando, pap? chiese Jeannie, e la sua vocetta echeggi acuta sulle pareti
rivestite di mattonelle bianche.
La gola di Bill si mosse. Te l'ho detto rispose. Andiamo a vivere per un po' sottoterra.
Per quanto tempo? chiese la bambina.
Risparmia il fiato, tesoro disse Bill. Non lo so.
Nell'ascensore non si sentiva il minimo rumore. Dentro c'erano un centinaio di persone, e
mentre scendeva era pi silenzioso di una tomba. Gi. Gi. Sempre pi gi.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Va' verso ovest, ragazzo.
...
.
...
Titolo originale: Go West, Young Man. 1954.
Traduzione di Maurizio Nati.
...
.
...
Quel pomeriggio la diligenza per Grantville aveva solo noi a bordo, due passeggeri che
saltellavano e dondolavano nel suo interno caldo e polveroso. Il ragazzo sedeva di fronte a me, una
mano appoggiata sul cuoio duro e secco del sedile e l'altra che stringeva in grembo una valigetta nera.
All'esterno, sotto il sole impietoso del Texas, l'aria era pregna del fragore di ventiquattro
zoccoli che pestavano il terreno, dello sferragliare sinistro delle catene, del gemito selvaggio delle
molle, del lamento cigolante del legno che si piegava. Dentro noi due eravamo sballottati avanti e
indietro e respiravamo la polvere del pianoro alcalino che portava a Grantville.
Grantville. Ormai mi sono abituato a quel nome. Ma come ogni altro sostenitore dei
confederati che si rispetti l'ho odiato per molti anni e come loro ho continuato a chiamarla con il suo
vecchio nome: Davisville. La chiamavo ancora cos nel 1871 quando avvenne tutto questo. Ma la
rabbia stava sbollendo. Dove c' un dolore infinito ben presto la rabbia viene meno.
Ma torniamo a quel giovanotto: vi dico che era giovane, e che solo a fatica lo si poteva definire
un uomo. Direi che poteva avere sui diciannove, vent'anni, anche se non lo seppi mai con certezza.
Aveva un bel colorito sotto il velo di polvere e quel poco dei suoi capelli che potevo vedere sotto la
tesa del cappello aveva il colore di castagne appena colte. Vestiva di flanella a quadretti e aveva una
cravatta scura con una spilla nel centro. La corporatura era quasi delicata e dal modo in cui vestiva
capii che non gli piaceva vivere all'aperto. Era un ragazzo di citt.
Dal momento in cui avevamo lasciato Austin, un paio d'ore prima, quella valigetta che teneva
stretta a s con tanta cura mi aveva molto incuriosito. Mi ero accorto che i suoi occhi azzurri non la
perdevano quasi mai di vista, e quando succedeva la sua bocca sottile assumeva una piega strana. Se
fosse un sorriso o una smorfia, anche questo non lo capii mai.
Il giovanotto aveva un'altra borsa oltre a quella pi piccola che teneva sulle ginocchia. Questa
l'aveva sistemata sul sedile accanto a lui. Era anch'essa nera, un po' pi grossa ma in apparenza della
stessa ditta. A questa non prestava troppa attenzione, anche se ad Austin aveva insistito nel tenerla
dentro la diligenza al suo fianco. Job Knowles, il vetturino, non aveva altri passeggeri e gli aveva
permesso di farlo.
E cos eccoci l, io e il ragazzo, ad attraversare il pianoro fino a Grantville; nessuno dei due
aveva parlato da quando eravamo partiti. Per circa un'ora e mezza avevo cercato di leggere il giornale
di Austin, ma a questo punto lo avevo gettato sul sedile impolverato e guardai di nuovo il volto teso del
giovanotto. Tornai anche ad abbassare gli occhi su quella valigetta e notai con quanta forza le sue dita
snelle si stringevano sulla maniglia d'osso.
Curiosit, dunque? Potete chiamarla cos. Oppure dite pure che ero un ficcanaso, ma perdonate
noi vecchi per la nostra mancanza di discrezione. Potrei anche dire che c'era qualcosa nella faccia di
quel ragazzo che mi ricordava Lew o Tylan, ma probabilmente non era cos.
Qualunque fosse il motivo, o la mancanza di un motivo, presi il giornale e glielo porsi.
Le va di leggerlo? gli chiesi superando il frastuono della diligenza.
Non c'era ombra di sorriso sul suo volto quando scosse la testa una volta. Anzi, strinse ancora
di pi la bocca fino a esprimere un'amara determinazione. Non capita spesso di vedere sulla faccia di
un ragazzo tanto giovane un'espressione come quella.  difficile, a quell'et, indulgere all'amarezza o
a una determinazione cos risoluta:  pi facile sorridere, o addirittura ridere, per poi dimenticarsi al pi
presto anche il peggiore dei mali.
Forse  per questo che quel giovanotto mi sembrava cos strano ma, ancora una volta,
attribuitelo pure alle facolt in declino di un vecchio. Facolt che non potevano pi impedirmi di
assumere il ruolo del rompiscatole.
Io l'ho letto tutto, se vuole... dissi.
No, grazie rispose lui seccamente, e forse fu il dondolio della diligenza che gli fece scuotere
la testa di nuovo.
C' un articolo interessante dissi, non riuscendo a tenere pi a freno la mia lingua ormai
sciolta. Un messicano afferma di avere ucciso il giovane Wesley Hardin.
Gli occhi del ragazzo si sollevarono per un attimo dalla valigetta e si puntarono su di me. Poi
tornarono subito ad abbassarsi.
Naturalmente non credo a una parola aggiunsi. Non  ancora nato l'uomo che pu fare
secco John Wesley. Chiocciai una volta in quello strano modo, non del tutto sicuro, che noi
meridionali abbiamo per esprimere la nostra ammirazione per quell'uomo incredibile. E aveva solo
diciotto anni dissi ricordando, e scuotendo la testa. La guerra ha cresciuto uomini strani.
Il giovane non scelse di parlare. Mi appoggiai allo schienale sussultante e lo guardai mentre lui
evitava volutamente i miei occhi.
Per non mi arresi. Che sar questa strana pulsione degli uomini anziani a confessarsi? Magari
temono di passare gli ultimi anni nell'isolamento, nel tentativo di riempire i momenti di declino con
qualcosa che non sia il silenzio della solitudine.
Deve esserci dell'oro in quella valigetta gli dissi per averne cos tanta cura.
Adesso fu un sorriso, quello che mi rivolse, anche se privo di allegria.
No, non c' oro rispose, e proprio mentre finiva di dirlo vidi la sua gola magra andare su e
gi.
Sorrisi anch'io e da quell'uomo vecchio che ero e sono incalzai la conversazione.
Sta andando a Davisville? gli chiesi.
Per un momento sembr confuso. Poi i lineamenti del suo volto serio si rilassarono. Oh,
intende dire Grantville disse, e capii in quel momento dalla sua voce che non era del Sud.
Allora smisi di parlare. Voltai la testa e attraverso la soffocante nuvola di polvere guardai il
terreno piatto che si stendeva a perdita d'occhio e i cespugli rachitici che punteggiavano quella distesa
desolata. Per un momento mi sentii prigioniero di quella freddezza che noi uomini del Sud adottiamo in
presenza dei nostri conquistatori. Fu una resa senza senso, adesso me ne rendo conto, e credo di
essermene reso conto anche allora.  solo l'orgoglio che pu conferire una forza stupida a un uomo,
riempiendolo di amarezza quando farebbe meglio a darsi da fare, a progredire verso l'adattamento e
non a recedere nel rancore.
Ma esiste qualcosa di pi forte dell'orgoglio, ed  la solitudine. Fu quella che mi spinse a
guardare di nuovo il giovanotto e a vederci ancora qualcosa dei miei due figli che avevano sacrificato
le loro vite a Shiloh. Dentro di me non potevo odiare quel giovane per essere di un'altra parte della
nazione. Anche allora, pur imbevuto com'ero del fiero orgoglio dei confederati, non ero bravo a odiare.
Ha in programma di stabilirsi... a Grantville? gli chiesi.
Gli occhi del ragazzo avevano evitato i miei fin da Austin e cos non potei dire se lo scintillio
che vidi in essi era permanente o qualcosa di momentaneo.
Solo per un po' rispose.
Sempre in giro dissi. Il giovane annu una volta e, mi sembr, le sue dita si strinsero ancora
di pi sulla valigetta che teneva in grembo con tanta cura.
Lei  del... nord dissi domandandomi se non avrei fatto meglio a stare zitto, ma sapendo
benissimo che non ne ero capace.
Il ragazzo sembr esitare, e io mi resi conto che stava cercando di decidersi. Era come se
dovesse scegliere se parlare liberamente con me oppure non dire niente. Vidi che la sua mano
continuava a tormentare la maniglia della valigetta e che, mentre la diligenza si faceva strada su una
zona pianeggiante, anche l'altra mano si era posata sulla maniglia.
Vuole vedere che c' dentro la... Il giovane si lasci sfuggire d'impulso le parole, poi si
blocc, come se ce l'avesse con s stesso per avere parlato.
Ecco, io... Non sapevo come controbattere a quell'offerta impulsiva e rimasta a met. Alla
mia et non ci si adatta subito quando qualcuno cambia idea cos in fretta.
Ovviamente il giovane si aggrapp alla mia indecisione per aggiungere: Be', non importa...
tanto non le interesserebbe. E anche se immagino che avrei potuto dire 's, voglio vederlo', in qualche
modo sentivo che non sarebbe stato giusto.
Il giovanotto si appoggi all'indietro e si tenne forte mentre la diligenza risaliva una salitella
sassosa. Dal finestrino al mio fianco pioveva dentro a raffiche un vento polveroso e pungente. Il
giovane aveva abbassato la tenda dal suo lato poco dopo aver lasciato Austin.
Ha degli affari nella nostra citt? gli chiesi dopo essermi tolto la polvere dal naso, dagli
occhi e dalla bocca.
Lui sembr sporgersi leggermente in avanti bench anche stavolta poteva trattarsi dello
sballottamento della diligenza.
Lei vive a Grantville? mi domand ad alta voce mentre sopra di noi Jeb strepitava ordini alle
sue tre coppie di cavalli e faceva schioccare la frusta sui loro corpi tesi.
Annuii. Ho una drogheria dissi sorridendogli. Una volta sono stato al Nord insieme al mio
figlio maggiore.
Non sembr nemmeno sentire quello che avevo detto. Sul suo volto prese forma
un'espressione concentrata che non avevo mai visto in nessuno.
Pu dirmi una cosa? cominci. Chi  il pistolero pi veloce della vostra citt?
La domanda mi lasci di stucco poich non sembrava stimolata da un'oziosa curiosit. Capii
che il giovanotto era interessato pi di quanto fosse lecito alla mia risposta. Stavolta si era davvero
sporto in avanti e le sue mani esangui tormentavano la maniglia della piccola valigetta nera.
Pistolero? replicai.
S. Chi  il pi veloce di Grantville?  Hardin? Viene spesso? O Longley? Ci capitano in
citt?
In quel preciso momento mi resi conto che in quel ragazzo c'era qualcosa che non andava,
perch mentre parlava la sua faccia era diventata tesa e ansiosa pi del necessario. Era una ben strana
espressione sulla faccia di un ragazzo di citt.
Temo di non essere troppo informato su queste cose dissi. Certo, la citt  abbastanza
violenta, sono il primo ad ammetterlo, ma io mi faccio i fatti miei, e cos tutti quelli come me, perci ci
teniamo fuori dai guai.
Ma che mi dice di Hardin?
Temo di non sapere nemmeno questo, giovanotto dissi. Anche se mi pare di aver sentito da
qualcuno che adesso si trova nel Kansas.
Sgomento. Fu ci che lessi sul volto del giovanotto, anche se non riuscii a spiegarmi perch.
Ma c'era... uno sgomento acuto e molto sentito.
Oh fece e si pieg appena all'indietro. La sua bocca perse tutta la rigidit dell'eccitazione.
Poi guard su di scatto. Ma fra voi ci sono dei pistoleri? chiese. Uomini pericolosi?
Lo fissai per un momento rimpiangendo in qualche modo di non aver continuato a leggere il
mio giornale, impedendo alla loquacit dei miei anni di prendere il sopravvento.
Ce ne sono risposi un po' risentito. Ce ne sono a bizzeffe nel nostro sud devastato.
In quel momento capii che la mia precedente sensazione di ammirazione per Wesley Hardin
era del tutto insicura, poich non era vera ammirazione, ma semplicemente una sorta di perversa
venerazione per la sfida che aveva lanciato alle forze occupanti. E poteva anche essere l'ammirazione
che si pu provare per colui che vive nel pericolo senza preoccuparsene. Un'ammirazione che spesso si
dimentica che uomini del genere di solito muoiono anche nel pericolo... giovani, e in modo violento.
C' uno sceriffo a Grantville? mi chiese allora il giovane.
C' dissi... ma chiss perch non aggiunsi che lo sceriffo Cleat era poco pi che un
burattino, un uomo che aveva paura anche della propria ombra e che conservava l'incarico solo perch
i pezzi grossi della contea erano troppo lontani per poter constatare con i loro occhi quale indegno
lavoro svolgesse il loro incaricato.
Non gli dissi tutto questo. Vagamente a disagio, non gli dissi pi niente e il silenzio torn a
separarci, io con i miei pensieri e lui con i suoi... per strani e contorti che fossero. Continu a fissare la
sua valigetta e a giocherellare con la maniglia mentre il suo petto magro si alzava e si abbassava a
scatti. Per non potevo fare a meno di domandarmi come mai stesse andando a Grantville e perch mi
avesse rivolto quelle strane domande.
E pi precisamente, mentre un debole campanello di allarme mi risuonava nella testa, cosa
avesse in quella valigetta nera.
Scricchioli, cigolii, il turbinoso vorticare dei raggi delle ruote. Grida, il rumore assordante
degli zoccoli nella polvere. Oltre un'altura lontana ci attendevano i grappoli delle case di Grantville.
Un giovane stava arrivando in citt.
La Grantville del periodo postbellico era la tipica cittadina texana che si sforzava di trovarsi
uno spazio in un limbo fra mancanza di legalit e voglia di crescere. Nelle sue strade polverose
passavano uomini con il volto teso per la rabbia della sconfitta. L'aria stessa sembrava carica di un
amareggiato risentimento... risentimento nei confronti delle forze di occupazione, degli avventurieri
nordisti calati al Sud per rimestare nel torbido, dei negri che annaspavano nella libert appena
guadagnata e spesso, con la pervertita ostinazione di chi  arrabbiato con la vita, anche nei confronti di
loro stessi e della loro razza. Una violenza potenziale sovrastava Grantville come un gigante
vendicativo. Dovunque si sentiva una minaccia di morte. Se ne poteva sentire l'odore e la polvere era
spesso rossa di sangue perch uomini non abbastanza veloci si trasformavano in vittime sacrificali per
gli dei della gloriosa disperazione.
In una citt del genere io vendevo cibarie a uomini che spesso morivano prima ancora di aver
digerito.
Non rividi il ragazzo per diverse ore dopo che Jeb Knowles ebbe fermato la diligenza davanti
all'albergo Blue Buck. Lo vidi allontanarsi e risalire i gradini dell'albergo tenendo strette le due
valigette. Poi alcuni amici mi salutarono e mi dimenticai di lui. Parlai per un po' con loro, poi andai al
negozio e scambiai quattro chiacchiere con Merton Withrop, il ragazzo che avevo incaricato di gestire
l'attivit durante le mie tre settimane di assenza. Controllai le ricevute, controllai il libro dei crediti,
controllai il registro delle spedizioni. Era tutto a posto e fui felice di scoprirlo. Dissi a Merton che
aveva fatto un ottimo lavoro, poi me ne andai a casa, mi diedi una ripulita e indossai degli abiti puliti.
Dovevano essere pi o meno le quattro del pomeriggio quando spinsi le porte a battente del
saloon Nellie Gold. Non sono e non sono mai stato un gran bevitore, ma da parecchi anni avevo la
piacevole abitudine di sedermi al fresco di un tranquillo tavolo d'angolo con davanti un bicchiere di
whisky per trastullarmi. Era il modo che avevo escogitato per passare il tempo.
Quel particolare pomeriggio avevo parlato per un po' con George P. Shaughnessy, il barista
del turno pomeridiano, poi mi ero ritirato nel mio solito tavolo indulgendo a qualche sogno sulla cena
imminente e ascoltando il brusio monotono delle conversazioni e il tintinnare dei gettoni nella stanza
sul retro, dove si giocava a poker.
Ero proprio l quando entr il ragazzo.
Se devo essere sincero non lo riconobbi subito, perch era cambiato in modo sbalorditivo nel
modo di camminare e nell'abbigliamento. Non indossava pi gli abiti di citt: al posto della giacca di
flanella portava una camicia larga con i bottoni di perla, al posto dei pantaloni di flanella dei calzoni
scuri e attillati che sprofondavano in stivali lucidi dai tacchi alti. In testa aveva uno Stetson a tesa larga
che proiettava un'ombra sui suoi lineamenti corrucciati.
I piedi lo avevano condotto quasi al bancone quando lo riconobbi e mi resi improvvisamente
conto di quello che aveva nascosto con tanta cura nella valigetta nera.
Incrociata sulla vita stretta c'era una coppia di cinturoni tenuti lenti e dalle fondine spuntavano
due Colt .44.
Confesso di essere rimasto sbalordito di fronte a tanta trasformazione. Pochi uomini a
Grantville portavano due pistole, figurarsi uno smilzo ragazzo di citt appena arrivato. E nella mia
mente rievocai le domande che mi aveva rivolto, e dovetti mettere gi il bicchiere, tanto mi tremava la
mano.
Gli altri clienti del Nellie Gold rivolsero un'occhiata distratta al giovane, poi tornarono a
occuparsi dei fatti loro. George P. Shaughnessy guard su sorridendo, pass come d'abitudine lo
straccio sul ripiano immacolato del bancone e chiese al ragazzo cosa volesse.
Whisky rispose lui.
Qualche marca speciale, signore? chiese George.
Una qualsiasi rispose il giovanotto usando il pollice per spostarsi all'indietro il cappello con
studiata indolenza.
Fu solo quando il liquore ambrato ebbe quasi riempito il bicchiere che il giovane rivolse la
domanda. Sapevo fin dal momento in cui l'avevo riconosciuto che l'avrebbe fatto.
Mi dica, chi  il pistolero pi veloce della citt?
George alz lo sguardo. Scusi, signore?
Il giovane ripet la domanda, con il volto che non tradiva alcuna emozione.
Suvvia, per quale motivo vorrebbe saperlo un giovane ammodo come lei? replic George in
tono paterno.
Le guance del ragazzo si tesero come si pu irrigidire la pelle di un tamburo tirandola.
Le ho fatto una domanda disse con una voce sgradevolmente piatta. Mi risponda.
I due clienti pi vicini interruppero la conversazione per osservare. Io dal canto mio sentii che
le mani mi diventavano fredde sulla superficie del tavolo. C'era qualcosa nella voce del giovanotto, una
durezza che sentivo spesso nelle voci di uomini che avevano abbandonato ogni divinit o ogni speranza
di trovarne una.
Ma la faccia di George mantenne l'espressione bonaria che aveva sempre, a parte quando
veniva provocato seriamente.
Vuole rispondere o no alla mia domanda? disse il ragazzo ritraendo le mani e facendole
scorrere in modo appena allusivo lungo il bordo del bancone.
Qual  il suo nome, giovanotto? chiese George.
Mi sentii trasalire quando la bocca del ragazzo s'indur e i suoi occhi divennero gelidi sotto la
tesa del cappello.
Poi sulle sue labbra prese momentaneamente forma l'ombra di un sorriso calcolato.
Il mio nome  Riker disse come se in qualche modo si aspettasse che quel nome mai sentito
seminasse terrore in tutti i nostri animi.
Be', giovane signor Riker, posso chiederle come mai desidera sapere chi  il pistolero pi
veloce in citt?
Chi ? Adesso non c'era pi nessun sorriso sulle labbra di Riker: si era di nuovo trasformato
in quella linea dura e immobile della bocca. Vidi che uno dei giocatori di poker nella stanza sul retro
faceva capolino da sopra la porta bassa per guardare nella sala principale.
Ecco, c' lo sceriffo Cleat disse George sorridendo. Direi che lui ...
Rimase a bocca spalancata quando si ritrov una pistola puntata sul petto.
Non mi racconti frottole disse il giovane Riker contenendo a fatica la rabbia. So che il
vostro sceriffo  un buono a nulla, me l'ha detto un tizio all'albergo. Voglio la verit.
Sottoline l'ultima parola alzando con un clic il cane della pistola e io vidi che George era
sbiancato.
Signor Riker, sta commettendo un grosso errore disse, poi fece un movimento all'indietro
sentendo la canna spingere sul petto.
La bocca di Riker era deformata dall'ira. Ha intenzione di dirmelo o no? sbott
rabbiosamente. La sua voce si spezz nel bel mezzo della frase come quella incerta di un adolescente, e
quell'esitazione sembr farlo arrabbiare ancora di pi.
Selkirk si affrett a dire George e io sentii un brivido che mi scorreva lungo la schiena.
Il giovane ritrasse la pistola con un altro sorriso che per un momento gli tremol sulle labbra.
Rivolse un'occhiata nervosa nella mia direzione, ma senza riconoscermi. Poi torn a puntare gli occhi
azzurri su George.
Selkirk ripet. E qual  il suo nome?
Barth disse George, con una voce che non tradiva n rabbia n paura.
Barth Selkirk. Il giovanotto pronunci il nome come per mandarlo a memoria. Poi si pieg
rapidamente in avanti con le narici dilatate e la linea sottile della bocca di nuovo rigida.
Gli faccia sapere che voglio ucciderlo disse. Gli dica che... Deglut frettolosamente e serr
le labbra. Stasera aggiunse. Proprio qui. Alle otto in punto. Torn a minacciarlo con la canna della
pistola. Glielo dica ordin.
George non disse nulla e Riker usc a ritroso dal bar guardandosi una volta alle spalle per
vedere dove fosse l'uscita. Mentre si allontanava il tacco alto dello stivale destro si pieg all'interno e
lui per poco non cadde. Mentre si sbracciava per ritrovare l'equilibrio tenne sempre la pistola puntata
verso la sala e mentre la faccia gli si imporporava gli occhi frugarono con frenetica preoccupazione
ogni angolo scuro del saloon.
Finalmente raggiunse la porta con il petto che si alzava e si abbassava per i respiri rapidi e
laboriosi. Noi non gli staccammo gli occhi di dosso: la pistola sembr saltare da sola nella fondina. Il
giovane Riker sorrise senza convinzione, ovviamente intenzionato in tutti i modi a convincere noi e s
stesso di avere il pieno controllo della situazione.
Gli dica che non mi piace disse come se stesse offrendo un motivo qualsiasi della sua
intenzione di uccidere Selkirk. Gli dica che  uno sporco ribelle aggiunse con una voce che sembrava
sfiatata. Gli dica... gli dica che sono uno yankee e che odio tutti i ribelli!
Rimase l per qualche attimo ancora guardandoci con un'aria non del tutto convinta di sfida.
Poi scomparve e noi ci ritrovammo a fissare il punto in cui era stato.
Fu George a rompere l'incantesimo. Sentimmo il ticchettio del vetro sul vetro mentre si
versava qualcosa da bere e lo vedemmo trangugiare il contenuto in un solo sorso. Giovane idiota
mormor.
Mi alzai e andai verso di lui.
Che ne pensi? mi chiese agitando la grossa mano nella direzione generica della porta. Che
ne pensi di quel giovane idiota?
Che hai intenzione di fare? chiesi io, consapevole dei due uomini che adesso si dirigevano
con affettata indifferenza verso l'uscita.
E che dovrei fare? mi chiese a sua volta George. Informer Selkirk, immagino.
Raccontai a George la mia chiacchierata con il giovane Riker e la sua strana trasformazione da
ragazzo di citt in pistolero improvvisato, a quanto pareva.
Be' disse George quando ebbi finito di parlare questo a che mi serve? Non posso
permettere che un giovane idiota come quello se la prenda con me. Lo sai che per poco non mi
sparava? Hai visto come maneggiava quella Colt? Scosse la testa.  un incosciente disse. Ma un
incosciente pericoloso... uno con il quale  meglio non correre rischi.
Non dirlo a Selkirk dissi io. Vado io dallo sceriffo e...
George mi interruppe con un suono profondamente disgustato e mi agit davanti il palmo
aperto. Dai, non scherzare, John disse. Lo sai che Cleat non far un bel niente. Lo sai che nasconde
la testa sotto il cuscino quando sente aria di sparatorie.
Ma sarebbe un massacro, George obiettai. Selkirk  un assassino incallito, questo lo sai per
certo.
George mi fiss con curiosit. Perch la cosa ti interessa tanto? mi chiese.
Perch  un ragazzo risposi. Perch non si rende conto di quello che sta facendo.
George alz le spalle.  venuto lui qui a chiederlo, giusto? disse. E poi, anche se io non gli
dico nulla, Selkirk lo verr a sapere lo stesso, ci puoi giurare. Quei due che sono appena usciti... non
credi che loro lo andranno a raccontare in giro?
Il cupo sorriso incresp le labbra di Shaughnessy. Il ragazzo avr quello che vuole disse. E
che Dio abbia piet della sua anima.
Rimanemmo senza parole in un silenzio torbido. Sentimmo all'esterno il rumore ovattato di
cavalli al galoppo, il chiacchiericcio degli uomini che si scambiavano commenti, il clangore lontano del
fabbro che picchiava sull'incudine. Era la vita della nostra citt... una corrente che continuava a
scorrere insensatamente, ignara che era imminente un altro atto di violenza, altra distruzione.
Mi avviai lentamente verso casa con in bocca il sapore della polvere e di una paura che non mi
dava tregua.
George aveva ragione. La voce della sfida che aveva lanciato il giovane straniero vol per tutta
la citt come una raffica di vento. E a quella voce il logoro simbolo della nostra citt, lo sceriffo Cleat,
reag rifugiandosi nel santuario della sua casa, facendosi beffa di ogni avviso di tempesta, o limitandosi
a ignorarlo con il suo consueto senso pratico.
Ma la tempesta stava effettivamente arrivando, lo sapevano tutti. Lo sapevano quelli che
avevano riempito la piazza con la loro presenza e quelli che si erano affollati nel Nellie Gold, che
all'improvviso si erano scoperti pi assetati del solito: tutti questi uomini lo sapevano. Una cosa era
certa: gli affari di un saloon andavano sempre alle stelle quando fra le sue mura era imminente
un'uccisione. La morte sembra un richiamo affascinante per chi pu permettersi di farsi da parte e
vederla mentre  all'opera su qualcun altro.
Quanto a me, mi piazzai accanto all'ingresso del Nellie Gold sperando di poter parlare al
giovane Riker, il quale era rimasto tutto il pomeriggio da solo nella sua camera d'albergo.
Alle sette e trenta Selkirk e i suoi leccapiedi giunsero al galoppo alla staccionata, legarono i
cavalli sbuffanti ed entrarono nel saloon. Sentii qualcuno che li salutava calorosamente e la loro
risposta, fatta di risate e grida. Erano su di giri, tutti quanti, questo si vedeva bene. Negli ultimi mesi le
cose erano state di una noia mortale, per loro. Cleat non gli aveva offerto nessuna resistenza,
limitandosi a sorridere come un idiota alle loro bravate e insulti. E visto che non c'era nessuno disposto
a sfoderare la pistola davanti a Barth Selkirk, le giornate si erano trascinate stancamente per lui e per la
sua banda, che si nutrivano di violenza. Giocare, ubriacarsi e passare il tempo con le donne perdute di
Grantville non era abbastanza per questi uomini. Ecco perch quella sera trasudavano tutti una
particolare eccitazione per quello che sarebbe successo.
Mentre aspettavo sul marciapiede di legno, continuando a tirare fuori il mio orologio da
taschino, sentivo gli uomini che rumoreggiavano dentro il saloon. Invece la voce profonda e misurata
di Barth Selkirk non la sentivo. Lui non gridava n rideva mai, ed  per questo che aleggiava come un
fantasma minaccioso sulla nostra citt. Perch la sua logica minacciosa la esprimeva con le pistole e
questo lo sapevano tutti.
Il tempo trascorse. Era la prima volta nella mia vita che una morte imminente mi sfiorava cos
da vicino. I miei ragazzi erano caduti a mille e cinquecento chilometri da me, avevano perso la vita
mentre io, ignaro, vendevo farina alla moglie del fabbro. Mia moglie era morta poco a poco passando
alla pace del sonno eterno senza un grido o un sospiro.
Eppure adesso mi trovavo nel bel mezzo di quello sgradevole momento. Perch avevo parlato
al giovane Riker, perch  s, adesso lo capivo  lui mi aveva ricordato Lew. Me ne stavo al buio,
tremante, con le mani umide infilate nelle tasche della giacca e nello stomaco un nodo sempre pi duro
di paura. Non  la morte che spaventa, ma l'attesa della sua inesorabile venuta.
Poi il mio orologio mi disse che erano le otto. Guardai su... e sentii i suoi stivali che
picchiavano sul legno in passi regolari, senza fretta.
Emersi dall'ombra e mi diressi verso di lui, e sembr che all'improvviso tutti i presenti nella
piazza fossero diventati silenziosi. Avvertii su di me i loro sguardi mentre camminavo verso la sagoma
sempre pi vicina di Riker. Me ne rendevo conto, era solo frutto dell'oscurit e dei nervi scossi, ma mi
sembr pi alto di prima mentre procedeva con andatura misurata, le piccole mani che dondolavano
nervose sui fianchi.
Mi fermai davanti a lui, che sul momento mi rivolse un'occhiata irritata e confusa. Poi quel
sorriso senza allegria torn a disegnarsi sulla sua faccia tesa.
Il droghiere disse in tono secco, ma fragile.
Io deglutii cercando di mandar gi il nodo gelido che mi bloccava la gola. Figliolo, stai
commettendo un errore dissi. Un errore molto brutto.
Levati dai piedi tagli corto lui. Gli occhi guardavano sopra la mia spalla, verso il saloon.
Figliolo, credimi. Barth Selkirk  un osso troppo duro per...
Sotto la luce cupa che usciva dal saloon gli occhi che punt su di me erano dell'azzurro di cose
congelate, senza vita. Mi manc la voce e senza dire un'altra parola mi spostai di lato per lasciarlo
passare. Quando un uomo vede negli occhi di un altro l'inflessibile determinazione che io vidi in quelli
di Riker, la cosa migliore  farsi da parte perch non ci sono parole che possano avere effetto su uomini
del genere.
Mi guard per un altro secondo e poi, flettendo i muscoli delle spalle, riprese a camminare e
non si ferm fino a quando non fu davanti alla doppia porta del Nellie Gold.
Mi feci pi vicino, fissando le luci e le ombre della sua faccia illuminata dalle lampade interne.
E mi sembr come se, per una frazione di secondo, quella maschera di spietata ferocia si scollasse dai
suoi lineamenti rivelando al di sotto un'espressione di puro terrore.
Ma fu solo un attimo, e non fui nemmeno certo di averlo davvero visto. Perch
improvvisamente i suoi occhi ripresero fuoco, la bocca sottile si strinse e Riker attravers le porte con
un'unica, lunga falcata.
Silenzio: un silenzio assoluto, quasi fragoroso, dentro la sala. Anche il tocco leggero dei miei
stivali mentre mi accostavo cautamente alla porta mi sembr fortissimo.
Poi, quando la raggiunsi, ci fu quell'improvvisa combinazione di suoni fruscianti, scalpitanti e
tintinnanti che emettono due avversari mentre si fanno indietro.
Sbirciai con cautela.
Riker se ne stava con le spalle rivolte a me e guardava verso il bar, dove era rimasta una sola
persona: Barth Selkirk.
Quest'ultimo era un uomo alto che appariva ancora pi alto per via del vestito nero che
indossava. Aveva i capelli lunghi e biondi che fuoriuscivano in folte ciocche da sotto lo Stetson a tesa
larga. Portava la pistola bassa sul fianco destro, con il calcio al contrario e la fondina legata
strettamente alla coscia. Aveva una faccia lunga e segnata dal sole e occhi azzurro cielo come quelli di
Riker, mentre la bocca era una linea immobile sotto i baffoni ben curati.
Non avevo mai visto Hickok di Abilene, ma si era sparsa la voce che Selkirk potesse stargli
alla pari.
I due uomini si guardavano e nel locale c'era un'aria pesante, come se ogni altra persona
presente avesse cessato di funzionare: il respiro sospeso, il corpo pietrificato... solo gli occhi
rimanevano vivi, e fissavano ora l'uno ora l'altro dei due contendenti. Poteva sembrare una stanza
piena di statue, talmente tutti erano immobili e silenziosi.
Poi vidi l'ampio petto di Selkirk espandersi lentamente mentre si riempiva d'aria. E quando
pian piano si contrasse la sua voce baritonale ruppe il silenzio con l'effetto di una martellata sul vetro.
Allora? disse, e lasci scivolare lo stivale dal corrimano di ottone posandolo a terra con un
tonfo.
Un attimo di pausa poi, tutto a un tratto, un'espressione soffocata si lev nella sala: come un
rantolo emesso da un uomo solo, invece che da tanti.
Perch le dita di Selkirk, ormai quasi all'altezza del calcio della pistola, si erano trasformate in
pietra mentre lui fissava a bocca spalancata la coppia di Colt gi in mano a Riker.
Lurido... cominci a dire, poi la sua voce si perse nel frastuono assordante dello sparo. Il suo
corpo venne scaraventato contro il bordo del bancone come se una mazza lo avesse colpito in pieno
petto. Rimase l per un momento, la faccia vacua per l'incredulit. Quindi la seconda pistola nell'altra
mano di Riker vomit rumorosamente il suo carico e Selkirk si accasci a terra come un sacco vuoto.
Io guardai stordito il corpo immobile di Selkirk, fissando la grossa chiazza di sangue che si
andava formando sotto il petto. Poi tornai a guardare Riker, che era rimasto in piedi velato da un fumo
acre davanti ai presenti increduli.
Lo sentii deglutire. Il mio nome  Riker disse con la voce che gli tremava. Indietreggi,
nervoso, rinfoderando la pistola sinistra con gesto fulmineo, ma puntando ancora l'altra verso il
gruppetto di avventori.
Poi usc dal saloon con la faccia stravolta da un misto di paura ed esultanza mentre si girava e
mi vedeva in piedi l fuori.
Hai visto? mi chiese con voce tremante. Hai visto?
Io lo guardai senza dire una parola mentre lui piegava la testa di scatto per guardare di nuovo
dentro il saloon, con le sue mani che piombarono gi verso il calcio delle pistole come uccelli
impallinati da un cacciatore.
In apparenza non vide minacce perch subito i suoi occhi tornarono a posarsi su di me... occhi
esaltati, con le pupille dilatate.
Adesso non mi dimenticheranno, giusto? disse deglutendo. Si ricorderanno il mio nome.
Ne avranno paura.
Fece per oltrepassarmi, poi scart di lato e si appoggi, colto da un'improvvisa debolezza,
contro la parete del saloon, respirando a fatica, con gli occhi azzurri che guizzavano da una parte
all'altra. Gli uomini distolsero subito lo sguardo, con le gole che si muovevano nervosamente mentre si
allontanavano.
La gola di Riker sembrava bloccata: continuava a risucchiare l'aria come se stesse soffocando.
Deglut con difficolt. Hai visto? mi chiese di nuovo, come ossessionato dall'idea di
condividere il suo sanguinario trionfo. Non  nemmeno riuscito a estrarre le pistole... nemmeno a
estrarle. Il suo petto magro fu scosso da un altro respiro convulso. Ecco... disse boccheggiando.
Ecco come si fa. Un altro ansito. Gliel'ho fatto vedere a tutti. Ho fatto vedere a tutti come si fa.
Sono venuto dalla citt e gli ho fatto vedere come si fa. Ho fatto secco il migliore che c'era, il
migliore. La sua gola si muoveva cos rapidamente da emettere un suono secco e ticchettante.
Gliel'ho fatto vedere farfugli.
Si guard intorno sbattendo le palpebre. Adesso io...
Si guard intorno con occhi spaventati come se un esercito di assassini silenziosi lo stessero
circondando. La sua faccia parve afflosciarsi, e lui dovette fare uno sforzo per chiudere le labbra
tremanti.
Togliti dai piedi mi ordin poi, spostandomi di lato. Mi voltai e lo guardai mentre si
allontanava a passo svelto in direzione dell'albergo, controllando di qua e di l, e anche dietro le spalle,
con rapidi gesti della testa, e con le mani pronte a scattare all'altezza delle fondine.
Mi sforzai di capire il giovane Riker, ma senza riuscirci.
Veniva dalla citt, questo lo sapevo. Una qualsiasi grande citt lo aveva generato. Era venuto a
Grantville con la deliberata intenzione di sfidare il pistolero pi veloce e ucciderlo faccia a faccia. E per
me questo non aveva senso. Mi sembrava un desiderio dissennato.
A questo punto che avrebbe fatto? Mi aveva detto solo che si sarebbe trattenuto a Grantville
per un po'. Adesso Selkirk era morto e io sapevo che non aveva pi motivo di trattenersi.
Dove sarebbe andato il giovane Riker? E avrebbe ripetuto le stesse scene nella prossima citt,
e poi in quella ancora dopo e via via nelle altre? Il giovane cittadino che arriva, si cambia d'abito,
chiede chi sia il pistolero pi pericoloso, lo affronta... era cos che sarebbe andata in ogni localit?
Quanto poteva durare una follia simile? Quanto tempo sarebbe passato prima di incontrare qualcuno
che non sarebbe riuscito a sconfiggere?
La mia mente era piena di queste infinite domande, ma pi delle altre la domanda era: perch?
Perch si comportava cos? Quale calcolata pazzia lo aveva strappato alla citt per cercare la morte in
quella terra straniera?
Mentre me ne stavo l a pormi domande gli uomini di Barth Selkirk trascinarono fuori il corpo
insanguinato del loro dio ammazzato e lo appoggiarono delicatamente sul suo cavallo. Ero cos vicino a
loro che vidi i suoi capelli biondi appena scompigliati dal vento notturno e sentii lo sgocciolio del suo
sangue nella strada buia.
Poi vidi i sei uomini che guardavano verso l'albergo Blue Buck, e i loro occhi luccicare
bramosi di vendetta sotto la luce che usciva dal Nellie Gold, e li sentii che confabulavano fra loro. Non
capii bene quello che si dicevano perch parlavano piano, ma capii che intenzioni avevano dal modo in
cui continuavano a lanciare occhiate in direzione dell'albergo.
Tornai a nascondermi nel buio pensando che potessero vedermi e mettersi a parlare da un'altra
parte. Rimasi a guardare nell'ombra, e mi sembr di capire con precisione cosa intendevano fare anche
prima che una delle figure indistinte sbattesse il palmo della mano sul calcio della pistola e dicesse
chiaramente: Muoviamoci.
Li vidi allontanarsi lentamente tutti e sei, le loro voci all'improvviso tacitate e gli occhi puntati
sull'albergo verso il quale si stavano dirigendo.
Un'altra sciocchezza:  un'antica debolezza dell'uomo, perch tutto a un tratto mi trovai a
emergere dall'ombra e a svoltare all'angolo del saloon, per poi mettermi a correre lungo il vicolo fra il
Nellie Gold e la selleria di Pike. Attraversai di corsa i riquadri di luce proiettati dalle finestre del
saloon, poi ripiombai nel buio. Non sapevo bene perch stessi correndo. Mi sembrava di essere come
trascinato da una forza invisibile che mi strappava ogni raziocinio dalla mente. Avevo in testa un unico
pensiero: avvisarlo.
Sono molto vecchio oggi, ma ero vecchio anche allora, e non tardai a ritrovarmi col fiato corto.
Tenevo la bocca spalancata mentre correvo con un'andatura frenetica. Risucchiavo aria troppo fredda
per la gola e il petto doloranti. Sentivo i lembi della giacca che mi svolazzavano come ali di uccelli
infuriati contro le gambe e ogni volta che appoggiavo pesantemente a terra uno stivale sentivo come un
pugno al cuore.
Non so come abbia fatto a giungere prima di loro, a parte il fatto che i sei si muovevano piano
mentre io percorrevo St Vera Street a tutta velocit, precipitandomi verso l'ingresso posteriore
dell'albergo.
Piombai nel corridoio silenzioso con gli stivali che emettevano suoni irregolari sul tappeto
sfilacciato.
Quella sera era di servizio Maxwell Tarrant, lo ricordo chiaramente. Guard su con un sussulto
quando giunsi trafelato davanti a lui.
Ehi, signor Callaway disse. Che ci fa...
In quale stanza si trova Riker? boccheggiai, sentendo il respiro che mi bruciava la gola come
scintille ardenti che scaturivano da un fuoco.
Riker? mi chiese il giovane Tarrant.
Svelto, ragazzo! gridai lanciando un'occhiata spaventata verso la porta quando sul portico
risuon un calpestio di stivali.
Stanza 27 disse il giovane Tarrant. Io mi precipitai verso le scale pregandolo di trattenere gli
uomini che stavano venendo a cercare Riker.
Non ero nemmeno arrivato al secondo piano quando sentii il rumore irregolare dei loro stivali
nell'atrio. Mi lanciai verso il corridoio male illuminato e giunto alla stanza 27 bussai con insistenza
sulla porta sottile.
Sentii provenire da dentro un rumore frusciante, di piedi con le calze che si trascinano sul
pavimento, poi la voce esile e tremante di Riker che chiedeva chi fosse.
Sono Callaway dissi. Il droghiere. Fammi entrare subito. Sei in pericolo.
Vattene da qui mi disse lui in tono imperioso, ma con la voce che sembrava ancora pi
incerta.
Che dio ti aiuti, ragazzo, preparati gli dissi senza fiato. Stanno arrivando gli uomini di
Selkirk.
Sentii il suo involontario gemito secco. No disse. Non ... Inal un respiro sibilante.
Quanti sono? mi chiese con voce vuota.
Sei risposi e dall'altra parte della porta mi sembr di sentire un singulto.
Non  giusto! protest lui con un tono di paura rabbiosa. Non  giusto, sei contro uno. Non
 giusto!
Rimasi l per qualche altro secondo, fissando la porta e immaginando quel giovane tormentato
dalla parte opposta, paralizzato dal terrore, con il cuore che gli picchiava nel petto come un maglio,
capace solo di pensare a una qualit morale che quegli uomini non possedevano.
Che devo fare? Il suo tono implorante richiedeva una risposta immediata.
Ma non avevo una risposta da dargli. Quasi subito sentii il rumore dei passi che salivano le
scale. Rendendomi conto dei limiti dovuti alla mia et e alla mia impotenza mi allontanai in tutta fretta
dalla porta e sgattaiolai via, da quella creatura spaventata che ero, in fondo al corridoio,
rannicchiandomi nell'ombra.
Fu come un sogno, vedere quei sei uomini dall'aria truce che avanzavano lungo il corridoio in
un sonoro calpestio di stivali e un acuto tintinnare di speroni, ognuno con una lunga Colt stretta in
pugno. No, non come un sogno, ma come un incubo. Sapendo che quegli individui puntavano verso la
stanza in cui Riker aspettava, sentii come se qualcosa mi sprofondasse nello stomaco, qualcosa di
freddo che mi torceva le viscere. Non mi ero mai sentito cos impotente e per qualche ragione che non
mi era chiara vidi il mio Lew dentro quella stanza, in attesa di essere ammazzato. Mi fece tremare in
modo incontrollato.
Gli stivali si fermarono. I sei scagnozzi si disposero intorno alla porta, tre da una parte e tre
dall'altra. Sei uomini giovani con le facce irrigidite da una volont inflessibile e le mani esangui per la
violenza con cui stringevano le pistole.
Il silenzio si ruppe. Vieni fuori da quella stanza, bastardo di uno yankee! grid uno dei sei.
Era Thomas Ashwood, un ragazzo che una volta avevo visto giocare per le strade di Grantville, un
ragazzo che poi si era trasformato nell'uomo stravolto che adesso se ne stava con la pistola in mano e
con in testa soltanto pensieri di morte e di vendetta.
Un momentaneo silenzio.
Ho detto vieni fuori! url di nuovo Ashwood, poi si spost di lato e l'albergo sembr scosso
da un'esplosione quando uno dei pannelli della porta, crivellato di pallottole, si ridusse in mille pezzi.
Mentre la pallottola perforava il sottile pannello di legno Ashwood fece fuoco due volte contro
la serratura, e il doppio lampo gli illumin la faccia come un fulmine. Io rimasi quasi assordato dagli
spari che continuarono a rimbombare su e gi per il corridoio.
Un altro colpo di pistola rugg dentro la stanza. Ashwood sfond con un calcio la porta
all'altezza della serratura e scomparve dalla mia vista. Lo scambio assordante di spari sembr
inchiodarmi alla parete.
Poi, nel silenzio pi assoluto, io sentii il giovane Riker che supplicava con voce pietosa: Non
spararmi pi!
La successiva esplosione mi colp come un calcio nello stomaco. Mi rattrappii contro il muro e
tacitai il mio respiro mentre guardavo gli altri cinque che facevano irruzione nella stanza e sentivo il
rumore crepitante delle loro pistole.
Era finito, tutto finito, in meno di un minuto. Mentre mi appoggiavo debolmente alla parete,
quasi incapace di tenermi in piedi, vidi due degli uomini di Selkirk che trascinavano lungo il corridoio
Ashwood ferito, subito seguiti dagli altri tre che mormoravano eccitati fra loro. Uno disse: L'abbiamo
conciato per le feste.
In un attimo il rumore dei loro stivali svan e mi ritrovai solo nel corridoio vuoto fissando con
aria istupidita la nebbiolina di polvere e fumo che emergeva lentamente dalla stanza aperta.
Non ricordo quanto tempo rimasi l con lo stomaco ridotto a un groviglio contorto di dolore, le
mani tremanti e quasi ghiacciate penzoloni lungo i fianchi.
Solo quando in cima alle scale apparve il giovane Tarrant, bianco in volto e spaventato, trovai
la forza di trascinarmi fino alla stanza di Riker.
Lo trovammo immerso nel suo sangue con gli occhi sofferenti che fissavano senza vederlo il
soffitto e le due pistole ancora fumanti strette nelle mani.
Aveva di nuovo addosso il suo vestito di flanella, camicia bianca e calze scure ed era grottesco
vederlo sdraiato l in quel modo, con gli abiti di tutti i giorni inzuppati di sangue e le lunghe pistole
nelle mani bianche e immobili.
Oddio esclam il giovane Tarrant in un bisbiglio sgomento. Perch lo hanno ucciso?
Anche se lo sapevo scossi la testa e non risposi. Dissi al giovane Tarrant di andare a chiamare
il becchino e aggiunsi che avrei pagato io tutte le spese. Lui fu ben lieto di lasciare la stanza.
Mi sedetti sul letto sentendomi molto stanco. Guardai dentro la valigetta aperta del giovane
Riker e vidi camicie e biancheria, cravatte e calze.
Fu proprio nella valigetta che trovai i ritagli di giornale e il diario.
I ritagli provenivano da riviste e giornali del Nord. Riguardavano Hickok, Longley e Hardin, e
altri famosi pistoleri del nostro territorio. C'erano delle sottolineature a matita sotto alcune frasi, come:
'Di solito Wild Bill porta due pistole a canna corta sotto la giacca' oppure 'Pi di un uomo ha perso la
vita per via del trucchetto di Hardin chiamato piegamento di traverso'. Frasi sottolineate nel modo in
cui uno studente sottolinea quelle parti di testo che sa di dover ricordare bene.
Il diario completava il quadro. Raccontava di una mente deviata che vedeva come idoli uomini
il cui unico talento era uccidere. Parlava di un ragazzo di citt che si era comprato delle pistole e si era
esercitato a estrarle fino a diventare incredibilmente rapido, fino a che alla velocit non si un una
precisione infallibile nel colpire all'istante ogni bersaglio.
Parlava anche di una progettata odissea nella quale il ragazzo di citt sarebbe diventato il
pistolero pi famoso del Sudest. Elencava le citt che quel ragazzo aveva intenzione di conquistare.
Grantville era la prima della lista.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Il conquistatore.
...
.
...
Titolo originale: The Conqueror. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Quel pomeriggio del 1871 la diligenza per Grantville aveva solo noi a bordo, due passeggeri
che saltellavano e dondolavano nel suo interno caldo e polveroso sotto il sole impietoso del Texas. Il
ragazzo sedeva di fronte a me, una mano appoggiata sul cuoio duro e secco del sedile e l'altra che
stringeva in grembo una valigetta nera.
Doveva avere fra diciannove e vent'anni ed era di corporatura piuttosto delicata. Vestiva di
flanella a quadretti e aveva una cravatta scura con una spilla nel centro. Si capiva benissimo che veniva
dalla citt.
Dal momento in cui avevamo lasciato Austin, un paio d'ore prima, quella valigetta che teneva
stretta a s con tanta cura mi aveva incuriosito. Avevo notato che i suoi occhi azzurri non la perdevano
quasi mai di vista, e quando succedeva la sua bocca sottile assumeva una piega strana... se fosse un
sorriso o una smorfia non saprei dirlo. Un'altra borsa nera leggermente pi grande era appoggiata sul
sedile accanto a lui, ma a questa non rivolgeva tanta attenzione.
Sono un uomo anziano, e anche se di solito non sono un chiacchierone, devo riconoscere che
in certe occasioni mi piace far conversazione. Tuttavia in tutto quel tempo non avevo mai provato a
parlare, e lo stesso aveva fatto lui. Per circa un'ora e mezza avevo cercato di leggere il giornale di
Austin, ma a questo punto lo gettai sul sedile impolverato. Tornai ad abbassare gli occhi su quella
valigetta e notai con quanta forza le sue dita snelle si stringevano sulla maniglia d'osso.
In tutta franchezza ero curioso. E forse nella faccia di quel giovane c'era qualcosa che mi
ricordava Lew o Tylan... i miei due figli. Comunque ripresi il giornale e glielo porsi.
Le piacerebbe leggerlo? gli chiesi superando il frastuono dei ventiquattro zoccoli che
picchiavano sul terreno e gli scricchiolii continui della diligenza.
Non c'era ombra di sorriso sul suo volto quando scosse la testa una volta. Anzi, strinse ancora
di pi la bocca fino a esprimere un'amara determinazione. Non capita spesso di vedere sulla faccia di
un ragazzo tanto giovane un'espressione come quella.  difficile, a quell'et, indulgere all'amarezza o
a una determinazione cos risoluta:  pi facile sorridere, o addirittura ridere, per poi dimenticare al pi
presto anche il peggiore dei mali. Forse  per questo che quel giovanotto mi sembrava cos strano.
Io l'ho letto tutto, se vuole... dissi.
No, grazie rispose lui seccamente.
C' un articolo interessante insistei, non riuscendo a tenere pi a freno la mia lingua ormai
sciolta. Un messicano sostiene di avere ucciso il giovane Wesley Hardin.
Gli occhi del giovane si sollevarono per un attimo dalla valigetta e si puntarono su di me. Poi
tornarono ad abbassarsi.
Naturalmente non credo a una parola aggiunsi. Non  ancora nato l'uomo che pu fare
secco John Wesley.
Visto che il giovane non aveva voglia di parlare, mi appoggiai allo schienale e lo studiai
mentre evitava accuratamente il mio sguardo.
Per non mi arresi. Che sar questa strana pulsione degli uomini anziani a confessarsi? Magari
temono di passare gli ultimi anni nell'isolamento. Deve esserci dell'oro in quella valigetta gli dissi
per averne cos tanta cura.
Adesso fu un sorriso, quello che mi rivolse, anche se privo di allegria.
No, non c' oro rispose, e proprio mentre finiva di dirlo vidi la sua gola magra andare su e
gi.
Sorrisi anch'io e lo incalzai.
Sta andando a Grantville? gli chiesi.
S disse lui... e all'improvviso capii dal suo accento che non era del Sud.
Smisi di parlare. Voltai la testa e attraverso la soffocante nuvola di polvere guardai il terreno
piatto che si stendeva a perdita d'occhio e i cespugli rachitici che punteggiavano quella distesa
desolata. Per un momento mi sentii prigioniero di quella freddezza che noi uomini del Sud adottiamo in
presenza dei nostri conquistatori.
Ma esiste qualcosa di pi forte dell'orgoglio, ed  la solitudine. Fu quella che mi spinse a
guardare di nuovo il giovanotto e a vederci ancora qualcosa dei miei due figli che avevano donato le
loro vite a Shiloh. Dentro di me non potevo odiare quel giovane perch era di un'altra parte della
nazione. Anche allora, pur imbevuto com'ero del fiero orgoglio dei confederati, non ero bravo a odiare.
Pensa di trattenersi a Grantville? gli chiesi.
Gli occhi del ragazzo scintillarono. Solo per un po' rispose. Le sue dita si strinsero ancora di
pi sulla valigetta che teneva in grembo con tanta decisione. Poi di colpo si lasci sfuggire: Vuole
vedere che c' nella...
Si blocc, serrando la bocca come infuriato per essersi lasciato andare.
Non seppi come controbattere a quell'offerta impulsiva rimasta a met.
Ovviamente il ragazzo si aggrapp alla mia indecisione e disse: Be', non importa... tanto non
le interesserebbe.
Anche se immagino che avrei potuto protestare il contrario, in qualche modo capivo che
sarebbe stato inutile.
Il giovanotto si appoggi all'indietro e si tenne forte mentre la diligenza affrontava una
salitella piena di sassi. Dal finestrino al mio fianco un vento polveroso e pungente pioveva dentro a
raffiche. Il giovane aveva abbassato la tenda dal suo lato poco dopo aver lasciato Austin.
Ha degli affari nella nostra citt? gli chiesi dopo essermi tolto la polvere dal naso, dagli
occhi e dalla bocca.
Lui si sporse appena. Lei vive a Grantville? mi domand ad alta voce mentre sopra di noi il
vetturino, Jeb Knowles, strepitava ordini alle sue tre coppie di cavalli e faceva schioccare la frusta sui
loro corpi tesi.
Annuii. Gestisco una drogheria dissi sorridendogli. Una volta sono stato al Nord insieme a
mio... al mio figlio maggiore.
Non sembr accorgersi di quello che avevo detto. Sul suo volto prese forma un'espressione
concentrata che non avevo mai visto in nessuno.
Pu dirmi una cosa? cominci. Chi  il pistolero pi veloce nella vostra citt?
La domanda mi sbalord poich non sembrava stimolata da un'oziosa curiosit. Capii che il
giovanotto era interessato pi di quanto fosse lecito alla mia risposta. Le sue mani esangui
tormentavano la maniglia della valigetta.
Pistolero? replicai.
S. Chi  il pi veloce di Grantville?  Hardin? Viene spesso? O Longley? Ci capitano in
citt?
In quel momento mi resi conto che in quel ragazzo c'era qualcosa che non andava, perch
mentre parlava la sua faccia era diventata tesa e ansiosa pi del necessario.
Temo di non essere troppo informato su queste cose dissi. Certo, la citt  abbastanza
violenta, sono il primo ad ammetterlo, ma io mi faccio i fatti miei, e cos tutti quelli come me, perci ci
teniamo fuori dai guai.
Ma che mi dice di Hardin?
Temo di non sapere nemmeno questo, giovanotto dissi. Anche se mi pare di aver sentito da
qualcuno che adesso si trova nel Kansas.
L'espressione del ragazzo trad un'intensa delusione.
Oh fece e si pieg appena all'indietro.
Poi si tir su di scatto. Ma l ci sono dei pistoleri? chiese. Uomini pericolosi?
Lo fissai per un momento rimpiangendo in qualche modo di non aver continuato a leggere il
mio giornale, impedendo alla loquacit tipica dei miei anni di prendere il sopravvento. Ce ne sono
risposi un po' risentito. Il nostro Sud devastato ne  pieno.
C' uno sceriffo a Grantville? mi chiese allora il giovane.
C' dissi... ma chiss perch non aggiunsi che lo sceriffo Cleat era poco pi che un
burattino, un uomo che aveva paura anche della propria ombra e che conservava il suo incarico solo
perch i pezzi grossi della contea erano troppo lontani per poter vedere con i loro occhi quale indegno
lavoro svolgesse il loro incaricato.
Non gli dissi tutto questo. Vagamente a disagio, smisi di parlargli e il silenzio torn a
separarci, io con i miei pensieri e lui con i suoi... strani e contorti che fossero. Continu a fissare la sua
valigetta e a giocherellare con la maniglia mentre il suo petto magro si alzava e si abbassava a scatti.
Scricchioli, cigolii, il turbinoso vorticare dei raggi delle ruote. Grida, il rumore assordante
degli zoccoli nella polvere. Oltre un'altura lontana ci attendevano i grappoli delle case di Grantville.
Un giovane stava arrivando in citt
La Grantville del periodo postbellico era la tipica cittadina texana che si sforzava di trovarsi
uno spazio nel limbo fra mancanza di legalit e voglia di crescere. Nelle sue strade polverose
passavano uomini con il volto teso per la rabbia della sconfitta. La stessa aria sembrava carica del loro
amareggiato risentimento... risentimento nei confronti delle forze di occupazione, degli avventurieri
nordisti calati al Sud per rimestare nel torbido e, con la pervertita ostinazione di chi  arrabbiato con la
vita, risentimento anche nei confronti di loro stessi e della loro razza. Dovunque si avvertiva una
minaccia di morte e la polvere era spesso rossa di sangue. In una citt del genere io vendevo cibarie a
uomini che spesso morivano prima ancora di aver digerito.
Non rividi il ragazzo per diverse ore dopo che Jeb Knowles ebbe fermato la diligenza davanti
all'albergo Blue Buck. Lo osservai allontanarsi e salire i gradini dell'albergo tenendo strette le due
valige.
Poi alcuni amici mi salutarono e mi dimenticai di lui.
Chiacchierai per un po' con loro, poi andai al mio negozio. Era tutto a posto. Feci i
complimenti a Merton Withrop, il ragazzo che avevo incaricato di gestire l'attivit durante le mie tre
settimane di assenza, poi me ne andai a casa, mi diedi una lavata e indossai degli abiti puliti.
Dovevano essere pi o meno le quattro del pomeriggio quando spinsi il cancelletto del saloon
Nellie Gold. Non sono e non sono mai stato un gran bevitore, ma da parecchi anni avevo la piacevole
abitudine di sedermi a un tavolo all'angolo, al fresco, sorseggiando un bicchiere di whisky. Era il modo
che avevo trovato per passare il tempo.
Quel pomeriggio in particolare avevo scambiato quattro chiacchiere con George P.
Shaughnessy, il barista del turno pomeridiano, poi mi ero ritirato al mio solito tavolo indulgendo a
qualche sogno sulla cena imminente e ascoltando il brusio monotono delle conversazioni e il tintinnare
dei gettoni nella stanza sul retro, dove si giocava a poker.
Ecco quello che facevo quando entr il giovanotto.
A dire la verit non lo riconobbi subito, perch era cambiato in modo sbalorditivo nel
portamento e nell'abbigliamento. Non indossava pi abiti di citt: al posto della giacca di flanella
portava una camicia larga con i bottoni di perla, al posto dei pantaloni di flanella dei calzoni scuri e
attillati che sprofondavano in stivali lucidi dai tacchi alti. In testa aveva un cappello a tesa larga che
proiettava un'ombra sui suoi lineamenti corrucciati.
Era giunto quasi al bancone quando lo riconobbi e mi resi improvvisamente conto di ci che
aveva nascosto con tanta cura nella valigetta nera.
Incrociata sulla vita stretta c'era una coppia di cinturoni tenuti lenti e dalle fondine spuntavano
due Colt .44.
Confesso di essere rimasto imbambolato di fronte a tanta trasformazione. Pochi uomini a
Grantville portavano due pistole, figurarsi un esile ragazzo di citt appena arrivato.
Rievocai nella mente le domande che mi aveva rivolto e la mano cominci a tremarmi a tal
punto che dovetti mettere gi il bicchiere.
Gli altri clienti del Nellie Gold rivolsero un'occhiata distratta al giovane, poi tornarono a
occuparsi dei fatti loro. George P. Shaughnessy sollev lo sguardo sorridendo, pass come d'abitudine
lo straccio sul ripiano immacolato del bancone e chiese al ragazzo cosa volesse.
Whisky rispose lui.
Qualche marca speciale, signore? chiese George.
Una qualsiasi rispose il giovanotto spostandosi all'indietro il cappello con studiata
indolenza.
Fu solo quando il liquore ambrato ebbe quasi riempito il bicchiere che il giovane rivolse la
domanda. Sapevo fin dal momento in cui l'avevo riconosciuto che l'avrebbe fatto.
Mi dica, chi  il pistolero pi veloce della citt?
George alz la testa. Scusi, signore?
Il giovane ripet la domanda, con il volto che non tradiva alcuna emozione.
Ecco, per quale motivo vorrebbe saperlo un giovane ammodo come lei? replic George in
tono paterno.
Le guance del ragazzo si tesero come la pelle di un tamburo.
Le ho fatto una domanda disse con una voce sgradevolmente piatta. Mi risponda.
I due clienti pi vicini interruppero la conversazione per osservare la scena. Cominciai a
sentirmi le mani fredde sulla superficie del tavolo. C'era qualcosa di crudele nella voce del giovanotto.
Ma la faccia di George conserv l'espressione bonaria che aveva sempre.
Vuole rispondere o no alla mia domanda? disse il ragazzo ritraendo le mani e facendole
scorrere in modo appena allusivo lungo il bordo del bancone.
Qual  il suo nome, figliolo? chiese George.
La bocca del giovane s'indur e gli occhi divennero gelidi sotto la tesa del cappello. Poi sulle
labbra prese forma un sorriso studiato. Il mio nome  Riker disse come se in qualche modo si
aspettasse che quel nome mai sentito seminasse terrore in tutti gli animi.
Be', giovane signor Riker, posso chiederle come mai vuole sapere chi  il pistolero pi veloce
in citt?
Chi ? Adesso non c'era pi nessun sorriso sulle labbra di Riker: si era di nuovo trasformato
in quella linea dura e immobile della bocca. Vidi che uno dei giocatori di poker dell'altra stanza faceva
capolino da sopra la porta a spinta per guardare nel saloon.
Insomma, disse George sorridendo c' lo sceriffo Cleat. Direi che lui ...
Non fin la frase. Fiss a bocca spalancata la pistola puntata contro il petto.
Non mi racconti frottole disse il giovane Riker contenendo a fatica la rabbia. So che il
vostro sceriffo  un buono a nulla, me l'ha detto un tizio all'albergo. Voglio la verit.
Sottoline l'ultima parola alzando con un clic il cane della pistola. George impallid.
Signor Riker, sta commettendo un grosso errore disse, poi trasal sentendo la canna spingere
sul petto.
La bocca di Riker era deformata dall'ira. Ha intenzione di dirmelo? sbott rabbiosamente.
La sua voce si spezz nel bel mezzo della frase come quella di un adolescente.
Selkirk si affrett a dire George.
Il giovane ritrasse la pistola con un sorriso che per un momento gli tremol sulle labbra.
Rivolse un'occhiata nervosa nella mia direzione, ma senza riconoscermi. Poi torn a puntare gli occhi
azzurri su George.
Selkirk ripet. E qual  il suo nome?
Barth disse George, con una voce che non tradiva n rabbia n paura.
Barth Selkirk. Il giovanotto pronunci il nome come per mandarlo a memoria. Poi si pieg
sul banco con le narici dilatate e la sua bocca divenne di nuovo una linea sottile.
Gli faccia sapere che voglio ucciderlo disse. E che... Deglut frettolosamente e serr le
labbra. Proprio qui. Alle otto in punto. Torn a minacciarlo con la pistola. Glielo dica ordin.
George non replic e Riker usc a ritroso dal bar guardandosi una volta alle spalle per vedere
dove fosse l'uscita. Mentre si allontanava, il tacco alto di uno degli stivali si pieg all'interno e lui per
poco non cadde. Dimenandosi per ritrovare l'equilibrio tenne la pistola puntata verso la sala e mentre la
faccia gli si imporporava, gli occhi frugarono con frenetica preoccupazione ogni angolo scuro del
saloon.
Finalmente giunse alla porta, con il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Noi non gli
avevamo staccato gli occhi di dosso e lo vedemmo che rinfoderava la pistola con la velocit del
fulmine. Il giovane Riker sorrise senza convinzione, ovviamente intenzionato in tutti i modi a
convincere noi e s stesso di avere la situazione sotto controllo.
Gli dica che non mi piace aggiunse con una voce che sembrava sfiatata. Gli dica... gli dica
che sono uno yankee e che odio tutti i ribelli!
Per qualche attimo rimase ancora l con un'aria di sfida. Poi scomparve.
Fu George a rompere l'incantesimo. Sentimmo il ticchettio del vetro sul vetro mentre si
versava qualcosa da bere e lo vedemmo trangugiare il contenuto del bicchiere in un solo sorso.
Giovane idiota mormor.
Mi alzai e andai verso di lui.
Che ne pensi? mi chiese agitando la grossa mano in direzione della porta.
Che hai intenzione di fare? chiesi io, consapevole dei due uomini che adesso si dirigevano
con affettata indifferenza verso l'uscita.
E che dovrei fare? ribatt George. Informer Selkirk, credo.
Raccontai a George la mia chiacchierata con il giovane Riker e la sua strana trasformazione da
ragazzo di citt in pistolero improvvisato con intenzioni omicide.
Be', disse George quando ebbi finito di parlare questo a cosa mi serve? Non posso
permettere che un giovane idiota come quello se la prenda con me. Lo sai che per poco non mi
sparava? Hai visto come maneggiava quella Colt? Scosse la testa.  un incosciente disse. Ma un
incosciente pericoloso... uno con il quale  meglio non correre rischi.
Non dirlo a Selkirk dissi io. Vado dallo sceriffo e...
George mi agit davanti il palmo aperto. Non scherzare, John disse. Lo sai che Cleat
nasconde la testa sotto il cuscino quando sente aria di sparatorie.
Ma sarebbe un massacro, George obbiettai. Selkirk  un omicida incallito, questo lo sai.
George mi fiss con curiosit. Perch la cosa ti interessa tanto? mi chiese.
Perch  un ragazzo risposi. Perch non si rende conto di quello che sta facendo.
George alz le spalle.  venuto lui qui a chiederlo, no? disse. E poi, anche se io non gli
dico nulla, Selkirk lo verr a sapere lo stesso, ci puoi giurare. Quei due che sono appena usciti... non
credi che lo racconteranno in giro?
Un cupo sorriso incresp le labbra di Shaughnessy. Il ragazzo avr il suo duello disse. E
che Dio possa avere piet della sua anima.
George aveva ragione. La notizia della sfida che aveva lanciato il giovane straniero vol per
tutta la citt come una raffica di vento. E a quella notizia il logoro simbolo della nostra citt, lo sceriffo
Cleat, reag rifugiandosi nel santuario della sua casa, facendosi beffa di ogni avviso di tempesta, o
limitandosi a ignorarlo con il suo consueto senso pratico.
Ma la tempesta stava effettivamente arrivando, lo sapevano tutti. Lo sapevano bene quelli che
avevano trovato ogni scusa per radunarsi in piazza. Lo sapevano gli avventori del Nellie Gold, che
sembravano pi assetati che mai. La morte  un richiamo affascinante per chi pu permettersi di farsi
da parte e vederla mentre  all'opera su qualcun altro.
Mi piazzai accanto all'ingresso del Nellie Gold sperando di poter parlare al giovane Riker, il
quale se ne stava da solo nella sua camera d'albergo.
Alle sette e trenta Selkirk e i suoi leccapiedi giunsero al galoppo alla staccionata, legarono i
cavalli sbuffanti ed entrarono nel saloon. Sentii qualcuno che li salutava calorosamente e la loro
risposta, fatta di risate e grida. Erano su di giri, tutti quanti, questo era evidente. Negli ultimi mesi si
erano annoiati. Cleat non aveva offerto loro nessuna resistenza, limitandosi a sorridere come un idiota
alle loro bravate e insulti. E visto che non c'era nessuno disposto a sfoderare la pistola davanti a Barth
Selkirk, le giornate si erano trascinate stancamente per lui e per la sua banda che amava la violenza.
Giocare, ubriacarsi e passare il tempo con le donne perdute di Grantville non era abbastanza per quella
gente. Ecco perch quella sera trasudavano tutti una particolare eccitazione per ci che sarebbe
successo.
Mentre me ne stavo in attesa sul marciapiede di legno, continuando a tirare fuori il mio
orologio da taschino, sentivo gli uomini che strepitavano dentro il saloon, ma non la voce profonda e
misurata di Barth Selkirk. Lui non gridava n rideva mai, ed  per questo che aleggiava come un
fantasma minaccioso sulla nostra citt. Perch la sua logica sinistra la esprimeva con le pistole e questo
lo sapevano tutti.
Il tempo scorreva. Era la prima volta nella vita che una morte imminente mi sfiorava cos da
vicino. I miei figli erano caduti a millecinquecento chilometri da me, avevano perso la vita mentre io,
ignaro, vendevo farina alla moglie del fabbro. Mia moglie era morta poco a poco passando alla pace del
sonno eterno senza un grido o un sospiro.
Eppure adesso mi trovavo nel bel mezzo di quello spiacevole momento. Avevo parlato al
giovane Riker perch  s, adesso lo capivo  lui mi aveva ricordato Lew, e per questo me ne stavo al
buio con le mani umide infilate nelle tasche della giacca e nello stomaco un nodo sempre pi duro di
paura.
Poi il mio orologio mi disse che erano le otto. Guardai su... e sentii i suoi stivali che
picchiavano sul legno in passi regolari, senza fretta.
Uscii dall'ombra e mi diressi verso di lui. All'improvviso tutti i presenti nella piazza erano
diventati silenziosi. Avvertii su di me i loro sguardi mentre camminavo verso la sagoma sempre pi
vicina di Riker. Me ne rendevo conto, era solo frutto dell'oscurit e dei nervi scossi, ma mi sembr pi
alto di prima mentre procedeva con andatura misurata, le piccole mani che ondeggiavano sui fianchi.
Mi fermai davanti a lui. Per un momento mi rivolse un'occhiata irritata e confusa. Poi quel
sorriso senza allegria torn a disegnarsi sulla sua faccia tesa.
Il droghiere disse in tono secco, ma fragile.
Io deglutii cercando di mandar gi il nodo che mi opprimeva la gola. Figliolo, stai
commettendo un errore dissi. Un errore molto brutto.
Levati dai piedi disse lui, brusco. Gli occhi guardavano sopra la mia spalla, verso il saloon.
Figliolo, credimi. Barth Selkirk  un osso troppo duro per...
Sotto la luce cupa che usciva dal saloon i suoi occhi divennero azzurri come cose congelate,
senza vita. Mi manc la voce e senza dire un'altra parola mi spostai di lato per lasciarlo passare.
Quando un uomo vede negli occhi di un altro l'inflessibile determinazione che io vidi in quelli di Riker,
la cosa migliore  farsi da parte. Non esistono parole che possano avere effetto su uomini del genere.
Un momento dopo mi guard e poi, allargando le spalle, riprese a camminare. Non si ferm
fino a quando non fu davanti al cancelletto del Nellie Gold.
Mi avvicinai, fissando le luci e le ombre della sua faccia colpita dall'illuminazione interna. E
mi sembr come se, per un istante, quella maschera di spietata ferocia lasciasse il posto a
un'espressione di assoluto terrore.
Ma fu solo un attimo, e non fui nemmeno certo di averlo visto davvero. Improvvisamente i
suoi occhi ripresero fuoco, la bocca sottile si restrinse e Riker attravers le porte con un'unica falcata.
Nella sala cal un silenzio totale, quasi fragoroso. Anche il tocco leggero dei miei stivali
mentre mi accostavo alla porta mi sembr fortissimo.
Poi, quando la raggiunsi, ci fu quell'improvvisa combinazione di suoni fruscianti e scalpitanti
che emettono due avversari mentre indietreggiano.
Sbirciai con cautela.
Riker se ne stava con le spalle rivolte a me e guardava verso il bar, dove era rimasta una sola
persona: Barth Selkirk.
Quest'ultimo era un uomo alto che appariva ancora pi alto per via del vestito nero che
indossava. Aveva i capelli lunghi e biondi che fuoriuscivano a ciuffi da sotto il cappello a tesa larga.
Portava la pistola bassa sul fianco destro, con il calcio al contrario e la fondina legata stretta alla coscia.
Aveva una faccia lunga e segnata dal sole e occhi azzurro cielo come quelli di Riker, mentre la bocca
era una linea immobile sotto i baffi ben curati.
Non avevo mai visto Hickok di Abilene, ma si era sparsa la voce che Selkirk non fosse da
meno.
Mentre i due si tenevano gli occhi puntati addosso, era come se ogni altra persona presente nel
locale avesse cessato di funzionare: il respiro sospeso, il corpo pietrificato... solo gli occhi rimanevano
vivi, e fissavano ora l'uno ora l'altro dei due contendenti. Sembrava una stanza piena di statue,
talmente tutti erano immobili e silenziosi.
Poi vidi l'ampio petto di Selkirk espandersi lentamente mentre si riempiva d'aria. E quando
pian piano si contrasse, la sua voce baritonale ruppe il silenzio con l'effetto di una martellata sul vetro.
Allora? disse, e lasci scivolare lo stivale dal corrimano di ottone posandolo a terra con un
tonfo.
Una pausa che dur un secondo e poi, tutto a un tratto, un'espressione soffocata si lev nella
sala: emessa da tanti uomini, sembr uscire da una sola bocca.
Perch le mani di Selkirk, ormai quasi all'altezza del calcio della pistola, si erano trasformate
in pietra mentre fissava a bocca spalancata la coppia di Colt gi in mano a Riker.
Lurido... cominci, poi la sua voce si perse nel frastuono assordante dello sparo. Il suo corpo
fu scaraventato contro il bordo del bancone come se una mazza lo avesse colpito al petto. Rimase l per
un momento, la faccia bianca per lo stupore. Un attimo dopo la seconda pistola di Riker vomit
rumorosamente il suo carico e Selkirk si accasci come un sacco vuoto.
Io guardai stordito il corpo immobile di Selkirk, fissando la grossa chiazza di sangue che si
andava formando sul petto. Poi tornai a guardare Riker, che era rimasto in piedi velato da un fumo acre.
Lo sentii deglutire convulsamente. Il mio nome  Riker disse con la voce che gli tremava a
dispetto di tutti i suoi tentativi di controllarla. Ricordatevelo, Riker.
Si ritrasse, nervoso, rinfoderando la pistola sinistra con un gesto fulmineo, ma puntando ancora
l'altra verso il gruppetto di presenti.
Poi usc dal saloon, e quando mi vide l fuori mi guard con la faccia stravolta da un misto di
paura ed esultanza.
Hai visto? mi chiese con la voce spezzata. Hai visto?
Io lo fissai senza dire una parola mentre lui piegava la testa di scatto per guardare di nuovo
dentro il saloon. Le sue mani piombarono gi verso il calcio delle pistole come uccelli impallinati da un
cacciatore.
In apparenza non vide minacce perch subito i suoi occhi tornarono a posarsi su di me... occhi
esaltati, con le pupille sporgenti.
Adesso non mi dimenticheranno, giusto? disse deglutendo. Si ricorderanno il mio nome.
Ne avranno paura.
Fece per oltrepassarmi, poi scart di lato e si appoggi, colto da un'improvvisa debolezza,
contro la parete del saloon, respirando a fatica, con gli occhi azzurri che guizzavano incessantemente
da una parte all'altra. Continu ad ansimare e a risucchiare l'aria come se stesse soffocando.
Deglut ancora, con difficolt. Hai visto? mi chiese di nuovo, come ossessionato dall'idea di
condividere il suo sanguinario trionfo. Non  nemmeno riuscito a estrarre la pistola... nemmeno a
estrarla. Il suo petto magro fu scosso da un altro brivido. Ecco... disse. Ecco come si fa. Un altro
ansito. Gliel'ho fatto vedere a tutti. Ho fatto vedere a tutti come si fa. Sono venuto dalla citt e gli ho
fatto vedere come si fa. Ho fatto secco il migliore che c'era, il migliore. La sua gola si muoveva cos
rapidamente da emettere un suono secco e ticchettante. Gliel'ho fatto vedere farfugli.
Si guard intorno sbattendo le palpebre. Adesso io...
Continu a spostare lo sguardo intorno a s come se un esercito di assassini silenziosi lo stesse
circondando. La sua faccia sembr perdere consistenza, e lui dovette fare uno sforzo per chiudere le
labbra tremanti.
Togliti dai piedi mi ordin poi scansandomi. Mi voltai e lo guardai mentre si allontanava a
passo svelto in direzione dell'albergo, controllando di qua e di l, e anche dietro le spalle, con gesti
scattanti della testa, e con le mani abbandonate sui fianchi all'altezza delle fondine.
Mi sforzai di capire il giovane Riker, ma senza riuscirci. Veniva dalla citt, questo lo sapevo.
Una qualsiasi grande citt lo aveva generato, ed era venuto a Grantville con la deliberata intenzione di
sfidare il pistolero pi veloce e ucciderlo faccia a faccia. E per me non aveva senso. Mi sembrava un
desiderio dissennato.
Adesso che avrebbe fatto? Mi aveva detto solo che si sarebbe trattenuto a Grantville per un
po', e adesso che Selkirk era morto che motivo aveva di trattenersi?
Quale sarebbe stata la prossima tappa del giovane Riker? E l avrebbe ripetuto le stesse scene,
e poi nella successiva e via via nelle altre? Il giovane cittadino che arriva, si cambia d'abito, chiede chi
sia il pistolero pi pericoloso, lo affronta... era cos che sarebbe andata in ogni localit? Quanto poteva
durare una follia simile? Quanto tempo sarebbe passato prima di incontrare qualcuno che non sarebbe
riuscito a sconfiggere?
La mia mente era piena di queste domande, ma ce n'era una che mi ossessionava pi delle
altre: Perch? Perch si comportava cos? Quale calcolata pazzia lo aveva strappato alla citt per
cercare la morte in quella terra straniera?
Mentre me ne stavo l a pormi domande, gli uomini di Barth Selkirk trascinarono fuori il corpo
insanguinato del loro dio ammazzato e lo appoggiarono delicatamente sul suo cavallo. Mi pass cos
vicino che vidi i suoi capelli biondi appena scompigliati dal vento notturno e sentii il suo sangue che
gocciolava nella strada buia.
Poi vidi i sei uomini che guardavano verso il Blue Buck, e i loro occhi luccicare bramosi di
vendetta sotto la luce che usciva dal Nellie Gold, mentre confabulavano fra loro. Non capii bene quello
che si dicevano, ma lo intuii dal modo in cui continuavano a lanciare occhiate in direzione dell'albergo.
Tornai al riparo dell'oscurit temendo che, vedendomi, si mettessero a parlare da un'altra
parte. In qualche modo sapevo con precisione cosa intendevano fare anche prima che uno di loro
sbattesse il palmo della mano sul calcio della pistola e dicesse chiaramente: Muoviamoci.
Li vidi allontanarsi lentamente tutti e sei, le loro voci all'improvviso tacitate e gli occhi puntati
sull'albergo.
Feci un'altra sciocchezza   un antico marchio di fabbrica dell'uomo  perch tutto a un tratto
mi trovai a uscire dall'ombra e a svoltare all'angolo del saloon, poi a correre lungo il vicolo fra il Nellie
Gold e la selleria di Pike. Attraversai di corsa i riquadri di luce proiettati dalle finestre del saloon e
ripiombai nel buio. Non sapevo bene perch stessi correndo, ero come trascinato da una forza invisibile
che mi impediva di ragionare. Adesso avevo in testa un unico pensiero: avvisarlo.
Rimasi ben presto col fiato corto. Sentivo i lembi della giacca che mi svolazzavano come ali di
uccelli infuriati contro le gambe. Ogni volta che appoggiavo pesantemente a terra uno stivale sentivo
come un pugno al cuore.
Non lo so come abbia fatto a giungere prima di loro, ma  vero che i sei si muovevano piano.
Imboccai St Vera Street a tutta velocit ed entrai di corsa dalla porta posteriore dell'albergo. Piombai
nel corridoio silenzioso con gli stivali che emettevano suoni smorzati dal tappeto sfilacciato.
Quella sera era di servizio Maxwell Tarrant. Sollev la testa con un sussulto quando giunsi
trafelato davanti a lui.
Ehi, signor Callaway disse. Che ci fa...
In quale stanza si trova Riker?
Riker? ripet il giovane Tarrant.
Svelto, ragazzo! gridai lanciando un'occhiata spaventata verso la porta quando sul portico
risuon un calpestio di stivali.
Stanza 27 disse il giovane Tarrant. Lo pregai di trattenere gli uomini che stavano venendo a
cercare Riker e corsi verso le scale.
Ero appena arrivato al secondo piano quando li sentii entrare nell'atrio. Percorsi il corridoio
male illuminato e giunto alla stanza 27 bussai con insistenza sulla porta sottile.
Sentii provenire da dentro un rumore frusciante, di piedi che si trascinano nelle calze sul
pavimento, poi la voce esile e tremante di Riker che chiedeva chi fosse.
Sono Callaway, il droghiere dissi. Fammi entrare subito. Sei in pericolo.
Vattene da qui mi disse lui in tono imperioso, ma con la voce che sembrava ancora pi
fievole.
Che dio ti aiuti, ragazzo, preparati gli dissi senza fiato. Gli uomini di Selkirk ti stanno alle
calcagna.
Sentii il suo involontario gemito secco. No disse. Non ... Inal un respiro sibilante.
Quanti sono? mi chiese con voce vuota.
Sei risposi e dall'altra parte della porta mi sembr di sentire un singulto.
Non  giusto! protest lui con un tono di paura rabbiosa. Non  giusto, sei contro uno. Non
 giusto!
Rimasi l per qualche altro secondo, fissando la porta e immaginando quel giovane tormentato
dalla parte opposta, sgomento dal terrore, con il cuore che gli picchiava nel petto come un maglio,
capace solo di pensare a una qualit morale che quegli uomini non possedevano.
Che devo fare? mi implor all'improvviso.
Non seppi cosa rispondergli, anche perch quasi subito udii un rumore di passi che salivano le
scale. Sentendomi impotente alla mia et rinculai in fretta dalla porta e sgattaiolai via, per quella
creatura spaventata che ero, in fondo al corridoio, rannicchiandomi nell'ombra.
Fu come un sogno, vedere quei sei uomini dall'aria truce che avanzavano lungo il corridoio in
un acuto tintinnare di speroni, con una lunga Colt stretta in mano. No, non come un sogno, ma come un
incubo. Sapendo che quegli individui puntavano verso la stanza in cui Riker aspettava, sentii come se
qualcosa mi sprofondasse nello stomaco, qualcosa di freddo che mi schiacciava le viscere. Non mi ero
mai sentito cos impotente e per qualche ragione che non mi era chiara vidi il mio Lew dentro quella
stanza, in attesa di essere ammazzato. Tremai fino alla punta dei piedi.
Gli stivali si fermarono. I sei scagnozzi si disposero intorno alla porta, tre da una parte e tre
dall'altra. Sei uomini giovani con le facce irrigidite da una volont inflessibile e le mani esangui per la
violenza con cui stringevano le pistole.
Il silenzio si ruppe. Vieni fuori da quella stanza, bastardo di uno yankee! grid uno dei sei.
Era Thomas Ashwood, un tempo l'avevo visto giocare per le strade di Grantville, un ragazzo che poi si
era trasformato nell'uomo stravolto che adesso se ne stava con la pistola in mano e con in testa soltanto
pensieri di morte e di vendetta.
Un istante di silenzio.
Ho detto vieni fuori! url di nuovo Ashwood, poi si spost di lato e l'albergo sembr scosso
da un'esplosione quando uno dei pannelli della serratura, crivellato di pallottole, si ridusse in mille
pezzi.
Mentre il fuoco delle pistole perforava il legno sottile della porta Ashwood fece fuoco due
volte contro la serratura, e il doppio lampo gli illumin la faccia come un fulmine. Io rimasi quasi
assordato dagli spari che continuarono a rimbombare lungo il corridoio.
Un altro colpo di pistola rugg dentro la stanza. Ashwood sfond con un calcio la porta
all'altezza della serratura e scomparve dalla mia vista. Lo scambio assordante di spari sembr
inchiodarmi alla parete.
Poi cal il silenzio e io sentii il giovane Riker che supplicava pietosamente: Non spararmi!
La successiva esplosione mi colp come un calcio nello stomaco. Mi rattrappii contro il muro e
soffocai il respiro mentre guardavo gli altri cinque che facevano irruzione nella stanza e sentivo il
rumore crepitante delle loro pistole.
Era finito, tutto finito, in meno di un minuto. Mi appoggiai alla parete, privo di energie, quasi
incapace di tenermi in piedi, con la gola tesa e secca, e vidi due degli uomini di Selkirk che
trascinavano lungo il corridoio Ashwood ferito, subito seguiti dagli altri tre che mormoravano eccitati
fra loro. Uno disse: L'abbiamo conciato per le feste.
In un attimo il rumore dei loro stivali svan e io mi ritrovai solo nel corridoio vuoto fissando
con aria istupidita la nebbiolina di polvere e fumo che emergeva lentamente dalla stanza aperta.
Non ricordo quanto tempo rimasi l con lo stomaco ridotto a un groviglio contorto di dolore, le
mani tremanti e quasi ghiacciate penzoloni lungo i fianchi.
Solo quando in cima alle scale apparve il giovane Tarrant, bianco in volto e spaventato, trovai
la forza di trascinarmi fino alla stanza di Riker.
Lo trovammo immerso nel suo sangue con gli occhi sofferenti che fissavano il soffitto senza
vederlo e le due pistole ancora fumanti strette nelle mani.
Aveva di nuovo addosso il suo vestito di flanella, camicia bianca e calze scure. Era grottesco
vederlo sdraiato l in quel modo, con gli abiti di tutti i giorni inzuppati di sangue e quelle lunghe pistole
nelle mani bianche e immobili.
Oddio disse il giovane Tarrant in un gemito. Perch lo hanno ucciso?
Io scossi la testa e non risposi. Gli dissi di andare a chiamare il becchino e aggiunsi che avrei
pagato tutte le spese. Lui fu ben lieto di andarsene.
Mi sedetti sul letto sentendomi esausto, poi guardai dentro la valigetta aperta del giovane Riker
e vidi camicie e biancheria, cravatte e calze.
Fu proprio l dentro che trovai i ritagli di giornale e il diario.
I ritagli provenivano da riviste e giornali del Nord. Riguardavano Hickok, Hardin e Longley, e
altri famosi pistoleri del nostro territorio. C'erano delle sottolineature a matita sotto alcune frasi: 'Di
solito Wild Bill porta due pistole a canna corta sotto la giacca', oppure 'Pi di un uomo ha perso la vita
per via del trucchetto di Hardin chiamato piegamento di traverso'.
Il diario completava il quadro. Raccontava di una mente deviata che vedeva come idoli uomini
il cui unico talento era uccidere. Di un ragazzo di citt che aveva comprato delle pistole e si era
esercitato a estrarle fino a diventare incredibilmente rapido, fino a che alla velocit non si era unita una
precisione infallibile nel colpire il bersaglio.
Raccontava anche di una progettata odissea nella quale il ragazzo di citt sarebbe diventato il
pistolero pi famoso del Sudest. Elencava le citt che quel ragazzo aveva intenzione di conquistare.
Grantville era la prima della lista.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Il bambino curioso.
...
.
...
Titolo originale: The Curious Child. 1954.
Traduzione di Maurizio Nati.
...
.
...
Tardo pomeriggio. Un giorno qualunque, non diverso da tanti altri. La luce del sole rendeva
color bronzo le finestre che davano sul Jersey, il traffico piagnucolava lungo le strade, innumerevoli
tacchi picchiavano alacremente sui marciapiedi. Gli uffici del centro cadevano in letargo mentre gli
impiegati cominciavano ad andarsene. Si stavano avvicinando le cinque di un altro giorno. Entro pochi
minuti la corsa verso la metropolitana, gli autobus, i taxi... entro pochi minuti il grande esodo.
Robert Graham sedeva alla scrivania, intento a sistemare gli ultimi dettagli, con la matita che
scorreva lentamente sul foglio di carta. Quando ebbe finito diede un'occhiata all'orologio. Era quasi
ora di andare. Si alz con un grugnito e si stiracchi lentamente, scambiando un sorriso con la ragazza
di fronte. Poi and in bagno e si diede una sciacquata, abbotton il colletto della camicia, si sistem la
cravatta e si pettin i capelli neri. Tutti erano pronti a uscire non appena l'orologio avesse segnato le
cinque.
Tornato in ufficio Robert Graham diede un'ultima controllata al lavoro. Poi furono le cinque e,
dopo aver gettato le carte nel cestino con scritto IN PARTENZA, si diresse verso gli attaccapanni. Con
un gesto stanco infil la giacca e si lasci cadere il cappello sulla testa. Finiva un altro giorno. Adesso
il viaggio fino a casa, la cena, una serata passata in famiglia... magari davanti alla televisione o facendo
una partita a bridge con gli Oliver.
Robert Graham si mosse lentamente lungo il corridoio, verso il capannello di persone assiepate
davanti alle porte dell'ascensore. Prima di poter entrare dovette aspettare due viaggi. Alla fine s'infil
in quel cubicolo caldo e affollato, le porte si richiusero e lui sent il pavimento che cedeva sotto i suoi
piedi.
Mentre scendeva si sforz di ricordare cosa Lucille gli avesse chiesto di procurarsi lungo la
strada verso casa. Cannella? Pepe? Erba cipollina? Scosse lentamente la testa. Lucille gli aveva
consigliato di farsi una lista, ma lui si era rifiutato. Lucille gli consigliava sempre di farsi una lista e lui
rifiutava sempre, e sempre in seguito si dimenticava quello che doveva comprare. La memoria  una
cosa seccante.
Le porte si aprirono e lui annasp nell'atrio gremito di persone finch raggiunse la strada.
E l cominci.
Mio dio, pens, dove avr parcheggiato la macchina? Per un attimo si sent quasi divertito
all'idea della memoria che se ne andava, poi aggrott la fronte e si sforz di ricordare.
C'erano diversi posti in cui poteva averla lasciata quella mattina. Uno lo aveva quasi trovato
proprio davanti al palazzo, ma un furgone delle consegne lo aveva occupato prima di lui. Non aveva il
tempo di verificare se fosse l per scaricare qualcosa e poi andarsene, cos aveva proseguito svoltando
al primo angolo.
All'isolato successivo una donna in una Pontiac gialla si era infilata a marcia indietro in uno
dei posti un attimo prima di lui. Poche macchine pi in l ne aveva visto un altro, ma si era dovuto
fermare per fare attraversare due donne e cos aveva perso anche quello.
Ma quei pensieri non lo aiutavano. Ancora non ricordava dove avesse parcheggiato. Smise di
camminare e si ferm indeciso sul marciapiede, irritato da quella ridicola dimenticanza. Sapeva
benissimo che aveva lasciato la macchina a un isolato di distanza, massimo due. Vediamo, forse era
quel parcheggio accanto al ristorante in cui aveva pranzato? Trentacinque centesimi l'ora, con un
massimo di settantacinque? Era quello?
No, non era quello. Ne era sicuro.
Si scontr con una donna carica di pacchi. Robert Graham le chiese scusa e ader al muro del
palazzo per togliersi dall'andirivieni di persone. Rimase l contrariato, cercando di farsi venire in mente
dove avesse parcheggiato.
Be', questo  assurdo, pens con rabbia. Ma la rabbia non era di nessun aiuto, ancora non
riusciva a ricordare. Mosse nervosamente le dita. Andiamo, vuoi ricordare o no? In quanti posti poteva
avere parcheggiato? Non tantissimi.
Poi decise che forse l'aveva lasciata davanti al negozio di fiori. Lo faceva spesso.
Si spost impaziente dal palazzo e raggiunse rapidamente l'angolo, dove svolt sulla
Ventiduesima. Il fatto di non ricordare dove avesse parcheggiato gli creava una sensazione di leggero
disagio. Una piccola dimenticanza, certo, ma sconcertante, quando si presentava senza preavviso.
Allung il passo, sentendosi invadere il corpo da una tensione che non riusciva a spiegarsi.
La macchina non si trovava davanti al negozio di fiori.
Rimase l fissando come istupidito il posto dove parcheggiava di solito. Visualizz nella sua
mente la Ford verde accanto al marciapiede, gli pneumatici con le bande bianche...
La visione si interruppe, scivol via, e all'improvviso si trov a visualizzare una Chevrolet
azzurra parcheggiata davanti a lui. Sbatt le palpebre, con la mente che inciampava su s stessa,
confusa. Aveva una Ford verde, modello 1954. Quella Chevrolet azzurra non l'aveva pi...
O forse s?
Robert Graham sent il cuore che gli batteva in modo strano, innaturale, come un tamburo in
una stanza vuota. In nome di dio, che c'era che non andava? Prima aveva dimenticato dove aveva
parcheggiato la macchina e adesso non era nemmeno sicuro di come fosse fatta. Ford del 1954,
Chevrolet del 1949...
Tutto a un tratto gli scorsero davanti agli occhi le immagini di tutte le macchine che aveva
avuto, dalla Franklin ad aria condizionata del 1932 fino alla Ford del 1954. Niente di ci aveva senso.
Era come se gli anni si stessero aggrovigliando, mescolando passato e presente. 1947: la Plymouth.
1938: la Pontiac. 1945: la Chevrolet. 1935...
Si irrigid, innervosito e impaziente. Tutto questo  ridicolo. Sent le parole che gli si
riversavano fuori dalla mente eccitata. Ho trentasette anni, siamo nel 1954 e ho una Ford verde. Si
sentiva indignato da quel guazzabuglio di ricordi, da quel miscuglio di vecchio e nuovo, di presente e
cose dimenticate. S, era proprio ridicolo quando uno non riusciva nemmeno a ricordare dove aveva
parcheggiato. Come uno stupido sogno. Ma era pi di quello, si rese conto all'improvviso.
Era anche spaventoso.
Una cosa da poco, semplicemente un'auto che aveva lasciato da qualche parte. Ma quell'auto
faceva parte della sua esistenza, e quella parte aveva perso ogni definizione, e questo lo spaventava.
Basta cos, si disse, vediamo di risolvere una volta per tutte questa faccenda. Dove diavolo ho
parcheggiato? Era l vicino, perch era arrivato al lavoro in tempo, anche se era giunto in centro alle
nove meno un quarto. Chevrolet, Plymouth, Pontiac, Chevrolet, Dodge... Ignor i nomi che gli
scorrevano nella testa. Dove ho parcheggiato? Sar...
Il pensiero si form senza preavviso. Robert Graham si irrigid, un'isola nella marea di persone
in movimento, un'espressione di sgomenta meraviglia dipinta sulla faccia.
Da quando possedeva una macchina?
Gli si irrigidirono i muscoli mentre fissava il marciapiede con occhi atterriti. Che succede? Oh
mio dio, che succede? Qualcosa che gli volava via dalla mente, una conoscenza che veniva mozzata e
portata via, alla deriva...
Robert Graham si rilass e si guard intorno. Santo dio, ma che ci faccio impalato qui?, pens.
Devo andare a casa.
Si avvi verso la metro.
Insomma, cos' che voleva Lucille? Cannella? Caff? Paprica? Accidenti, perch non riusciva
a ricordare? Be', poco male, gli sarebbe tornato in mente sulla via di casa. Gir di corsa l'angolo,
fermandosi per prendere il giornale della sera all'edicola.
Fu quando cominci a scendere gli scalini della metropolitana che tutto si ferm di nuovo. Si
blocc l mentre gli altri lo scavalcavano e si ammassavano lungo lo stretto passaggio.
Il locale fino alla Quattordicesima, stava recitando la sua mente, poi l'espresso di Brighton
per...
Ma abitava a Manhattan.
Un attimo, un attimo... la sua mente si attiv subito per prevenire il ritorno di
quell'inquietudine. 568 Ovest, Ottantasettesima Strada, ecco dove abitava. Cos'era quella stupidaggine
dell'espresso di Brighton? Riprese a scendere. Ci aveva abitato una volta, a Brooklyn, 222 Est, Settima
Strada, ma non ci abitava pi da...
Torn a fermarsi in fondo alle scale, andando a sbattere addosso al muro piastrellato di bianco
con un'aria sconcertata sulla faccia. Viveva a Brooklyn, giusto? In quella piccola casa dalle parti di
Prospect Park. Sent i muscoli del viso irrigidirsi e il respiro che gli usciva irregolare dalle labbra. Che
stava succedendo? La domanda gli si form nella testa, appena accennata. Che mi prende?
Gir la testa di scatto. Che ci faccio qui quando ho una macchina?, pens confuso.
Una macchina? Ebbe uno spasmo a una guancia. Non possedeva una macchina. Lui...
Robert Graham cominci a muoversi a piccoli passi, nervosamente, lungo il passaggio.
Manhattan, si stava dicendo. Abito nella zona nord di Manhattan, 568 Ovest, Ottantasettesima Strada,
appartamento 3-C. No, non  vero, abito a Brooklyn al... 5698 Manhill Avenue, Queens.
Queens? Per l'amor del cielo, lui e Lucille non ci vivevano pi da quindici anni!
57 Pine Drive, Allendale, New Jersey. Robert Graham si irrigid, avvertendo una contrazione
alla bocca dello stomaco. Mosse gli occhi confusamente lungo il passaggio semibuio, guardando gli
altri che lo sorpassavano in fretta, diretti verso i tornelli. Fiss un cartellone vicino a lui che mostrava
un rinoceronte rosa che teneva in equilibrio sul corno una pagnotta di segale marca Feldman's
Pumpernickel: PI FRESCO DI DOMANI. E la sua mente intorpidita lottava per afferrare qualcosa di
radicato e inamovibile.
Ma gli indirizzi scorrevano nella sua mente in una sequela frenetica di numeri, strade, citt,
Stati... Manhattan, Brooklyn, Queens, Staten Island, New Jersey. No, per l'amor del cielo, aveva
lasciato Jersey quando aveva diciassette anni! 5698 Manhill Avenue, 1902 Bedford Avenue, 57 Pine
Drive, 3360 Est Settantacinquesima Strada...
L'orfanotrofio di Sheepshead.
Robert Graham rabbrivid. Erano mesi che non pensava pi a quell'orfanotrofio in cui aveva
trascorso sette anni. Deglut in modo convulso e si accorse che aveva le tempie rigate di sudore, che era
rimasto in piedi rigido come un palo nel passaggio della metro, con il giornale stretto fra le mani
tremanti, circondato da persone che gli correvano intorno.
Chiuse gli occhi e torn a rabbrividire in modo incontrollato. Va bene, va bene, pens, forse ho
lavorato un po' troppo. In fondo la mente era una macchina ingannevole... in grado di giocarti brutti
scherzi quando meno te lo aspettavi.
Con dita tremanti si sfil il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni. Se proprio non
riesco a ricordare, si disse facendosi coraggio, legger l'indirizzo su un documento, tutto qui. Torner
presto a casa, e poi con tutta calma chiamer il dottor Wolfe e...
Robert Graham fiss la patente dentro il portafoglio.
Un gemito quasi inaudibile gli prese forma nella gola. Non ce l'ho una macchina, si sent
protestare, non...
Le dita gli tremavano a tal punto che il portafoglio gli cadde a terra. Si chin nervosamente e
lo raccolse. Sto male, pens, sto male, devo tornare subito a casa. Gli occhi scorsero la patente: 222
EST, SETTIMA STRADA, BROOKLYN 18, N.Y. Si mise a correre per il passaggio, infilandosi la
patente nella tasca della giacca.
Qualcosa lo ferm prima dei tornelli: un guizzo di memoria, un ricordo fulmineo, qualcosa a
proposito di una comunicazione errata del suo nuovo indirizzo alla motorizzazione, qualcosa a
proposito di mobili nuovi in un appartamento di Manhattan. Lucille che preparava la cena e...
Mi scusi, signore, le dispiacerebbe lasciarmi passare? La voce irritata di una giovane donna.
Robert Graham si affrett a spostarsi dal tornello e torn verso il muro di mattonelle, con il sudore che
gli scolava freddo lungo la schiena.
Non so dove abito.
Lo riconobbe, lo confess a s stesso. Conosco tutti i posti in cui ho vissuto nel corso della mia
vita, ma non riesco a ricordare dove vivo adesso. Era folle, ma le cose stavano cos. Ricordava
l'appartamento sulla Ottantasettesima, la piccola casa di Brooklyn, l'appartamento nel Queens, la
villetta di Staten Island e...
Gli vennero le vertigini... vertigini di paura. Ebbe voglia di fermare il primo passante per
chiedergli di portarlo a casa, dirgli che si era dimenticato tutto e che aveva bisogno di aiuto.
Riprese il portafoglio e lo apr a fatica per il tremito alle mani. NUMERO DELLA
PREVIDENZA SOCIALE 129-16-5629: Robert Graham. A che cosa gli serviva? Chiunque conosceva
il proprio nome. Ma quanto a dove abitava...
La tessera della biblioteca: BIBLIOTECA PUBBLICA DEL QUEENS. Ma non viveva pi l!
Doveva gettarla via, era scaduta da tempo. Maledizione! Il petto gli doleva e lui respirava a fatica. Che
gli stava succedendo? Nulla aveva senso. Esci dal lavoro in un qualsiasi gioved pomeriggio e poi...
Oh, no.
Si costrinse a stringere le labbra scosse da tremiti. Gioved, era gioved. O no? Rimase l come
un idiota con la bocca spalancata, facendo di tutto per chiuderla, come se temesse che il suo corpo
cominciasse a sgretolarsi. Tremava come una foglia e guardava con occhi lucidi le persone che si
precipitavano verso i tornelli, sentendo il continuo schiocco dei pesanti pioli di legno che aprivano per
farle passare.
Che giorno ? Doveva porsi la domanda. Era luned. Il giorno prima lui e Lucille erano andati
al parco e avevano affittato una barca sul lago. No, non era cos, perch lui si ricordava bene di aver
depositato proprio il giorno prima il contratto Barton-Dozier.
La gola gli pulsava. Si allontan dalla parete fredda, poi ricadde all'indietro, il portafoglio
sempre stretto fra le mani. Gioved, si disse obbedendo a una sorta di volont inflessibile...  gioved,
gioved, gioved! Ho lasciato l'ufficio...
Oh santo dio del cielo, per chi lavorava?
Mosse un altro passo come intenzionato a mettersi a correre. Ma si ferm con le gambe che
non lo reggevano, e senza nemmeno sapere se doveva muoversi in avanti o all'indietro, o restare fermo
dov'era.
Automaticamente, senza neppure rendersene conto, prese una moneta da cinque centesimi
dalla tasca dei pantaloni e cerc di infilarla nella fessura del tornello.
Qualcuno lo incalz da dietro. Che ti prende, amico?
Questa... questa moneta non entra disse Robert Graham.
L'uomo lo squadr per un attimo. Poi gonfi le guance in una risata di scherno. Cristo disse.
Un nichelino. Ma da dove vieni?
Robert Graham lo fiss senza capire, mentre qualcosa di freddo e spaventoso gli risaliva su
dallo stomaco. Poi si allontan di scatto con un grugnito trafelato.
Si ferm accanto al muro e guard indietro con il petto che si alzava e si abbassava, scosso da
respiri affannosi. Non so che sto facendo, pens sentendosi dentro una sensazione di paura assoluta.
Non so dove mi trovo, dove abito o per chi lavoro. Non so nemmeno che giorno ! La faccia era madida
di sudore e mentre lui tirava fuori il fazzoletto vide...
Il giornale! Lo sollev subito e lo apr.
Mercoled. Un fremente sospiro di sollievo gli riemp i polmoni. Almeno... almeno c'era
qualcosa di solido a cui aggrapparsi. Mercoled. Era mercoled. La gola gli andava su e gi. Grazie a
dio so almeno questo.
Si deterse il sudore. E va bene  cerc di farsi forza  sta succedendo qualcosa nella mia
mente. Devo tornare a casa e farmi curare come si deve. Il portafoglio: l dev'esserci qualche
documento con il mio indirizzo scritto sopra: la tessera di un club del libro, il congedo militare, la
carta dell'assicurazione sanitaria...
Il giornale svolazz a terra mentre le mani di Robert Graham frugavano freneticamente nelle
tasche. Le mani volarono sui vestiti, mentre un piagnucolio gli risaliva dalla gola. No... oh, dio, no!
Mi  caduto!
Lo disse con voce strozzata, rifiutando nel contempo di lasciarsi travolgere dal panico. Mi 
caduto, probabilmente quando ero al tornello. Avevo troppe cose in mano... il giornale, il nichelino, il
portafoglio, e mi  caduto. Vado subito a cercarlo.
Ripercorse lentamente il passaggio, a rigide falcate, con gli occhi che scandagliavano il
pavimento cosparso di gomme da masticare annerite, incarti di caramelle, bicchieri di cartone, pezzi di
giornale e mozziconi di sigarette.
Non vide nessun portafoglio, e non lo vide nemmeno in prossimit del tornello.
Si port una mano tremante alla faccia. No, no, questo non  reale, si rassicur,  un sogno, un
sogno folle e distorto. Continu ad avanzare come un automa in mezzo alla calca turbinante di
pendolari, sempre guardando a terra in cerca del suo portafoglio.
Forse qualcuno lo ha raccolto... pens all'improvviso.
Mi scusi disse all'impiegato addetto al cambio delle monete dentro la cabina.
Quello alz gli occhi con l'aria arrogante di chi non ha tempo da perdere e le altre persone in
fila alle spalle di Robert Graham fecero smorfie irritate.
Allora, che c'? chiese l'uomo.
Qualcuno ha trovato un portafoglio qui? gli domand Robert Graham. Io...
No, nessun portafoglio.
Robert Graham lo fiss con aria istupidita.
Signore, c' un mucchio di gente che aspetta di farsi cambiare i soldi gli disse impaziente
l'impiegato.
Robert Graham si allontan facendosi strada faticosamente in mezzo alla folla, e respirando
con difficolt dal naso. Sent che stava per scoppiare a piangere e si morse le labbra per non cedere. No,
no, non era vero. Si guard intorno con occhi che non vedevano e non capivano. Tutto sembrava
sfuggirgli, la sua esistenza perdeva i contorni, la sua vita era solo un insieme di ricordi nebbiosi e
frammentari.
No!
I passanti si voltarono a guardare quell'uomo dalla faccia tesa che aveva sputato quella parola,
proprio in mezzo a loro.
No, era assurdo! Quello era il mondo, quella era la sua vita, la vita quotidiana del 1954! Lui
non era pazzo, era un uomo razionale come uno qualsiasi di coloro che lo circondavano e voleva solo
tornare a casa al pi presto.
Facendo finta di non essere sull'orlo di un esaurimento nervoso ripercorse rapidamente il
passaggio fino alla fila di cabine telefoniche. E va bene, non riesco a ricordare dove abito. Trover
l'indirizzo sull'elenco telefonico. Li sfoglier tutti, non ci possono essere tanti Robert...
Robert...
Si blocc di scatto, paralizzato dal terrore. La gente gli passava intorno frettolosa, non vedendo
l'ora di tornare a casa... gente che sapeva dov'era casa sua. Gente che sapeva quale fosse il proprio
cognome.
Tutto questo ...
Ridicolo? La sua voce rauca e ansimante lasci a met la frase. Non era ridicolo, era
spaventoso, era l'orrore totale che penetrava improvvisamente nella sua vita. La sua mente si stava
perdendo, si stava perdendo! Doveva assolutamente tornare a casa da... da...
Oh, mio dio!
Tre donne si ritrassero dall'uomo tremante che se ne stava in mezzo al passaggio
piagnucolando. Si limitarono a rivolgergli un'occhiata incuriosita mentre lo sorpassavano.
Robert Graham si fece strada in mezzo alla calca, disperato. Ho bisogno di aiuto continuava
a farfugliare. Ho bisogno di...
Gli sembr di vedere una strana nuvola che avanzava lungo il passaggio insieme alle persone
che si avvicinavano. Apparentemente era invisibile a tutti gli altri, anche se nessuno poteva
attraversarla.
Ma lui la vide. E mentre si voltava e tornava indietro barcollando sulle gambe instabili, un
grido troppo a lungo trattenuto gli prese forma nella gola. Non so chi sono... quelle parole continuavano
a torturarlo mentre cercava di scappare. Non so chi sono! Volt la testa e si guard alle spalle. La
nuvola si stava avvicinando rapidamente e ormai era a qualche metro da lui. Gir su s stesso e url.
Poi la notte lo ricopr... una notte trafitta da schegge di luce simili a pesci in un lago buio, solo
scintillii luminosi. Gli sembr di vedere una strana faccia, e gli sembr si sentire qualcuno che parlava.
Adesso vieni avanti.
Poi si accasci. Il buio penetr turbinando nel suo cervello e lui dimentic ogni cosa.
Giacque fissando l'uomo mentre gli parlava, un uomo strano, calvo, che indossava una tunica
luccicante.
Ti cercavamo da tanto tempo disse lo sconosciuto. Vedi, quando eri un bambino  eri uno
dei due figli di uno scienziato  spinto dalla curiosit ti sei imbattuto in uno schermo temporale e per
caso l'hai messo in funzione.
Sapevamo che eri finito nel 1919, ma non sapevamo dove ti trovassi.  stata una ricerca
difficile. Ma adesso sei tornato.
Ci dispiace che per te sia stata un'esperienza cos spaventosa, ma non potevamo fare nulla.
Vedi, pi ci avvicinavamo a te e pi il tuo passato e il tuo presente si confondevano nella tua mente. E
poi, quando ti abbiamo raggiunto, hai perso il controllo di tutto.
L'uomo sorrise appena mentre Robert Graham osservava disorientato la strana, scintillante
citt.
Il tuo posto  qui disse l'uomo. Bentornato.
...
.
...
Fine.
...
.
...
La bambola tuttofare.
...
.
...
Titolo originale: The Doll That Does Everything. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
Il poeta urlava: Schiatta di demoni! Lucertola strisciante! Canguro maniaco!
La sua figura emaciata balz sulla soglia, poi si immobilizz, paralizzata. Mostro! vomit.
L'oggetto di quegli improperi se ne stava acquattato, indifferente, in mezzo a un manoscritto
trasformato in una nuvola di coriandoli. Un manoscritto frutto di una sudata gestazione, redatto a
macchina in una tormentosa agonia.
Bavosa piovra lunatica! Scimmia con le zampe a pala! Gli occhi iniettati di sangue di
Ruthlen Beauson sporgevano bulbosi dietro gli occhiali con la montatura di corno. Le dita sfioravano i
fianchi magri e si dimenavano come fagiolini lebbrosi scossi dal vento. Ulcere dentro ulcere,
pulsavano.
Vandalo! aggiunse, sempre pi infuriato. Goto! Apache! Demente nichilista!
Con la saliva che gli scolava dalla bocca in via di dentizione, il piccolo Gardner Beauson
concesse al suo signore paralizzato un sorriso a un dente solo. Dai pugnetti irsuti filtravano brandelli di
poesie mentre la semisfera del suo sedere aleggiava umidiccia su ogni anfibraco lacertato con giambica
variazione.
Ruthlen Beauson emise un pietoso gemito gracchiante. Confusione si lagn con voce
tremante. Guazzabuglio senza freni.
Poi all'improvviso i suoi occhi si incassarono nelle orbite metalliche e le sue dita si
pietrificarono in una posa da strangolatore. Gliela faccio vedere io ciancic debolmente. Gli strappo
lo ioide con un paio di pollici.
Subito dopo, Athene Beauson, con il grembiule tutto schizzato e le mani che grondavano creta
fradicia, irruppe nella stanza come uno spettro vendicativo risorto dal fango.
Che succede? chiese, acidula, attraverso i denti che digrignavano.
Guarda! Guarda! L'indice di Ruthlen Beauson ebbe uno spasmo mentre puntava verso il
loro figlio che ridacchiava. Ha distrutto i miei Canti del candeliere! I suoi occhi miopi sembravano
scoppiare dall'ira. Io lo trincio promise in un difterico bisbiglio. Far a fette quella vipera
raggrinzita!
Oh... non ci pensare nemmeno ordin Athene, respingendo quel marito con tendenze da
macellaio e portandosi il figlio alla camiciola sbavata.
Sospeso su strati di poesie strappate, lui occhieggi sua madre con aria birichina.
Monello! scatt lei, poi gli moll un sonoro schiaffo sul sederino bulboso.
Gardner Beauson sbrait una protesta incendiaria, e quando gli si mostr la porta usc, con il
cervelletto gi pronto ad altre azioni. Gatton via con un residuo di creta sul pannolino, gli occhi
sgranati, verso la profusione di oggetti da rompere in salotto mentre Athene si voltava, vedendo il
marito in ginocchio, affranto, sulle macerie di un decennio di fatiche.
Distrugger me stesso biascicava il poeta, con le spalle cadenti. Mi inietter nelle vene dei
succhi letali.
Alzati, alzati gli disse secca sua moglie, la faccia una maschera di acidit.
Ruthlen si rimise faticosamente in piedi. Lo uccider, s. Uccider quella bestia raggrinzita
disse con insincera disperazione.
Non  una soluzione disse sua moglie. Anche se...
Gli occhi le si addolcirono per un momento mentre sognava di spingere Gardner in una vasca
piena di alligatori. Le sue labbra piene fremettero sull'orlo di un tremulo sorriso.
Poi gli occhi verdi ebbero un guizzo. Non  una soluzione ripet. Ed  ora di risolvere
questa dannata faccenda.
Ruthlen la fiss con occhi istupiditi da sopra le rovine della sua composizione. Lo uccider
disse rivolto ai frammenti sparpagliati. Lo...
Ruthlen, stammi a sentire lo interruppe sua moglie con le dita intrise di creta strette a pugno.
Lui la fiss per un attimo con un'espressione idiota.
A Gardner serve un compagno di giochi afferm. L'ho letto in un libro. Ha bisogno di
qualcuno con cui giocare.
Lo uccider borbott Ruthlen.
Mi vuoi stare a sentire?
Lo ammazzo.
Ti ho detto che Gardner ha bisogno di un compagno di giochi! Non importa se possiamo
permettercelo o no, a lui serve.
Uccidere sibilava il poeta. Uccidere.
Non m'importa se non abbiamo un centesimo! Tu vuoi il tempo per fare poesia e io voglio il
tempo per scolpire!
I miei Canti del candeliere.
Ruthlen Beauson! grid Athene un attimo prima che un vaso si rompesse con un rumore
assordante.
Buon dio, e adesso che  successo? esclam Athene.
Lo trovarono appeso al caminetto, in attesa di soccorso e di un immediato cambio di
pannolino...
LA BAMBOLA TUTTOFARE
Athene stava davanti alla vetrina a labbra strette, immersa in una profonda riflessione. La sua
mente altalenava fra due alternative: forte necessit da una parte e reddito insufficiente dall'altra. La
contemplazione insistita le aveva corrugato la fronte. Non aveva soldi, questo era evidente. Di asilo
nido nemmeno a parlarne, una governante era impossibile. Eppure doveva esserci una soluzione,
doveva esserci per forza.
Athene si fece coraggio ed entr nel negozio.
L'uomo sollev lo sguardo con un sorriso gentile che gli scavava due fossette sulle guance
rosse come una mela, dando il benvenuto alla cliente.
Quella bambola... chiese Athene. Fa davvero tutto quello che c' scritto sulla pubblicit?
Quella bambola si illumin il negoziante  virtualmente senza paragoni, il massimo dei
giocattoli. Cammina, parla, mangia e beve, elimina i rifiuti corporei, russa mentre dorme, balla e canta i
cori di sette canzoni per bambini fra le pi famose. Raccolse il fiato. Tanto per dirne una, aggiunse
canta Molly Andrews...
Quanto costa...
Nuota a stile libero per venticinque metri, legge libri, esegue tredici semplici studi al
pianoforte, taglia l'erba del prato, si cambia i pannolini da sola, si arrampica sugli alberi e rutta.
Quanto costa...
E cresce disse il negoziante.
Che fa?
Cresce ripet l'uomo a occhi socchiusi. Dentro il suo corpo di plastica ci sono tutte le
cellule e il protoplasma necessari per un ciclo di maturazione che pu durare fino a vent'anni.
Athene rimase a bocca aperta.
Costa centosettantacinque, un vero affare concluse l'uomo. Vuole che gliela incarti o
preferisce che venga via con lei sulle sue gambe?
Uno sciame di insistenti calabroni, ognuno un pensiero, ronzava dentro la testa di Athene
Beauson. Era la perfetta compagna di giochi per il piccolo Gardner. Per centosettantacinque! Quando
avesse saputo il prezzo, le urla di Ruthlen avrebbero infranto i vetri delle finestre.
 la scelta giusta disse il negoziante.
A lui serve un compagno di giochi!
Non c' problema con i pagamenti dilazionati. Il negoziante aveva colto al volo i dubbi di
lei e aveva sferrato il colpo di grazia.
Tutti i pensieri svanirono come gettoni scaraventati via su un tavolo da gioco. Gli occhi di
Athene presero fuoco e un sorriso repentino le corse sulle labbra.
Una bambola maschio chiese ansiosa. Di un anno.
Il negoziante corse agli scaffali...
Niente finestre rotte, ma ad Athene fischiarono le orecchie per la mezz'ora successiva.
Sei impazzita? L'urlo di suo marito le piant lame affilate nel cervello.
Centosettantacinque!
Possiamo pagare a rate.
Con che cosa? strill lui. Lettere di rifiuto e argilla?
Preferiresti lo incalz Athene che tuo figlio se ne stesse da solo tutto il giorno? Vagando
per la casa, stracciando, rompendo, strappando, fracassando?
Ruthlen trasal a ogni parola come se fossero colpi di randello nodoso che gli spaccavano la
testa. Chiuse gli occhi dietro le lenti spesse e fu scosso da un brivido prolungato.
Basta cos farfugli sollevando le mani pallide in segno di resa. Basta, basta!
Portiamo la bambola da Gardner disse Athene tutta eccitata. Vediamo che fa.
Corsero nella piccola camera da letto del figlio e lo sorpresero che strappava le tende. Ruthlen
sibil, teso in volto, lo scaravent gi dal davanzale e lo colp con le nocche sul cranio. Gardner sbatt
una volta gli occhi acquosi.
Lascialo stare si affrett a dire Athene. Facciamoglielo vedere.
Gardner spalanc la bocca con l'unico dente e fiss il bambolotto che se ne stava silenzioso
davanti a lui. Era alto pi o meno uguale, con i capelli neri, gli occhi azzurri, il colorito roseo, e aveva
il pannolino proprio come un bambino qualsiasi.
Ammiccava furiosamente.
Accendilo sussurr Ruthlen e Athene si chin, spingendo il pulsantino.
Gardner ruzzol all'indietro in una bavosa costernazione quando il bambolotto gli sorrise.
Ba-bi-ba-ba! strill istericamente Gardner.
Ba-bi-ba-ba gli fece eco il bambolotto.
Gardner si raddrizz sgranando tanto d'occhi e, da una posizione di prudente rannicchiamento,
osserv il bambolotto che gli si avvicinava camminando a papera. Con le spalle al muro, il bambino si
fece piccolo e continu a guardare con tesa curiosit fino a che il bambolotto si ferm davanti a lui con
un clic.
Ba-bi-ba-ba disse di nuovo il bambolotto, poi fece un ruttino e cominci a ballare sul
linoleum.
Le labbra tozze di Gardner si protesero all'improvviso a formare un risolino idiota. Gorgogli
tutto contento e i suoi genitori chiusero gli occhi all'unisono, con un sorriso beato sulla faccia
soddisfatta e tutti i pensieri di cavilli finanziari spazzati via.
Oh disse Athene in un bisbiglio, meravigliata.
Non riesco a credere che sia vero disse suo marito, con voce resa gutturale dall'incredulit...
Per settimane furono inseparabili, Gardner e il suo amico motorizzato. Se ne stavano acquattati
a terra guardandosi incantanti con tanto d'occhi, ridacchiando delle loro piccole felicit personali e in
generale godendosi appieno il loro bavoso mnage. Qualsiasi cosa facesse Gardner, la faceva anche il
bambolotto.
Quanto a Ruthlen e Athene, erano al settimo cielo per aver ritrovato una pace quasi
dimenticata. Niente pi urla che scuotevano i nervi, e il rumore di cose infrante era ormai un ricordo
lontano. Ruthlen scriveva poesie e Athene scolpiva, entrambi nella beatitudine del loro sabba privato.
Hai visto? gli disse lei una sera a cena. Gli serviva solo quello, un compagno e Ruthlen
chin la testa in un solenne tributo alla perspicacia di sua moglie.
 vero,  vero pigol felice.
Una settimana, un mese. Poi, gradualmente, la metamorfosi.
Ruthlen, impantanato in un riluttante pentametro, una mattina alz gli occhi quasi
marmorizzati. Cavolo mormor.
Il suono di qualcosa che viene lacerato.
Corse nella cameretta e trov il suo unico figlio che strappava viscere di imbottitura a un
bambolotto fino ad allora rispettato.
Il poeta rimase fuori dalla camera con uno sguardo sconsolato e il cuore che cominciava a
martellargli dolorosamente nel petto mentre Gardner continuava a sbudellare e il bambolotto se ne
stava a terra, guardando come se nulla fosse.
No mormor il poeta, ben sapendo che era s. Sgusci via, riuscendo in qualche modo a
convincersi che si trattava di un incidente.
Per il giorno dopo, mentre erano a tavola, le dita sia di Ruthlen che di Athene stringevano
cos forte i sandwich che le fettine di pomodoro schizzarono via finendo dentro il caff.
Che succede? disse Athene inorridita.
Gardner e il suo bambolotto se ne stavano paciosi nel disastro di quella che in tempi pi felici
era stata una pianta in vaso.
Il bambolotto osservava con un interesse imperturbabile mentre Gardner sollevava manciate di
terra nerastra che poi pioveva sul tappeto in luride briciole.
No disse il poeta, sentendo che le ulcere tornavano a riprendere vigore. No fece eco
Athene dalle labbra esangui.
Il loro figlio si prese uno sculaccione e fu messo a letto, e il bambolotto barricato nell'armadio.
Con miagolio ferito nelle orecchie, moglie e marito finirono in silenzio il loro pasto tormentato mentre
gli acidi alimentavano altri acidi ancor pi cattivi nei loro stomaci trafitti da spasmi.
Fu fatto un unico commento, mentre se ne tornavano su gambe malferme alle rispettive
occupazioni, e fu Athene a farlo:  stato un incidente.
Ma nella settimana che segu furono costretti a sospendere il lavoro esattamente ottantasette
volte.
Una volta Gardner faceva a brandelli le tende tirate gi in salotto. Un'altra Gardner prendeva il
piano a martellate in risposta al bambolotto che aveva suonato una gavotta di Bach. E cos via tutte le
altre volte, in una successione di oggetti spaccati che andavano dai vasetti della marmellata alle sedie.
In totale trenta cose fragili distrutte, il gatto scomparso e il pavimento che faceva capolino da sotto il
tappeto dove Gardner si era accanito con un paio di forbici.
Dopo due giorni i Beauson creavano poesia e scolpivano con gli occhi gonfi e le labbra
esangui sui denti digrignati. Alla fine del quarto i loro corpi subirono un processo di pietrificazione e i
loro cervelli cominciarono a calcificarsi. Al termine della settimana, dopo pi di un movimento
incontrollato dei loro intestini, finirono con lo starsene seduti in un silenzio paralizzato, in attesa di
nuovi oltraggi e sognando un violento infanticidio.
Giunse la fine.
Una sera, mentre cenavano con una caraffa di farmaci effervescenti che potessero dare sollievo
allo stomaco, Athene e suo marito se ne stavano sulle loro sedie come spaventapasseri nel rigor mortis,
gli occhi quattro palle di stupore chiazzate di sangue.
Che dobbiamo fare? farfugli un Ruthlen ormai privo di energie.
La testa di Athene si muoveva da una parte all'altra in scatti nervosi che dicevano no.
Credevo che il bambolotto... cominci, poi lasci che la voce le morisse.
Il bambolotto non  servito a niente piagnucol Ruthlen. Siamo daccapo. E pi poveri di
centosettantacinque, se mi dici che il bambolotto non si pu ridare indietro.
Non si pu conferm Athene. ...
Rimase a mezza frase per il rumore.
Era un suono umido e sciaguattante, come se qualcuno stesse tirando fango contro un muro.
Fango o...
No. Athene alz gli occhi affranti. Oh no.
L'improvviso sbatacchiare spastico dei suoi sandali sul pavimento andava all'unisono con il
battito impazzito del suo cuore. Il marito la segu su gambe che sembravano manici di scopa, le labbra
un cerchio tremante di apprensione.
La mia statua! url Athene, impalata come una lastra di marmo sulla soglia dello studio,
mentre fissava pallida come un cadavere l'orribile spettacolo.
Gardner e il bambolotto stavano giocando a 'colpisci le rose sulla carta da parati' usando come
munizioni grossi pezzi di creta strappati dalla statua incompleta di Athene.
Athene e Ruthlen rimasero inorriditi e istupiditi a guardare il bambolotto che nella cupola
metallica della sua testa aveva fabbricato nuove connessioni sinaptiche e al ballare, all'arrampicarsi e al
ruttare aveva aggiunto il tirare l'argilla.
All'improvviso divenne tutto chiaro: la pianta caduta, i barattoli rotti anche sui ripiani pi alti.
Per cose come quelle Gardner aveva bisogno di aiuto.
Ruthlen Beauson intravide un orribile futuro, vale a dire: l'orribile passato moltiplicato per
due. Tutti i raccapriccianti tormenti da vivere con Gardner, ma raddoppiati per la presenza del
bambolotto.
Porta via quel mostro metallico da questa casa farfugli Ruthlen a sua moglie attraverso
labbra di cemento.
Ma non ci rimborsano niente! strill lei istericamente.
Allora vado a prendere l'apriscatole! disse il poeta con voce raspante, facendo dietrofront su
gambe come pezzi di roccia.
Non  colpa del bambolotto! protest Athene. A che ti serve farlo a pezzi?  Gardner. 
quell'orrida cosa che abbiamo fatto insieme!
Gli occhi del poeta emisero un ticchettio secco nelle orbite mentre passava lo sguardo dal
bambolotto al figlio, poi viceversa, e capiva la spaventosa verit dell'osservazione di sua moglie. Era il
loro figlio. Il bambolotto non faceva che imitarlo, avrebbe fatto qualunque cosa che...
...Fosse stato sollecitato a fare.
Fu esattamente in quel secondo che gli venne l'idea, e insieme a essa vide la pace in casa
Beauson.
A partire dal giorno successivo il loro Gardner divent un modello di comportamento e la loro
casa il santuario di una creazione benedetta.
Tutto era perfetto.
Fu solo vent'anni dopo, quando un Gardner Beauson appena entrato all'universit incontr un
tipo del secondo anno che voleva fare lo spiritoso, e gli saltarono tredici guarnizioni e gli si fuse il generatore, che la sgradevole verit venne a galla.
...
.
...
L'esame.
...
.
...
Titolo originale: The Test. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
La notte prima dell'esame Les aiut suo padre a studiare in camera da pranzo. Jim e Tommy
dormivano al piano di sopra e in salotto Terry stava cucendo, il volto inespressivo mentre l'ago si
muoveva veloce entrando e uscendo dalla stoffa.
Tom Parker sedeva impettito, stringendo le mani ossute e venate sopra il piano del tavolo,
mentre i suoi pallidi occhi azzurri fissavano intensamente le labbra di suo figlio, quasi nella
convinzione di capire meglio.
Aveva ottanta anni e questo era il suo quarto esame.
Bene disse Les, leggendo dal modello di questionario che gli aveva procurato il dottor
Trask. Ripeti le seguenti serie di numeri.
Serie di numeri mormor Tom, tentando di assimilare le parole man mano che gli
arrivavano. Ma non riusciva pi a farlo con rapidit; sembravano indugiare nelle pieghe del suo
cervello come insetti su un carnivoro indolente. Ripet mentalmente le parole: Serie di numeri... serie
di numeri. Ecco, ce l'aveva fatta. Guard suo figlio e aspett.
Allora? disse impaziente dopo un attimo di silenzio.
Pap, ti ho gi detto la prima gli fece osservare Les.
Ecco... Suo padre si sforz di trovare le parole giuste. Per favore, dimmi... fammi la
cortesia di...
Les esal un respiro scoraggiato. Otto-cinque-undici-sei disse.
Le vecchie labbra si mossero, il vecchio ingranaggio che era la mente di Tom cominci a
mettersi in moto faticosamente.
Otto... ci... cinque... Gli occhi pallidi ammiccarono lentamente. Undicisei concluse Tom
tutto d'un fiato, poi raddrizz la schiena, orgoglioso.
S, bene, pens... molto bene. L'indomani non ce l'avrebbero fatta a burlarsi di lui; aveva
sconfitto la loro legge assassina. Strinse le labbra e giunse ancora pi forte le mani sulla tovaglia
bianca.
Cosa? disse poi, rimettendo a fuoco suo figlio mentre gli diceva qualcosa. Alza la voce
aggiunse, irritato. Parla pi forte.
Ti ho dato un'altra sequenza di numeri disse Les senza perdere la calma. Ecco, te li
rileggo.
Tom si sporse un poco in avanti, tendendo le orecchie.
Nove-due-sedici-sette-tre disse Les.
Tom si schiar rumorosamente la gola. Scandisci bene disse a suo figlio. Ancora non aveva
capito il senso di tutto ci. Come potevano aspettarsi che qualcuno memorizzasse una fila di numeri
cos ridicolmente lunga?
Cosa, cosa? disse rabbiosamente mentre Les gli rileggeva i numeri.
Pap, l'esaminatore legger le domande in modo ancora pi veloce di quanto faccio io. Tu...
Me ne rendo conto benissimo lo interruppe stizzito suo padre. Benissimo. Per lascia che ti
ricordi... insomma, questo non... non  l'esame.  uno studio, serve per studiare.  stupido andare cos
di corsa. Stupido. Io devo imparare questo... questo... questo esame concluse, arrabbiato con suo
figlio, e arrabbiato anche perch le parole desiderate si nascondevano alla sua mente.
Les si strinse nelle spalle e abbass di nuovo lo sguardo sul questionario.
Nove-due-sedici-sette-tre lesse lentamente.
Nove-due-sei-sette...
Sedici-sette, pap.
E io che ho detto?
Hai detto sei, pap.
Vuoi che non sappia quello che ho detto?
Les chiuse gli occhi per un attimo. D'accordo, pap disse poi.
Allora, vuoi rileggermeli o no? gli chiese bruscamente Tom.
Les gli rilesse i numeri e, mentre ascoltava suo padre che ripeteva a fatica la sequenza, diede
un'occhiata a Terry in salotto.
Era ancora seduta l, immobile, a cucire. Aveva spento la radio, e Les sapeva che era in grado
di sentire suo padre che incespicava sui numeri.
E va bene, disse Les fra s e s, come se parlasse con sua moglie. Va bene, lo so che  vecchio
e inutile. Vuoi che glielo dica in faccia e che lo ferisca cos? Lo sai, e lo so anch'io, che non superer
l'esame. Almeno consentimi questa breve ipocrisia. La sentenza verr emessa domani. Non lasciare che
sia io a pronunciarla stasera, spezzando il cuore di questo povero vecchio.
 giusto, mi pare sent dire suo padre con la voce piena di dignit, e torn a concentrarsi sul
suo viso smunto e segnato dalle rughe.
S,  giusto si affrett a confermare.
Quando un leggero sorriso tremol all'angolo della bocca di Tom, lui si sent come se l'avesse
tradito. Lo sto facendo illudere, pens.
Passiamo a qualcos'altro sent che diceva suo padre, e abbass subito lo sguardo sul foglio.
Che cosa sar pi facile per lui?, si domand, disprezzandosi solo per averlo pensato.
Su, muoviamoci, Leslie disse suo padre con voce tesa. Non abbiamo tempo da perdere.
Tom segu con lo sguardo suo figlio che sfogliava il questionario e chiuse le mani a pugno.
C'era in ballo la sua vita, l'indomani, e Les non sapeva fare altro che sfogliare pagine come se non
dovesse succedere niente d'importante.
Andiamo, andiamo disse lamentosamente.
Les prese una matita con una cordicella attaccata e disegn un cerchio di pochi centimetri su
un foglio di carta bianca. Porse la matita a suo padre.
Tenere sospesa la punta della matita sopra il cerchio per tre minuti disse, temendo
improvvisamente di avere scelto l'esercizio sbagliato. Aveva visto le mani di suo padre tremare in
occasione dei pasti, o mentre armeggiava con i bottoni o la lampo dei suoi vestiti.
Les deglut nervosamente, prese il cronometro, lo fece partire e fece un cenno d'assenso a suo
padre.
Tom trasse un profondo respiro esitante, si pieg sul foglio di carta e cerc di tenere sopra il
cerchio la matita, che dondolava leggermente. Les lo vide appoggiarsi sul gomito, cosa che nel corso
dell'esame non gli sarebbe stata permessa, ma non disse nulla.
Rest seduto a guardare suo padre. Quel po' di colorito che gli era rimasto sul volto adesso
stava scomparendo del tutto, e Les riusc a distinguere le piccole linee scarlatte dei capillari rotti sotto
la pelle delle guance. Osserv la carnagione secca, rugosa e tendente al marrone, chiazzata da macchie
scure. Ottant'anni, pens: come si sente un uomo quando  arrivato a ottant'anni?
Torn a guardare Terry. Per un attimo lei sollev gli occhi e i loro sguardi s'incrociarono:
nessuno dei due sorrise o accenn qualcosa. Poi Terry riprese a cucire.
Credo che tre minuti siano passati disse Tom teso.
Les controll il cronometro. Un minuto e mezzo, pap disse, chiedendosi se avrebbe dovuto
mentire di nuovo.
Be', allora tieni gli occhi sul cronometro replic suo padre, agitato, mentre la matita
dondolava completamente al di fuori dall'area del cerchio. Questo dovrebbe essere un esame, non
un... un... un gioco.
Les concentr lo sguardo sulla matita ondeggiante, avvertendo una sensazione di totale
inutilit quando si rese conto che stava solo fingendo, che nulla di quanto faceva avrebbe potuto salvare
la vita di suo padre.
Almeno, pens, non sono i figli che hanno votato questa legge a dover esaminare i genitori.
Almeno non avrebbe dovuto essere lui ad apporre il timbro nero con su scritto insufficiente sul
fascicolo di suo padre, sentenziando cos la sua condanna.
La matita torn a oscillare sopra il bordo del cerchio e torn a centrarsi quando Tom mosse
leggermente il braccio sul tavolo, un gesto che avrebbe automaticamente invalidato la prova.
Quell'orologio va troppo piano! esclam Tom in un improvviso accesso di rabbia.
Les trattenne il fiato e diede un'occhiata al cronometro. Due minuti e mezzo. Tre minuti
disse, premendo il pulsante di stop.
Tom sbatt gi la matita, innervosito. Fatto disse. E comunque  un esame cretino.
Assunse un tono imbronciato. Non dimostra niente. Proprio niente.
Vuoi qualche domanda sul denaro, pap?
Sono quelle che vengono dopo nel questionario? chiese Tom, sbirciando sospettoso per
controllare da solo.
S ment Les, sapendo che la vista di suo padre era troppo bassa per vedere, anche se aveva
sempre rifiutato di mettersi gli occhiali. Oh, aspetta un secondo, ce n' un'altra prima aggiunse,
pensando che per Tom sarebbe stata pi facile.Ti chiedono di dire l'ora.
Che domanda stupida borbott Tom. Ma che diavolo...
Allung la mano sul tavolo, afferr l'orologio e lo guard. Le dieci e un quarto disse con
aria sdegnata.
Prima ancora di riuscire a frenarsi, Les disse: Ma sono le undici e un quarto, pap.
Suo padre lo fiss per un attimo, come se fosse stato preso a schiaffi. Poi riprese l'orologio e lo
esamin, piegando le labbra, e Les ebbe l'orribile sensazione che suo padre volesse insistere sulle dieci
e un quarto.
Be',  quello che volevo dire afferm bruscamente Tom. Solo che mi sono sbagliato. Certo
che sono le undici e un quarto, qualunque idiota se ne accorgerebbe. Undici e un quarto.
Quest'orologio non vale niente. I numeri sono troppo vicini.  da buttare. Ecco...
Tom si frug nella tasca della vestaglia e tir fuori l'orologio d'oro. Questo  un orologio
disse, tutto fiero. Spacca il secondo da... sessant'anni! Questo s che  un orologio. Non come quello.
Scagli via con disprezzo l'orologio di Les, che ricadde sul quadrante. Il vetro si ruppe.
Ma guarda si affrett a dire Tom per nascondere il suo disagio. Si  rotto solo a guardarlo.
Evit lo sguardo di Les concentrandosi sul suo orologio d'oro. Strinse la bocca mentre ne
apriva la cassa e osservava la fotografia di Mary; Mary quando aveva trent'anni, i capelli biondi e il
viso delizioso.
Grazie a dio lei non ha dovuto sottoporsi a questi esami, pens Tom. Almeno questo le  stato
risparmiato. Lui non aveva mai pensato di potersi convincere che la sua morte in un incidente a
cinquantasette anni potesse essere un colpo di fortuna, ma questo era successo prima degli esami.
Richiuse l'orologio e lo mise via.
Lasciami il tuo orologio, stasera disse in modo un po' scontroso. Domani vedr di
procurarti un... un vetro decente.
Non ti preoccupare, pap.  solo un vecchio orologio.
No, no, mi preoccupo disse Tom. Tu lascialo a me e domani ti ci far mettere un bel vetro.
Uno di quelli che non si rompono... infrangibile. Lascialo a me, ci penso io.
A questo punto Tom rispose alle domande sul denaro. Domande tipo: Quanti quarti ci sono in
una banconota da cinque dollari? Oppure: se prendo 36 centesimi dal tuo dollaro, quanti spiccioli ti
restano?
Erano domande scritte e Les tenne il conto del tempo che suo padre impieg a rispondere. In
casa era tutto tranquillo, pieno di calore. Ogni cosa sembrava normale e prevedibile, con loro due
seduti al tavolo e Terry che cuciva in salotto.
Era proprio questo l'orrore.
La vita andava avanti come al solito. Nessuno parlava di morire. Il governo inviava lettere, gli
esami venivano sostenuti, e coloro che non li superavano erano convocati al centro governativo per
l'iniezione. La legge funzionava, il tasso di mortalit era stabile, il problema della sovrappopolazione
contenuto... il tutto in modo ufficiale, impersonale, senza che nessuno gridasse o s'indignasse.
Ma coloro che venivano uccisi erano pur sempre delle persone a cui si voleva bene.
Piantala di guardare sempre quell'orologio disse suo padre. Posso rispondere alle domande
senza che tu... ti ci consumi gli occhi sopra.
Pap, gli esaminatori lo controlleranno, l'orologio.
Gli esaminatori sono gli esaminatori sbott Tom. Tu non sei un esaminatore.
Pap. Volevo solo aiu...
Be', allora aiutami, aiutami sul serio. Non startene l seduto a fissare l'orologio.
Questo  il tuo esame, pap, non il mio cominci Les, mentre una vampata di rabbia gli
imporporava le guance. Se...
Il mio esame, s, il mio esame! esclam suo padre, prendendo fuoco all'improvviso. Ci
avete pensato voi, non  cos? Tutti voi avete fatto in modo che... che...
Gli mancarono di nuovo le parole, mentre pensieri rabbiosi tumultuavano nel suo cervello.
Non c' bisogno che strilli, pap.
Non sto strillando!
Pap, i bambini dormono! intervenne improvvisamente Terry.
Non me ne importa se... Tom tronc la frase a met e si appoggi allo schienale della sedia,
mentre la matita gli cadeva dalla mano senza che se ne accorgesse e rotolava sulla tovaglia. Rest l
scosso da un tremito, con il petto scarno che si sollevava e si abbassava a sussulti, tormentandosi le
mani sotto il tavolo.
Vuoi continuare, pap? gli chiese Les, trattenendo la rabbia nervosa.
Non chiedo tanto farfugli Tom, parlando fra s e s. Non chiedo tanto alla vita.
Pap, andiamo avanti?
Suo padre s'irrigid. Se hai tempo da perdere disse lentamente, in un tono orgogliosamente
sdegnato. Se hai tempo da perdere.
Les guard il questionario, stringendo con dita rigide le pagine fissate da grappette. Quesiti
psicologici? No, non poteva farglieli. Come si fa a chiedere a un padre di ottant'anni quello che pensa
del sesso? A un padre dal volto duro come la pietra per il quale l'osservazione pi innocente 
'oscena'?
Allora? gli chiese Tom con voce pi alta.
Sembra che non ce ne siano pi disse Les. Ci stiamo sopra da almeno quattro ore.
E tutte quelle pagine che hai saltato?
Riguardano quasi tutte la parte... fisica, pap.
Vide che suo padre stringeva le labbra ed ebbe paura che volesse tornare su quell'argomento.
Invece suo padre si limit a dire: Bell'amico. Proprio un bell'amico.
Pap, tu...
Les non fin la frase. Era inutile riparlarne. Tom era pienamente consapevole che non era pi
possibile ricorrere al dottor Trask per farsi rilasciare un certificato medico che gli evitasse questo
esame, come avevano fatto per i tre precedenti.
Les sapeva quanto fosse spaventato e umiliato suo padre all'idea di doversi spogliare ed
esporsi ai medici, che lo avrebbero sondato e auscultato e gli avrebbero rivolto domande offensive.
Sapeva quanto Tom temesse di essere osservato da uno spioncino, dopodich qualcuno avrebbe
annotato su un registro se si vestiva bene da solo. Era conscio di quanto lo spaventasse sapere che,
mentre mangiava nella tavola calda del governo, nel bel mezzo di quella lunga giornata di esami,
qualcuno lo avrebbe tenuto d'occhio per vedere se lasciava cadere una forchetta o un cucchiaio, o se
urtava un bicchiere d'acqua, o si sgocciolava la salsa sulla camicia.
Ti chiederanno di firmare e di mettere l'indirizzo gli disse Les, nel tentativo di far s che suo
padre dimenticasse la faccenda dell'esame fisico, sapendo quanto Tom fosse orgoglioso della sua
calligrafia.
Fingendo di essere ancora contrariato, il vecchio raccolse la matita e si mise a scrivere. Li
fregher tutti, pens mentre la matita si spostava sulla pagina con movimenti lenti e sicuri.
'Signor Thomas Parker' scrisse. '2719 Brighton Street, Blairtown, New York.'
E la data aggiunse Les.
Il vecchio scrisse '17 gennaio 2003', e qualcosa di freddo scorse dentro le sue viscere.
L'indomani c'era l'esame.
Giacevano vicini, e nessuno dei due dormiva. Avevano scambiato appena qualche parola
mentre si spogliavano, e quando Les si era piegato verso di lei per darle il bacio della buonanotte, Terry
aveva mormorato qualcosa che lui non aveva sentito.
Adesso Les si gir sul fianco verso di lei, con un profondo sospiro. Sua moglie apr gli occhi
nel buio e lo guard.
Dormi? gli chiese a bassa voce.
No.
Non disse altro. Aspett che fosse lei a cominciare.
Ma lei non cominci e, dopo qualche secondo, Les parl di nuovo. Ecco, io credo che sia...
finita. Concluse fiaccamente perch non gli piaceva la parola; suonava melodrammatica, eccessiva.
Sul momento sua moglie non fece commenti. Poi, quasi pensando ad alta voce, disse: Credi
che abbia qualche possibilit di...
Les si irrigid a quelle parole, perch aveva gi capito quello che voleva dire Terry.
No disse. Non superer mai l'esame.
La sent deglutire. Non dirlo, pens, ti prego. Non dirmi che vado ripetendo la stessa cosa da
quindici anni. Lo so da solo. L'ho detta perch ero convinto che fosse vera.
All'improvviso rimpianse di non avere firmato anni prima la Domanda di rimozione. Avevano
un bisogno disperato di liberarsi di Tom; per il loro bene e per quello dei loro figli. Ma come si fa a
trasformare in parole una cosa del genere senza sentirsi degli assassini? Non si poteva dire: spero che il
vecchio fallisca, spero che lo uccidano. Eppure qualsiasi altra cosa si tirasse fuori, suonava soltanto
come un surrogato ipocrita di quelle parole, perch in realt il senso era esattamente quello.
Termini medici, pens, diagrammi sui raccolti che diminuiscono e sul ridotto tenore di vita,
sulla fame nel mondo e sulla qualit peggiorata della salute. Avevano usato tutti gli argomenti per
sostenere l'approvazione della legge. Be', erano menzogne, menzogne evidenti e senza fondamento. La
legge era stata approvata perch la gente voleva essere lasciata in pace, perch voleva vivere la propria
vita senza seccature.
Les, e se ce la facesse? chiese Terry.
Lui sent le mani contrarsi sul materasso.
Les?
Non lo so, tesoro rispose.
La voce di lei emerse decisa nell'oscurit. La voce di chi ha esaurito la pazienza. Devi
saperlo disse.
Les si agit sul cuscino. Tesoro, non insistere la preg. Per favore.
Les, se passa l'esame sono altri cinque anni. Altri cinque anni, Les. Ti rendi conto di quello
che significa?
Amore, non pu superare l'esame.
Ma se lo supera?
Terry, stasera ha sbagliato tre quarti delle domande che gli ho fatto. Non ci sente quasi pi, ci
vede male, ha problemi di cuore e l'artrite. Les picchi impotente il pugno sul letto. Non passer
nemmeno l'esame fisico aggiunse, sentendosi irrigidire, e odiandosi perch assicurava sua moglie che
Tom non ce l'avrebbe fatta.
Se solo fosse riuscito a dimenticare il passato e ad accettare suo padre per quello che era
adesso: un uomo malridotto, con il cervello andato, che stava rovinando la loro vita. Ma gli riusciva
difficile dimenticare quanto avesse amato e rispettato suo padre, difficile dimenticare le passeggiate in
campagna, le gite a pesca, le lunghe chiacchierate di sera e tutte le altre cose che avevano condiviso.
Ecco perch non aveva mai trovato il coraggio di firmare la richiesta. Era un semplice modulo
da compilare, ed era molto pi semplice che aspettare l'esame ogni cinque anni. Ma significava gettare
via la vita di suo padre, richiedere che il governo si facesse carico di lui come un sacco di spazzatura da
rimuovere. Non avrebbe mai potuto farlo.
Eppure adesso suo padre aveva ottanta anni e, a dispetto di ogni educazione morale, a dispetto
di ogni radicato principio cristiano, lui e Terry temevano con tutta l'anima che il vecchio Tom potesse
trascorrere altri cinque anni con loro: altri cinque anni a bighellonare per casa, a ostacolare l'istruzione
che avevano impartito ai bambini, a rompere le cose, a tentare di rendersi utile ma con l'unico risultato
di stare sempre in mezzo ai piedi e di farli vivere ogni giorno a nervi tesi.
Farai meglio a dormire gli disse Terry.
Les ci prov, ma senza riuscirci. Rimase sdraiato a fissare il soffitto, tentando di trovare una
risposta. Non ne fu capace.
La sveglia suon alle sei. Les non doveva alzarsi fino alle otto, ma voleva vedere suo padre
che usciva. Scese dal letto e si vest senza fare rumore per non svegliare Terry.
Lei si svegli lo stesso e alz gli occhi su di lui dal cuscino. Dopo un attimo si appoggi su un
gomito e lo fiss, ancora insonnolita.
Mi alzo e ti preparo qualcosa da mangiare gli disse.
Non ce n' bisogno rispose Les. Resta a letto.
Non vuoi che mi alzi?
Non preoccuparti, tesoro le disse. Voglio che ti riposi.
Terry si rimise gi e si volt, in modo che Les non la vedesse in faccia. Si mise a piangere in
silenzio, senza sapere bene perch; se perch suo marito non voleva che lei vedesse suo padre o per via
dell'esame. Ma non riusc a trattenersi. Riusc solo a mantenersi immobile finch Les non fu uscito
dalla camera.
Allora scosse le spalle e un singhiozzo ebbe la meglio sulla barriera che si era costruita dentro.
Quando Les vi pass davanti, la porta della camera di suo padre era aperta. Diede un'occhiata
e vide Tom seduto sul letto, piegato in avanti ad allacciarsi le scarpe nere. Vide anche che le dita
rugose tremavano mentre maneggiava le stringhe.
Tutto a posto, pap? gli domand.
Suo padre alz gli occhi, sorpreso. Che ci fai in piedi a quest'ora? replic.
Pensavo di fare colazione con te rispose Les.
Per un momento i due si guardarono in silenzio, poi suo padre torn a piegarsi sulle scarpe.
Non ce n' bisogno lo sent dire Les.
Be', comunque io voglio fare colazione ripet, e si gir dall'altra parte, per evitare che suo
padre avesse da ridire.
Oh... Leslie.
Les si volt.
Spero che non ti sia dimenticato di lasciare fuori quel tuo orologio gli disse suo padre. Ho
intenzione di portarlo da un orologiaio, stamattina, e di farci mettere un... un vetro decente, uno che
non si rompa.
Pap,  soltanto un vecchio orologio ribatt Les. Non vale niente.
Suo padre annu lentamente, agitandogli davanti una mano quasi a voler chiudere l'argomento.
Sar pure cos afferm con calma. Per intendo lo stesso...
Va bene, pap. Lo metto sul tavolo della cucina.
Suo padre smise di allacciarsi le scarpe e lo fiss per un attimo con un'espressione assente.
Poi, come se fosse stato solo l'impulso di un momento e non la conseguenza di una volont rallentata,
torn a dedicarsi alle sue scarpe.
Les rimase per un po' a guardare i capelli grigi di suo padre, le sue dita ossute e tremanti, poi
si volt.
L'orologio era ancora sul tavolo del salotto. Les lo prese e lo mise su quello della cucina.
Decise che suo padre doveva avere pensato a quell'orologio per tutta la notte. Altrimenti non sarebbe
riuscito a ricordarsene.
Mise dell'acqua fresca nella caffettiera e premette i pulsanti per avere due porzioni di uova con
pancetta. Poi vers il succo d'arancia nei bicchieri e si sedette al tavolo.
Circa un quarto d'ora pi tardi arriv suo padre, con il suo completo blu scuro, le scarpe
accuratamente lucidate, le unghie curate, i capelli impomatati, pettinati e spazzolati. Si avvicin alla
caffettiera e la osserv, e a Les sembr molto pulito e molto vecchio.
Siediti, pap gli disse. Ti servo io.
Non sono impedito disse Tom. Resta dove sei.
Les riusc a sorridere. Ho messo su uova e pancetta per tutti e due.
Non ho fame replic suo padre.
Devi fare una bella colazione, pap.
Non ho mai fatto una colazione abbondante disse suo padre, impettito, sempre immobile
davanti alla cucina automatica. Non mi fido, mi fa male allo stomaco.
Les chiuse gli occhi per un momento e sul suo viso si dipinse un'espressione di disperazione
impotente. Si chiese avvilito perch mai si fosse preso la briga di alzarsi, tanto riuscivano solo a
litigare.
No. Si sent irrigidire. Sarebbe stato gentile con lui, a costo di soffrire come un cane.
Dormito bene, pap? gli chiese.
Certo che ho dormito bene gli rispose suo padre. Io dormo sempre bene. Benissimo.
Pensavi che non ci sarei riuscito perch...
S'interruppe bruscamente e si gir verso Les con aria accusatrice. Dov' quell'orologio? gli
chiese.
Les lasci andare stancamente il fiato e prese l'orologio. Suo padre si mosse di scatto sul
linoleum, glielo prese e lo fiss per un attimo, corrugando le vecchie labbra.
Fattura scadente disse. Dozzinale. Lo infil con cura nella tasca laterale della giacca. Ti
ci far mettere un bel vetro borbott. Uno che non si rompe.
Les annu. Benissimo, pap.
Il caff era pronto e Tom ne vers una tazza per ciascuno. Les si alz e spense il grill
automatico. Adesso neanche lui aveva pi voglia di uova e pancetta.
Sedette dalla parte opposta del tavolo, davanti al volto serio di suo padre, e sent il caff
bollente che gli bruciava la gola. Aveva un sapore orribile, ma lui sapeva che niente al mondo avrebbe
avuto un buon sapore, in un momento come quello.
A che ora devi essere l, pap? domand tanto per rompere il silenzio.
Alle nove rispose Tom.
Sei sicuro di non volere che ti accompagni in macchina?
No, no rispose suo padre con il tono di chi si rivolge con pazienza a un ragazzino troppo
insistente. La metro va benissimo. Mi porter l in anticipo.
Come vuoi, pap acconsent Les, e rimase a guardare il suo caff. Ci doveva pur essere
qualcosa da poter dire, ma non gli veniva in mente nulla. Il silenzio grav su di loro per lunghi minuti,
mentre Tom beveva il caff nero a sorsate lente e metodiche.
Les si lecc nervosamente le labbra, poi si accorse che gli tremavano e le nascose dietro la
tazza. Parlare, pens, parlare, parlare... di automobili e metropolitana e schede d'esame, quando tutti e
due sapevano benissimo che quello stesso giorno Tom poteva essere condannato a morte.
Adesso rimpiangeva di essersi alzato. Sarebbe stato meglio svegliarsi e non trovare pi suo
padre a casa. Desider che fosse andata cos... definitivamente. Desider potersi svegliare una mattina e
scoprire che la stanza di suo padre era vuota: spariti i due vestiti, le scarpe nere, gli abiti da lavoro, i
fazzoletti, i calzini, le giarrettiere, le bretelle, il completo da barba... tutte quelle prove silenziose di una
vita che non c'era pi.
Ma non sarebbe andata cos. Una volta che Tom non avesse superato l'esame, ci sarebbero
volute diverse settimane prima che arrivasse la lettera di convocazione per l'ultimo appuntamento, e
poi un'altra settimana o gi di l per l'appuntamento vero e proprio. Sarebbe stato un processo
odiosamente lungo di preparativi, per scegliere le cose da conservare e quelle da gettare via, un'infinita
serie di pasti, di conversazioni, fino all'ultima cena, fino all'ultimo viaggio verso il centro governativo,
fino alla salita silenziosa nel fruscio appena avvertito dell'ascensore...
Santo dio!
Si scopr a tremare senza riuscire a frenarsi, e per un attimo ebbe paura che sarebbe scoppiato a
piangere.
Poi alz gli occhi, sconvolto, mentre suo padre si alzava.
Adesso devo andare disse Tom.
Gli occhi di Les corsero all'orologio a parete. Ma sono solo le sette meno un quarto osserv,
teso. Non ci vuole tutto questo tempo per...
Io amo fare le cose senza fretta replic deciso suo padre e detesto arrivare tardi.
Ma buon dio, pap, ci vuole al massimo un'ora per arrivare in citt disse, sentendo una
morsa che gli attanagliava lo stomaco.
Suo padre scosse la testa e Les seppe che non lo aveva sentito.  presto, pap disse pi forte,
con la voce che gli tremava appena.
Fa lo stesso disse suo padre.
Ma non hai mangiato niente.
Non mangio mai tanto a colazione cominci Tom. Mi fa male allo...
Les non sent il resto della frase: le parole sulle abitudini di una vita, sulle sue difficolt di
digestione, e tutto quello che suo padre ripeteva sempre. Ebbe la sensazione che un orrore crudele lo
travolgesse a ondate successive, ed ebbe voglia di saltare su, di stringere fra le braccia quel vecchio, di
dirgli di non preoccuparsi per quell'esame perch non aveva importanza, perch loro lo amavano e si
sarebbero presi cura di lui.
Ma non ne fu capace. Rest rigido sulla sedia, con la paura che gli dava quasi la nausea, a
fissare suo padre. Non riusc a parlare nemmeno quando Tom si volt sulla porta della cucina e gli
disse, con una voce di una calma glaciale, perch il vecchio aveva raccolto ogni briciolo rimanente di
energia per renderla tale: Ci vediamo stasera, Leslie.
La porta si richiuse di scatto e la ventata che raggiunse le guance di Les lo raggel fin
nell'anima.
All'improvviso balz in piedi con un grugnito di spavento e corse sul linoleum. Mentre
spalancava la porta vide che suo padre era quasi arrivato all'ingresso.
Pap!
Tom si immobilizz e si volt a guardare, sorpreso, mentre Les attraversava il salotto contando
mentalmente i passi: uno, due, tre, quattro, cinque.
Si ferm davanti a suo padre e si impose un sorriso esitante.
Buona fortuna, pap disse. Io... ci vediamo stasera. Era stato sul punto di dirgli 'Far il
tifo per te' ma non ci riusc.
Suo padre annu una volta, solo un breve cenno di assenso come in un incontro fra due
gentiluomini.
Grazie disse, e si volt.
Quando la porta si richiuse fu come se all'improvviso fosse calato un muro impenetrabile che
suo padre non avrebbe pi potuto oltrepassare.
Les and alla finestra e segu il vecchio con lo sguardo mentre percorreva lentamente il
vialetto e svoltava sul marciapiede. Lo vide incamminarsi lungo la strada, poi raddrizzarsi, spingere
all'indietro le spalle magre e avanzare a passo rapido e impettito nella bruma del mattino.
All'inizio Les pens che stesse piovendo, ma poi si accorse che quell'umidit scintillante non
si trovava sul vetro della finestra.
Non ebbe il coraggio di recarsi al lavoro. Telefon che stava male e rimase a casa. Terry
svegli i bambini perch era ora di andare a scuola, e quando ebbero finito di fare colazione l'aiut a
sciacquare i piatti e a sistemarli nella lavastoviglie. Terry non fece commenti sul fatto che lui fosse
rimasto a casa. Si comport come se fosse normale rimanere a casa in un giorno lavorativo.
Les trascorse la mattina e il pomeriggio a fare lavoretti in garage, cominciandone dieci e
perdendo subito interesse in tutti.
Verso le cinque and in cucina e si apr una lattina di birra mentre Terry preparava la cena.
Non le disse nulla. Continu a passeggiare su e gi per il salotto, soffermandosi ogni tanto a guardare il
cielo nuvoloso fuori dalla finestra, per poi ricominciare.
Chiss dov' disse alla fine, dopo essere tornato in cucina.
Torner rispose lei, e per un attimo Les si irrigid, colto dalla sensazione che vi fosse un
certo disgusto nella voce di Terry. Poi si rilass, rendendosi conto che si trattava solo della sua
immaginazione.
Quando si rivest, dopo avere fatto una doccia, erano le cinque e quaranta. I bambini erano
tornati a casa dai loro giochi ed erano gi seduti a tavola per la cena. Les not che Terry aveva
apparecchiato anche per suo padre, e si chiese se lo avesse fatto solo per una forma di riguardo nei
confronti di suo marito.
Non riusc a mangiare nulla. Non fece che tagliare la carne a pezzettini sempre pi piccoli e
spalmare il burro sulle patate lesse senza assaggiare n l'una n le altre.
Cosa? disse, quando si accorse che Jim gli aveva rivolto la parola.
Pap, se nonno non supera l'esame, gli rimane un mese, vero?
Les sent i muscoli dello stomaco che si contraevano mentre fissava il figlio pi grande. Gli
rimane un mese, vero? L'ultima delle domande di Jim continu a tormentargli il cervello.
Ma di che parli? replic Les.
Sul mio libro di educazione civica c' scritto che ai vecchi rimane un mese da vivere dopo
che non hanno passato l'esame.  vero?
No, non  vero intervenne Tommy. La nonna di Harry Senker ha ricevuto la sua lettera
dopo sole due settimane.
E tu come fai a saperlo? chiese Jim al suo fratellino di nove anni. L'hai vista?
Basta cos disse Les.
Non avevo bisogno di vederla! obiett Tommy. Harry mi ha detto che...
Basta cos!
I due bambini fissarono immediatamente il padre, bianco come un cencio.
Non ne parliamo pi disse loro.
Ma che cosa...
Jimmy intervenne Terry, con severit.
Jimmy guard sua madre e dopo un attimo torn al suo cibo, e tutti mangiarono in silenzio.
Per loro la morte del nonno non significava niente, pens amaramente Les... niente di niente.
Deglut e cerc di allentare la tensione del corpo. Be', perch avrebbe dovuto significare qualcosa?, si
chiese. Per loro non era ancora giunto il tempo di preoccuparsi. Perch costringerli a farlo adesso?
Sarebbe venuto presto anche il loro momento.
Quando la porta di casa si apr e si richiuse, alle sei e dieci, Les si alz cos bruscamente da far
cadere un bicchiere vuoto.
Les, no! disse Terry all'improvviso, e lui cap subito che aveva ragione. A suo padre non
sarebbe piaciuto vederlo arrivare di corsa dalla cucina per sommergerlo di domande.
Torn a sedersi e fiss il cibo appena toccato, con il cuore in subbuglio. Mentre sollevava la
forchetta con le dita irrigidite sent il vecchio che attraversava il tappeto del salotto e saliva le scale.
Diede un'occhiata a Terry, che si limit a deglutire.
Non riusc a mangiare. Rest seduto a respirare pesantemente, piluccando il cibo. Sent la porta
della camera di suo padre che si richiudeva al piano di sopra.
Quando Terry port la torta in tavola non ce la fece pi; farfugli una scusa e si alz.
Era in fondo alle scale quando la porta della cucina si apr. Les la sent dire, in tono
pressante.
Si ferm e rimase in silenzio mentre sua moglie lo raggiungeva.
Non  meglio lasciarlo solo? gli chiese.
Ma tesoro, io...
Les, se avesse superato l'esame sarebbe venuto in cucina a dircelo.
Amore, non pu sapere se...
Se lo avesse passato lo saprebbe, lo sai bene. Le ultime due volte ce l'ha detto. Se ce l'avesse
fatta avrebbe gi...
Non fin la frase e rabbrivid per il modo in cui Les la guardava. Nel silenzio opprimente lui
sent un improvviso scroscio di pioggia sulle finestre.
Si fissarono a lungo, poi Les disse: Io vado su.
Les mormor Terry.
Non gli dir niente che lo possa turbare la rassicur Les. Io...
Tornarono a fissarsi, stavolta un po' pi a lungo, poi lui si volt e sal rumorosamente le scale.
Terry lo segu con lo sguardo, e la sua faccia era cupa e sconfortata.
Les sost per un minuto davanti alla porta chiusa, cercando di farsi forza. Non voglio turbarlo,
si disse. Non voglio.
Buss piano, domandandosi in quello stesso momento se non stesse commettendo un errore.
Forse avrebbe dovuto lasciarlo in pace, pens avvilito.
Sent un movimento provenire dal letto, poi il rumore dei piedi di suo padre sul pavimento.
Chi ? lo sent chiedere.
Les trattenne il fiato. Sono io, pap rispose.
Che vuoi?
Posso vederti?
Silenzio dall'altra parte. Be'... sent dire, poi la sua voce si interruppe. Quindi lo sent di
nuovo che si alzava e posava i piedi a terra. Infine vi fu il rumore di un foglio di carta che veniva
stropicciato e di un cassetto che veniva richiuso con cura.
Alla fine la porta si apr.
Tom aveva indossato la vestaglia rossa sopra il vestito, si era tolto le scarpe e infilato le
pantofole.
Posso entrare, pap? chiese piano Les.
Suo padre ebbe un attimo di esitazione, poi disse: Entra ma non era un invito. Fu pi come
se avesse voluto dire: Questa  casa tua, non posso impedirti di entrare in questa stanza.
Les stava per dirgli che non voleva disturbarlo, ma non ci riusc. Entr e si ferm al centro del
tappeto lavorato, aspettando.
Siediti disse suo padre, e Les si sedette sulla sedia con la spalliera dritta sulla quale suo
padre appendeva gli abiti durante la notte. Tom attese finch Les non si fu accomodato, poi si lasci
cadere sul letto con un grugnito.
Per un lungo tempo si guardarono senza parlare, come completi estranei, ciascuno dei due
aspettando che fosse l'altro a dire qualcosa. Com' andato l'esame? Questa domanda continuava ad
affacciarsi nella mente di Les. Com' andato l'esame, com' andato l'esame? Non riusc a formularla.
Com' andato...
Immagino che tu voglia sapere che cosa...  successo disse a un certo punto suo padre,
cercando visibilmente di controllarsi.
S disse Les. Io... si riprese. S ripet, e aspett.
Il vecchio Tom abbass per un attimo gli occhi a terra. Poi li rialz di scatto e guard suo
figlio con aria di sfida.
Non ci sono andato disse.
Les si sent come se all'improvviso tutte le sue energie fossero state risucchiate dal pavimento.
Rest seduto, immobile, a fissare suo padre.
Non avevo nessuna intenzione di andarci si affrett ad aggiungere Tom. Nessuna
intenzione di sottopormi a tutte quelle stupidaggini. Test fisici, test mentali, sistemare cubetti di legno
su una tavola e... E dio sa che altro! Proprio non avevo voglia di andarci.
Tacque e guard suo figlio con occhi furenti, come se volesse sfidarlo a dire che aveva
sbagliato.
Ma Les non riusc a ribattere niente.
Trascorse un lungo intervallo di tempo. Les deglut e riusc a dare fiato alle parole. Che
cosa... farai?
Non importa, non importa disse Tom, quasi gli fosse riconoscente per la domanda. Non
preoccuparti di tuo padre. Tuo padre sa come prendersi cura di s stesso.
E improvvisamente Les sent di nuovo lo scorrere del cassetto e il frusciare di un sacchetto di
carta. Per poco non spost lo sguardo sul com per vedere se il sacchetto fosse ancora l. Fece appena
un leggero movimento con la testa, troncando il gesto sul nascere.
B-bene farfugli, senza rendersi conto dell'espressione sgomenta che aveva in faccia.
Adesso non preoccupartene disse di nuovo suo padre, con calma, quasi con gentilezza. Non
 un problema tuo. Non lo  per niente.
Invece lo ! Les url dentro di s quelle parole, ma non le pronunci. Qualcosa in suo padre
glielo imped: una specie di orgogliosa energia, un'impettita dignit alla quale sentiva di non doversi
opporre.
Adesso vorrei riposare sent poi che diceva Tom, ed ebbe la sensazione di avere appena
ricevuto un pugno in pieno stomaco. Adesso vorrei riposare, vorrei riposare... le parole echeggiarono
nei meandri del suo cervello mentre si alzava. Riposare, riposare...
Si ritrov sospinto fuori dalla porta, e l si volt a guardare suo padre. Addio. La parola gli
rimase inchiodata sulla lingua.
Poi Tom sorrise e disse: Buonanotte, Leslie.
Pap.
Sent le mani del vecchio nelle sue, pi forti delle sue, pi salde; lo calmarono, lo
rassicurarono. Sent la presa decisa della sua mano sinistra sulla spalla.
Buonanotte, figliolo disse suo padre, e quando furono vicini Les scorse, oltre le spalle di lui,
il sacchetto appallottolato della farmacia nell'angolo della stanza, come se fosse stato gettato l perch
nessuno lo vedesse.
Poi si ritrov in corridoio, atterrito, senza riuscire a spiccicare parola, ascoltando il rumore
della maniglia che veniva richiusa; cap che, anche se suo padre non aveva chiuso a chiave la porta, lui
non sarebbe pi potuto entrare in camera sua.
Rimase a lungo a fissare la porta chiusa, tremando in modo incontrollato, poi si volt.
Terry lo aspettava in fondo alle scale, il volto esangue. Lo interrog con gli occhi mentre Les
scendeva verso di lei.
Lui... non ci  andato fu tutto quello che le disse.
Terry emise un debole rumore di sorpresa, tutto di gola. Ma...
 andato in farmacia aggiunse Les. Io... ho visto il sacchetto in un angolo della stanza.
L'ha gettato via perch non lo vedessi, ma... l'ho visto lo stesso.
Per un momento sembr che lei stesse per salire le scale, ma fu solo una reazione
estemporanea.
Deve avere mostrato al farmacista la lettera in cui veniva convocato per l'esame disse Les.
E probabilmente il... farmacista gli ha dato delle... pillole. Lo fanno tutti.
Rimasero in silenzio in salotto mentre la pioggia tamburellava sui vetri delle finestre.
Che facciamo? chiese Terry, in modo quasi inaudibile.
Niente rispose lui in un sussurro. Muoveva la gola in modo convulso e respirava a fatica.
Niente.
Poi si ritrov a tornare come istupidito verso la cucina e sent il tocco di sua moglie, quasi
volesse trasmettergli col tatto l'amore che non riusciva a esprimere a parole.
Sedettero in cucina per tutta la sera. Dopo che Terry ebbe messo a letto i bambini, torn e
rimase con lui a bere caff e a scambiarsi parole remote, sommesse.
Verso mezzanotte lasciarono la cucina e, subito prima di salire di sopra, Les si ferm accanto
al tavolo della sala da pranzo; vi trov l'orologio con un vetro nuovo fiammante. Non riusc nemmeno
a toccarlo.
Salirono al piano di sopra, oltrepassando la camera di Tom. Non si sentiva nessun rumore. Si
spogliarono e andarono a letto; Terry regol la sveglia come faceva tutte le sere. Dopo qualche ora
riuscirono ad addormentarsi.
E per tutta la notte vi fu silenzio nella stanza del vecchio. E anche il giorno successivo.
...
.
...
Fine.
...
.
...
Il viaggiatore.
...
.
...
Titolo originale: The Traveller. 1954.
Traduzione di: Maurizio Nati.
...
.
...
La neve scendeva silenziosa come un manto bianco mentre il professor Paul Jairus si affrettava
sotto l'arcata buia e s'infilava nel campus spoglio di Fort College.
Le sue soprascarpe di gomma schizzavano il nevischio mentre camminava. Si alz il colletto
del cappotto pesante quasi fino al bordo del cappello floscio di feltro tirato gi. Poi infil le mani
intirizzite nelle tasche del cappotto e le strinse a pugno.
Camminava il pi rapidamente possibile senza preoccuparsi della neve che gli bagnava i
pantaloni e le caviglie, emettendo nuvolette di vapore. Alz un attimo lo sguardo sull'alta facciata di
granito del Centro di Scienze fisiche, in fondo all'ampio campus, poi abbass la faccia quasi esangue
sul sentiero serpeggiante, mentre oltrepassava la fila di alberi scheletrici che protendevano i rami neri e
fragili nell'aria gelida.
Il vento sembrava volerlo ricacciare indietro dalla sua destinazione. Lui ebbe quasi
l'impressione che lottasse per bloccarlo. Ma ovviamente era pura immaginazione. L'acuto desiderio di
passare oltre la fase preliminare gli faceva sembrare tutto pi difficile. Era ansioso. A dispetto della
continua autoanalisi e della preparazione, il semplice pensiero di ci di cui stava per essere testimone lo
eccitava. E non c'era vento che potesse bloccarlo o neve che potesse gelarlo.
N mente che potesse metterlo in guardia. Adesso aveva oltrepassato la facciata dell'enorme
palazzo. Lo ripar dal vento e lui alz gli occhi scuri. Flett impaziente le mani dentro le tasche ed
ebbe voglia di mettersi a correre. Ma doveva controllarsi.
Se fosse apparso troppo eccitabile potevano cambiare idea e non lasciarlo pi andare. In fin dei
conti avevano delle responsabilit.
Prese un profondo respiro e lasci che l'aria fredda gli entrasse nei polmoni. Una volta passato
il fascino dell'inizio sarebbe tornato a essere la persona razionale che era sempre stata. Era l'unicit
della situazione che stava alterando il suo usuale equilibrio. Ma era ridicolo essere ansioso fino a quel
punto.
Sospinse la porta girevole, entr nel palazzo e quasi sospir per il piacere quando si sent
avvolgere dall'aria calda. Si tolse il cappello e scroll le gocce di neve sul pavimento di marmo, poi
sbotton il cappotto mentre girava a destra e imboccava il lungo corridoio. Le soprascarpe di gomma
cigolarono mentre camminava.
Pensare (e l'idea gli trafisse il cervello) che fra meno di mezz'ora sarebbe successo. Scosse la
testa di fronte all'inesplicabile portata di... Non importa, si disse, controllati, tutto qui.
Ti occorrer l'autocontrollo per resistere al conflitto dei falsi sentimenti.
Verso la fine del corridoio si ferm davanti a una porta, per met di legno chiaro, per met di
vetro smerigliato. Prima di entrare i suoi occhi si posarono per un attimo sulle parole stampate.
DOTTOR PHILLIPS, DOTTOR RANDALL. Poi uno spazio vuoto, dove di recente era stato
cancellato un nome. E sotto, in nitide lettere rosse, la scritta: CRONO-TRASPOSIZIONE.
Allora ha capito bene disse il dottor Phillips con un tono di urgenza nella voce. Lei non
dovr fare nessun tentativo di influenzare l'ambiente che la circonda.
Jairus annu.
Insistiamo molto su questo disse dalla sua poltrona il dottor Randall perch  un punto
essenziale. Qualunque intervento fisico sull'ambiente circostante potrebbe esserle fatale. E... gesticol
...al nostro programma.
Capisco benissimo disse Jairus. Potete contare sulla mia discrezione.
Randall annu una volta, poi alz le mani e incroci nervosamente le dita. Immagino che lei
sappia di Wade disse.
Ho sentito delle voci rispose Jairus. Ma niente di specifico.
Il professor Wade si  perso nell'ultima trasposizione disse con voce seria il dottor Phillips.
La camera  tornata senza di lui. Dobbiamo presumere che sia morto.
 successo agli inizi di settembre disse Randall. Ci sono voluti due mesi per convincere il
consiglio a lasciarci provare di nuovo. Se falliamo anche stavolta... be', significher la fine del nostro
progetto.
Capisco disse Jairus.
Lo spero davvero, professore, lo spero davvero intervenne il dottor Phillips. La posta in
palio  altissima.
Be', cerchiamo di non deprimerlo ulteriormente disse Randall con un sorriso tirato. Credo
sappia anche che lei sta per vedere cose per cui tanta gente darebbe volentieri la vita.
Lo so disse Jairus. E so anche che tanta gente  stupida, pens.
Allora, vogliamo andare? chiese Randall.
I passi dei tre uomini echeggiarono lungo il corridoio mentre si dirigevano verso il laboratorio
con l'impianto. Jairus tenne le mani in tasca e non parl se non per dare brevi risposte alle domande.
Randall gli stava parlando dello schermo temporale.
Abbiamo scartato la camera in quanto veicolo troppo pericoloso per il viaggio disse. Lei
viagger in uno schermo circolare di energia che la render invisibile alle persone intono a lei. Lei pu
infrangere lo schermo, ma spero che siamo stati chiari su quanto questo sia pericoloso.
La preghiamo di rimanere all'interno dei limiti dello schermo sottoline Phillips. Questo
deve esserle chiaro.
S disse Jairus. Mi  chiarissimo.
E a titolo di ulteriore precauzione disse Randall lei comunicher con noi attraverso questo
microfono sul petto. Ci fornir informazioni su quello che vede. E se per caso dovesse sentirsi inquieto
o avere qualsiasi preavviso di un pericolo imminente... ecco, dovr solo comunicarcelo e noi la
riporteremo indietro immediatamente. In ogni caso la sua... visita, come la chiamiamo noi, non durer
pi di un'ora.
Un'ora, pens Jairus. Un tempo pi che sufficiente per dissipare le credenze errate accumulate
nei secoli.
Dato il suo stato di salute, la sua preparazione e gli studi che ha alle spalle stava dicendo
Randall non dovrebbe incontrare difficolt.
Una cosa mi stavo domandando disse Jairus. Cosa vi ha fatto scegliere questo particolare
evento invece di altri?
Randall alz le spalle. Forse perch siamo quasi a Natale.
Stupidi sentimentalismi, pens Jairus.
Oltrepassarono le pesanti porte metalliche del laboratorio e Jairus vide gli studenti del corso
post laurea che si muovevano intorno a una piattaforma d'acciaio sistemata su una serie di barre di
trasporto simili a una rotaia con le traversine. Gli studenti con i camici bianchi stavano sistemando
quelli che sembravano dei faretti, tutti puntati su una zona particolare della piattaforma.
Phillips and in sala controllo e Randall condusse Jairus alla piattaforma, presentandolo agli
studenti. Poi controll la piattaforma e le luci mentre Jairus restava fermo, sentendosi nervoso a
dispetto dell'autocontrollo. Il cuore batteva forte all'interno del suo corpo magro.
Adesso controllati, si disse. Niente coinvolgimento emotivo. Ecco, cos va meglio. Tutto
questo  eccitante, certo, ma solo come conquista della scienza, ricordalo. Ci che stupisce  la visita in
s, non il momento storico in cui essa avr luogo. Anni di studio hanno ben chiarito il concetto. Non 
niente.
Questo continuava a ripetersi mentre se ne stava l sulla piattaforma con le mani che gli
tremavano mentre osservava il laboratorio che scompariva come se qualcuno lo stesse cancellando. Si
sentiva il cuore battere a mille e non riusciva a fermarlo facendo ricorso a parole razionali. Parole che
dicevano: non  niente, niente.  solo un'esecuzione, solo un'esecuzione, solo...
Mi trovo sul Golgota.
Sono circa le nove del mattino. Il cielo  limpido, non ci sono nuvole e il sole brilla. Questo
posto, il cosiddetto 'luogo del cranio',  una collinetta brulla e priva di vegetazione a poco meno di un
chilometro dalle mura di Gerusalemme. Si erge a nordovest della citt su una spianata alta e irregolare
che si estende fra la citt e le due valli di Kedron e Hinnom.
 un posto alquanto deprimente. In qualche modo somiglia alla periferia abbandonata di una
citt dei nostri tempi. Da dove mi trovo posso vedere mucchi di spazzatura abbandonata e anche
escrementi di animali. Qualche cane rovista fra i rifiuti. Davvero deprimente.
La collina  deserta, a parte due soldati romani. Stanno infilando nel terreno dei pali verticali,
spingendoli gi a colpi di mazza nelle buche che hanno scavato. Guardandomi intorno vedo qualcuno
che gira per la collina, apparentemente intenzionato a trovarsi un buon punto d'osservazione per
assistere all'esecuzione. Si trova sempre gente del genere, credo.
Qui fa caldo. Sento il calore che filtra attraverso lo schermo. Anche l'odore, e quello mi
infastidisce di pi.  pieno di grosse mosche che entrano ed escono dallo schermo di energia senza
trovare ostacoli. Questo significa, immagino, che anche le persone possono fare lo stesso.
Esatto, professore.
Un momento. Vedo una nuvola di polvere. Una processione si dirige da questa parte. Dieci,
quindici soldati, a occhio. E ci sono tre uomini. Due piuttosto corpulenti, in testa alla processione. Pi
dietro c'... lui. ... oh, la polvere me lo nasconde.
Qui i due soldati hanno finito di piantare i pali e si stanno infilando di nuovo la corazza.
Adesso allacciano le cinture alle quali sono fissate le spade. Uno dei presenti chiede loro quando
comincer. Manca poco, risponde il soldato. Adesso stanno...
...
Qualcosa che non va?
No, no, sto solo guardando, scusatemi. Dovrei parlare.  un po' difficile ricordarselo.
Be', a quanto pare la leggenda su Simone di Cirene  vera. L'ultimo uomo... lui,  caduto in
ginocchio sul terreno. Le travi orizzontali della croce... devono pesare quasi cento chili. L'uomo non ce
la fa a rialzarsi. Adesso i soldati lo colpiscono. Non riesce a tirarsi su. Troppo debole, credo. Altri
soldati chiedono a uno dei presenti di sollevare il palo della croce dalle spalle dell'uomo. L'uomo si
alza. Segue Simone. Almeno credo che sia Simone di Cirene. Naturalmente  impossibile dimostrarlo.
Adesso la processione  molto vicina. Vedo i due ladroni. Sono uomini massicci, con le
braccia pelose, vestiti di lunghe toghe cenciose. Non sembrano avere problemi a portare il loro carico.
Uno sta addirittura ridendo, mi pare. S, sta ridendo. Ha appena detto qualcosa a uno dei soldati, e
anche quest'ultimo ride.
Sono quasi arrivati. Posso... Posso vedere Ges.
 chino in avanti, ma noto che  piuttosto alto. Pi di un metro e ottanta, direi. Per  anche
molto magro. Ovviamente ha osservato il digiuno. Ha la faccia e le mani quasi bianche per la polvere.
Incespica e tossisce per la polvere che gli  entrata nei polmoni. Anche la tunica  sporca. Ci sono delle
macchie sopra. A quanto pare... gli hanno lanciato addosso dello sterco.
Il volto  inespressivo. Molto distaccato. Gli occhi sembrano privi di vita. Guarda davanti a s
mentre avanza. Ha la barba non pettinata e tutta scarmigliata, come anche i capelli. Ha l'aria di uno che
 gi quasi morto. Per dirla tutta ha l'aspetto... piuttosto ordinario. Eppure...
...
Professor Jairus?
Sono arrivati. Mi trovo a meno di sette metri di distanza dai pali. Distinguo chiaramente i tre
uomini. Vedo anche le ferite intorno alla testa di Ges. Ma ancora una volta posso solo fare delle
supposizioni. Che le ferite siano state provocate da una corona di spine, voglio dire.  difficile dirlo
con certezza. A quanto sembra stanno ancora sanguinando. Ha le tempie e i capelli incrostati di sangue.
C' anche una scia di sangue che corre lungo la guancia sinistra. Ha un aspetto orribile, davvero
orribile. Chiss se quell'uomo sa che significa essere crocifisso.
Adesso gli strappano via i vestiti.
Fanno lo stesso anche con i due... ladroni, immagino che si tratti di loro. Ma potrebbero essere
anche assassini, come si fa a dirlo? In ogni caso gli hanno tolto tutti i vestiti e adesso sono nudi.
Quant' magro, mio dio, quant' magro. Quale insensata fede pu pretendere che un uomo
debba morire di fame?
Scusate i miei commenti, signori. Probabilmente li esprimo senza riflettere. Ho delle opinioni
piuttosto chiare su questo momento storico e su quest'uomo.
Ges ha un fisico molto emaciato, per muscoloso.  ben fatto come corporatura. Un po' di
carne in pi e potrebbe sembrare... quasi perfetto. Adesso distinguo meglio la sua faccia. ... piuttosto
bella. S, in condizioni ideali quest'uomo potrebbe essere proprio affascinante. E questo spiegherebbe il
suo fascino magnetico sulla gente, la sua apparente... aura di preveggenza soprannaturale.
Che succede, professore?
I soldati stanno costringendo i tre uomini a stendersi sulla schiena. Le loro braccia vengono
allargate e appoggiate sulle travi orizzontali della croce. Li legheranno o...
Li stavano... voglio dire li stanno... Oh! Buon dio, lo sentite il suono? Oh mio dio! Proprio in
mezzo ai palmi delle mani! Che pratica raccapricciante! Questi antichi avevano davvero dei modi di
fare disumani.
Tutta la faccenda della crocifissione... una cosa orribile. Un uomo pu resistere tre o quattro
giorni se il suo fisico  abbastanza robusto... se sopravvive alla circolazione bloccata, al mal di testa,
alla fame, ai crampi lancinanti, alle emorragie, ai problemi cardiaci. Morir prima di fame o di sete,
probabilmente di sete.
Spero vivamente che non pratichino il crurifragium, quella pratica spaventosa in cui vengono
picchiati a morte con le mazze. La storia non ci dice nulla in questo caso, ma come si pu sapere con
certezza? Solo io  l'idea mi colpisce all'improvviso  solo io posso saperlo.
Che succede?
Vengono sollevati. I soldati li tirano su con tutta il palo orizzontale della croce. I ladroni si
puntellano verso l'alto per evitare di strapparsi i palmi delle mani. Ruggiscono di rabbia e di dolore.
Lui non ce la fa a tirarsi su. Lo stanno  oh dio!  lo stanno issando prendendolo per le mani
inchiodate! Il volto ha perso ogni colorito. Ma non emette un grido. Ha le labbra strette, anch'esse
esangui. Si rifiuta di gridare. Quell'uomo  un fanatico!
C' molta gente, professore?
No, no, non c' nessuno intorno alle croci. I soldati tengono lontani i curiosi. C' qualcuno, ma
ad almeno venticinque, trenta metri di distanza. Ma sono pochi. E s, ci sono alche alcune donne. Ne
vedo tre vicine. Potrebbero essere quelle menzionate da Matteo e Marco.
Ma non vedo nessun altro. Non vedo nessun uomo che potrebbe essere Giovanni. E nessuna
donna che potrebbe essere la madre di Ges. E certo riconoscerei Maria Maddalena. Solo quelle tre
donne. Il fatto  che a quanto pare la cosa non interessa a nessuno. Sono quasi tutti qui per... per lo
spettacolo. Buon dio, quanto  stata falsificata e offuscata questa scena da pietosi abbellimenti. Posso...
posso esprimere a fatica quanto tutto sia squallido, comune e banale. Non che l'uccisione di un uomo
sia cos banale, ma... ecco, dove sono i portenti, i segni, i miracoli?
Idiozie bibliche.
Che succede, Jairus?
Be', l'hanno tirato su. Naturalmente la croce non  affatto come  stata raffigurata
nell'iconografia religiosa.  proprio una bassa struttura di legno che ricorda una T. Come ho gi detto il
palo verticale era gi infisso nel terreno, mentre quello orizzontale  stato successivamente issato,
inchiodato e legato.
I piedi dei tre uomini si trovano a pochi centimetri dal terreno. E tutto funziona lo stesso come
se fossero a qualche metro di altezza.
E a proposito di piedi, quelli dei tre uomini sono stati legati, non inchiodati al palo. E fra le
loro gambe c' un... un pezzo di legno, una sbarra orizzontale. Immagino che serva a sostenere i corpi.
Mi sarei immaginato che ce ne fosse uno anche sotto i loro piedi.
A quanto pare su questo mi sbaglio.
...  bizzarro, per, come la gente del nostro tempo riesca a credere che un uomo del peso di
 oh, diciamo quasi ottantacinque chili  possa penzolare da una croce semplicemente grazie ai chiodi
che gli attraversano le mani e i piedi. Si attribuisce alla carne umana una resistenza assai maggiore di
quella che possiede.
Adesso i soldati stanno...
Qual  l'iscrizione in cima alla croce, professore?
Oh, certo, certo. Ecco, sembra che sia in tre lingue. Greco... ebreo e latino. Mi lasci vedere...
eh... Ges di... Nazareth... s, Ges di Nazareth. Il Re... Re dei Giudei. Ecco l'iscrizione completa.
Avete preso nota? Ges di Nazareth, re dei Giudei. A quanto pare Giovanni disponeva di informazioni
piuttosto precise sulla crocifissione. Anche se non  qui come ha affermato.
Ah, ecco. I soldati stanno dando da bere a Ges. Immagino sia la pozione soporifera che
induce stordimento. Pare che le donne di Gerusalemme la preparassero per tutti i condannati a morte
come quelli.
Ah, la rifiuta. Gira la testa di fianco. Il soldato si arrabbia. Si fa indietro come se intendesse
colpire Ges, ma poi cambia idea.
Gli altri due uomini stanno bevendo il vino e la mirra che i soldati tengono all'altezza della
bocca. Schioccano le labbra. Uno dei due dice qualcosa. Non sento bene, per mi sembra che abbia
detto 'buono'. Tutti e due continuano a schioccare le labbra.
A quanto sembra uno di loro sta chiedendo la bevanda che Ges ha rifiutato. Non la ottiene,
allora si volta e schernisce Ges per averla rifiutata. Parla cos veloce che non riesco a distinguere le
parole. Per ho l'impressione che ormai sia istupidito dal terrore. Tanto fra poco non sentir pi niente,
grazie alla droga. Sar la sua liberazione. Invece Ges ha scelto di non averne.
 il suo privilegio, visto che si  offerto lui come martire.
Che stava dicendo dei soldati, professore?
I soldati? Oh... oh, s. Si stanno giocando a dadi i vestiti. Immagino sia inutile ricordarvi che
sono tutte tuniche piene di cuciture. Sono tutte e tre normalissime tuniche, con le cuciture molto
visibili.
Be', questo sembra completare i particolari pi significativi. I tre sono appesi. Adesso studier
un po' pi da vicino Ges. Magari mi faccio pi avanti.
Se vuole. Ma sia assolutamente certo di rimanere all'interno dello schermo temporale.
Star attento. Mi sto spostando. Adesso sono a meno di tre metri. Due e mezzo, due...
Dovrebbe bastare Non credo che dovrei... Non credo che sia il caso di avvicinarsi di pi.
 tutto a posto?
Tutto... tutto a posto. Sono solo... un po' nervoso, nient'altro. In fondo stiamo parlando di
Ges. Mi sembra quasi che possa... be',  assurdo. Quanto pu influire sulla mente una superstizione
cos forte.
S,  piuttosto giovane. Sui trenta, trentacinque, a occhio. Come ho gi detto, in buona salute e
ben vestito potrebbe essere una figura sbalorditiva. E potrebbe anche essere preso per una sorta di
salvatore messianico.
Ha la pelle chiara. Sporca, ovviamente, ma... chiara. La bocca  abbastanza larga, le labbra
piene. Una linea decisa. Il naso  diritto, sembra quasi... oh, non lo so... quasi greco, si potrebbe dire. 
davvero un bell'uomo. S, proprio bello. Gli occhi sono...
...
Professore?
Be', almeno vengono confermate le nostre teorie che la descrizione giuntaci della crocifissione
si basa in primo luogo sulla profezia.  ovvio che molto poco della trascrizione biblica della scena 
reale. Non c' Giovanni, non c' Maria Maddalena, n tanti altri che dovrebbero essere presenti. Non
ho sentito parlare Ges. Nessuno lo ha deriso, a parte quel ladrone, e lo ha fatto solo perch era
arrabbiato per non avere avuto la seconda razione di vino.
E poi non ci sono segni.
No, credo si possa tranquillamente affermare che i cronisti successivi, interessati a confermare
le predizioni degli antichi salmi, abbiamo stilato il resoconto della crocifissione usando l'Antico
Testamento. Questi salmi, il 22, il 31, il 38 e il 69 soprattutto, insieme all'immaginazione cristiana,
hanno trasformato la crocifissione in qualcosa di molto diverso da ci che  stata in realt. Almeno da
come la vedo io che mi trovo qui.
Io... Oh
...
Che c', professore?
Ha appena... parlato.
Ha parlato. Ha detto... Eloi. Ha detto dio nella sua lingua. Ha il volto pallido e teso. Si vedono
i segni della sofferenza su di esso...
La sua faccia...  cos... gentile. Anche in questo momento di tremendo dolore, lui...
Certamente ipnosi autoindotta, facilmente ottenuta grazie alla stanchezza e al fervore emotivo.
Sono sicuro che quel povero dia... che quell'uomo deve soffrire di una specie di violenta estasi del
dolore. Magari non lo sente nemmeno. Forse il meccanismo del suo corpo sospeso e il flusso
esacerbato di adrenalina... gli impediscono di sentirlo.  possibilissimo. I suoi occhi sono... i suoi...
occhi sono...
Ci sono segni di qualche disordine naturale, professor Jairus?
Immagino che si riferisca al... terremoto registrato, al cielo che diventa nero, alle tombe
scoperchiate o a una mezza dozzina di altri fatti di cui si parla nella Bibbia e in altre fonti.
No, temo di no.
Niente cielo nero. Il sole  ancora luminoso e molto caldo. Il terreno  fermo come la roccia.
Le cronache sono un po' imprecise.
Ovviamente gli autori non erano soddisfatti di tutto questo e hanno deciso di aggiungere un
significato religioso a un momento che altrimenti di religioso non aveva nulla. La mano di Dio e tutte
quelle fesserie.
Mi fa infuriare, davvero. Non  un momento gi di per s significativo? Non  terribile e
violento abbastanza per... oh, la maledetta pedanteria di...
...
Professore, sta bene?
Cosa?
 tutto a posto? Si sente forse male?
Io... sto benissimo. Grazie.
Che succede?
...
Professore?
Quegli occhi. Quegli occhi. Mio dio, sono cos... sono cos feriti! Come quelli di un padre
picchiato dai suoi stessi figli. Ma che ancora li ama. Che  stato aggredito dai suoi cari, e poi spogliato,
percosso, inchiodato e umiliato! Non c'...
Professore.
Io... io... io sto bene. Sto... benissimo.  solo che... tutto questo  sconvolgente. Quest'uomo
non ha fatto nulla e... oh, mio dio, c' una mosca sulle sue labbra. Vattene!
...
Che succede, professore? Professor Jairus, sta...
Gli danno da bere. Deve avere una sete spaventosa. Il sole  bollente. Ho sete anch'io.
Il soldato ha appena immerso una spugna in un secchio di posca, la bevanda dei soldati a base
di acqua e aceto. Adesso ha appeso la spugna a una canna spezzata che era a terra. Con la spugna tocca
la bocca di Ges.
Lui... succhia la spugna. Gli tremano le labbra. Deve avere un sapore orribile... caldo e amaro.
Dio, perch non gli danno qualcosa di meglio da bere... magari un po' d'acqua fresca? Non hanno
nessuna piet per...
Professore, adesso sar meglio che si prepari a rientrare.  l da quasi quaranta minuti. Ha
fatto quello che doveva fare.
No, non riportatemi indietro... non ancora. Un altro po', solo un altro po'. Star benissimo.
Giuro che star bene. Solo... lasciatemi restare qui con lui. Non portatemi via, non adesso. Per favore.
Professor Jairus.
I suoi occhi, i suoi occhi... i suoi occhi! Oh dio del cielo, mi stanno guardando! Lui mi vede!
Ne sono sicuro. Mi vede!
La stiamo riportando indietro.
No, non ancora. Io... io devo...
Non esca dallo schermo.
Uscire dallo schermo? S, forse posso... potrei...
Sta per tornare indietro.
No! No, romper lo schermo se tentate di riportarmi indietro. Io... io lo attraverser! Giuro che
lo far... non toccatemi!
Professore, la smetta!
Devo fermarli! Devo fermarli! Sono qui, posso salvarlo! Posso! Perch non posso farlo entrare
nello schermo insieme a me e portarlo via?
Jairus, usi la testa!
Perch no, maledizione, perch no? Non ho nessuna intenzione di restarmene qui a guardare
mentre lo distruggono!  troppo buono, troppo gentile. Io posso salvarlo... ce la posso fare!
Jairus, lei ha fatto il suo lavoro! Adesso lasci che lui faccia il suo!
No!
Chiudete lo schermo.
Cosa? Che state facendo?
Dobbiamo correre il rischio di riportarlo indietro nei pochi secondi in cui la chiusura dello
schermo terr.
Fatemi uscire! Che dio mi aiuti, liberatemi! Fermi, non sapete cosa state facendo!
Presto!
No, fermi! FERMI! Non portatemi via. Non fatelo! ATTENTI A QUELLO CHE FATE!
Lo trascinarono gi infuriato e scalciante dalla piattaforma, lo portarono in ufficio e lo misero
su una cuccetta. Il dottor Randall gli infil una siringa nel braccio.
Dopo mezz'ora il professor Jairus era abbastanza tranquillo da mandar gi un bicchiere di
brandy. Sedeva su una grossa poltrona di pelle e guardava fisso davanti a s, con gli occhi senza vita.
La mente non era tornata insieme al corpo... si trovava ancora su una remota collina oltre
Gerusalemme.
C'erano delle cose che avrebbe potuto dir loro, parole che potevano confermare la storia.
Avrebbe potuto descrivere gli abiti indossati sul Golgota, le parole che venivano pronunciate, il
momento in tutta la sua nuda e brutale interezza... tutto questo, avrebbe potuto raccontare. Dire
soprattutto che, riportandolo indietro cos di corsa, avevano provocato il fenomeno che nella Bibbia veniva descritto come uno scuotimento del terreno e la frattura delle rocce.
Non disse loro nulla di tutto ci. Disse solo che voleva andare a casa.
Infil cappotto, cappello e soprascarpe e usc nel pomeriggio grigio e triste. I piedi
schiacciavano la neve ormai indurita, gli occhi fissavano il manto nevoso che continuava a cadere.
Le altre cose non sono importanti, stava pensando. Vere o non vere, non ha nessuna
importanza. L'acqua trasformata in vino, la cura dei lebbrosi, la guarigione dei malati, la passeggiata sulle acque, il ritorno dalla tomba... nulla di tutto questo contava. Gli uomini che inseguivano la speranza nei miracoli materiali erano solo ingenui sognatori che non avrebbero mai salvato il mondo.
Un uomo aveva offerto la sua vita per le cose in cui credeva. Questo era un miracolo che
doveva bastare per tutti.
Era la vigilia di Natale, il momento migliore per trovare la fede.
...
.
...
Fine.
...
.
...
FINE Parte 4.